Il lavoro non è propaganda
di Marco BentivogliAnche quest’anno il Governo utilizza il primo maggio come momento simbolico e mediatico per il “decreto lavoro”.
In Italia le vertenze — piccole e grandi — del lavoro riscuotono sporadica attenzione politica o per l’appunto vengono soffocate dalla polarizzazione comunicativa. Ingaggiarla con il sindacato il giorno della festa del lavoro non è un segno né di equilibrio né di lungimiranza. Nel nostro paese le sfide del lavoro necessitano di competenza, di equilibrio e lungimiranza.
Persino negli Stati Uniti, lo scorso autunno, sia Biden che Trump si sono schierati all’unisono al fianco del sindacato dei lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis in sciopero per il nuovo contratto di lavoro.
Ma qual è il quadro del lavoro in Italia? Andiamo indietro di un anno e verifichiamo annunci, dichiarazioni e attribuzioni di meriti o demeriti.
Iniziamo dalle notizie positive. In Italia sono 24 milioni gli occupati. Il tasso di occupazione ha raggiunto il mese scorso il 61,9%. La quota più al…
Anche quest’anno il Governo utilizza il primo maggio come momento simbolico e mediatico per il “decreto lavoro”.
In Italia le vertenze — piccole e grandi — del lavoro riscuotono sporadica attenzione politica o per l’appunto vengono soffocate dalla polarizzazione comunicativa. Ingaggiarla con il sindacato il giorno della festa del lavoro non è un segno né di equilibrio né di lungimiranza. Nel nostro paese le sfide del lavoro necessitano di competenza, di equilibrio e lungimiranza.
Persino negli Stati Uniti, lo scorso autunno, sia Biden che Trump si sono schierati all’unisono al fianco del sindacato dei lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis in sciopero per il nuovo contratto di lavoro.
Ma qual è il quadro del lavoro in Italia? Andiamo indietro di un anno e verifichiamo annunci, dichiarazioni e attribuzioni di meriti o demeriti.
Iniziamo dalle notizie positive. In Italia sono 24 milioni gli occupati. Il tasso di occupazione ha raggiunto il mese scorso il 61,9%. La quota più alta da quando sono sistematizzate le rilevazioni statistiche. Calano finalmente gli inattivi e i Neet ma anche i lavoratori autonomi. Con uno sguardo sull’anno, il numero complessivo di occupati, a febbraio 2024, supera quello di febbraio 2023, dell’1,5%, pari a +351mila unità. In questa prospettiva l’aumento coinvolge uomini, donne e tutte le classi d’età, a eccezione dei 15-24enni tra i quali l’occupazione è in calo. Il tasso di occupazione sale in un anno di 0,8 punti percentuali. La nuova occupazione è in larga misura a tempo indeterminato: in un anno i lavoratori permanenti sono aumentati di 603mila unità. I lavoratori a termine sono scesi di 200mila, gli autonomi sono in calo di 53mila unità.
L’orizzonte delle politiche del lavoro non può essere mai quello troppo corto della propaganda, per cui magicamente e in pochi mesi si crea lavoro o, al contrario, si generano catastrofi. La propaganda in materia di lavoro si rivela sempre una beffa. Anche per questo è importante dare contesto ai numeri: il nostro paese continua a sottovalutare le sfide più significative determinate dalle diverse transizioni, tra cui il nostro “silver tsunami” con una popolazione che invecchia rapidamente e una diminuzione costante di giovani in conseguenza della bassa natalità. Default demografico, bassa produttività e incapacità di fare riforme stanno facendo saltare il nostro stato sociale a partire dal Servizio Sanitario Nazionale.
Per questo il numero di occupati è un dato positivo ma, in ogni caso, è ancora il 13% al di sotto della media europea. L’occupazione cresce solo tra gli uomini e gli over25.
Servono due cose: imparare a rileggere le diseguaglianze e non innamorarsi di schemi astratti. Obbedire alla realtà è la pre-condizione per cambiarla. In sostanza, capire cosa non va, dare il nome ai problemi e costruire soluzioni vere verificandone, con laicità, l’impatto reale.
Oggi la precarietà ha molte facce: salari troppo bassi, contratti brevissimi senza percorsi di stabilizzazione, ma anche part-time obbligatori, lavoro irregolare, etc..
L’inflazione alta ha messo in crisi il nostro sistema sociale e di tutela dei salari reali. Troppe categorie di lavoratori hanno rinnovato con ritardo i contratti collettivi nazionali e alcune non li hanno rinnovati. Mediamente, chi li ha rinnovati lo ha fatto oltre due anni e mezzo dopo la scadenza. Il lavoro è sempre più polarizzato tra chi vede accrescere le proprie opportunità, ridurre gli orari, aumentare autonomia, libertà e responsabilità e quelli per i quali cresce solo quest’ultima, lavorando moltissimo e guadagnando pochissimo.
O quelli che sognano le otto ore in un solo impiego perché devono farne almeno due per mettere insieme un salario decente.
La polarizzazione è il frutto dell’assenza di politiche degne di questo nome in un Paese in cui si eredita sia la ricchezza sia la condizione di povertà, mentre l’istruzione e la formazione non sono all’altezza di riattivare la mobilità sociale minima di una nazione civile. Le responsabilità sono ben distribuite, pertanto evitateci almeno la propaganda.