Che ne è stato del dibattito faccia a faccia tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein? Doveva essere il piatto forte della campagna elettorale, ma se ne sono quasi perse le tracce. Si parlava di aprile, ora siamo arrivati a maggio e incombe la spada di Damocle della par condicio.
Lunedì 29 aprile, intervistata nella trasmissione Metropolis di Gerardo Greco, la segretaria del Pd ha risposto, forse non troppo convinta: «Si farà, in questi giorni se ne occupano gli staff». Il che tende a ridurre l’evento a questione tecnica, anziché trattarlo come una priorità politica. Viceversa, proprio questo dovrebbe essere: una priorità per il Pd.
Il capo del partito al momento meno premiato dai sondaggi, cioè Elly Schlein, ha tutto l’interesse e la convenienza a esigere il dibattito. Per mettere in difficoltà la sua antagonista, se le riesce, ma soprattutto per affermare una leadership nel suo campo, il centrosinistra: leggi il tormentato rapporto con Conte.
È chiaro, del resto, che il confronto des…
Che ne è stato del dibattito faccia a faccia tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein? Doveva essere il piatto forte della campagna elettorale, ma se ne sono quasi perse le tracce. Si parlava di aprile, ora siamo arrivati a maggio e incombe la spada di Damocle della par condicio.
Lunedì 29 aprile, intervistata nella trasmissione Metropolis di Gerardo Greco, la segretaria del Pd ha risposto, forse non troppo convinta: «Si farà, in questi giorni se ne occupano gli staff». Il che tende a ridurre l’evento a questione tecnica, anziché trattarlo come una priorità politica. Viceversa, proprio questo dovrebbe essere: una priorità per il Pd.
Il capo del partito al momento meno premiato dai sondaggi, cioè Elly Schlein, ha tutto l’interesse e la convenienza a esigere il dibattito. Per mettere in difficoltà la sua antagonista, se le riesce, ma soprattutto per affermare una leadership nel suo campo, il centrosinistra: leggi il tormentato rapporto con Conte.
È chiaro, del resto, che il confronto destra/sinistra è già personalizzato, vale a dire costruito interno alle due figure più forti. O che dovrebbero esserlo. La premier Meloni ha fatto quello che ci si aspettava da lei; e non c’era bisogno di molta fantasia: ha puntato tutto su se stessa, in virtù di un temperamento volitivo e incline a mettersi sempre in gioco. Se ha avuto ragione lo sapremo solo il 9 giugno. Ma nessuno dubitava che la scelta sarebbe stata quella.
Fin dall’inizio era ovvio che la segretaria del Pd non potesse sottrarsi al duello. Certo, con i suoi temi (dalla sanità al salario minimo, le questioni sociali e l’opposizione alla riforma delle autonomie), ma anche con il realismo di capire che la politica moderna si fa intorno alle persone, prima che intorno alle idee.
Ecco perché è essenziale non lasciare l’iniziativa all’avversario, e ancor più rischioso è dare l’impressione di inseguire i comportamenti dell’altro, il suo stile comunicativo. Forse la segretaria del Pd è stata troppo timorosa e quindi accomodante.
Di fronte a un personaggio determinato come la presidente del Consiglio era ed è indispensabile contrastarla con la medesima asprezza. Invece sul punto della candidatura si è arrivati a un compromesso: la segretaria si presenta solo in due collegi. In questo modo si ammette la candidatura “di bandiera”, cioè senza la volontà di coprire il seggio al Parlamento europeo.
All’inizio l’ipotesi era stata rifiutata, ora la si accoglie nel formato minimo. Con ciò rinunciando all’orgogliosa rivendicazione di una candidatura tutta politica, concepita per rafforzare l’immagine della leader, sia nel partito sia rispetto ai 5S di Conte. Così invece si rimane a metà strada, con il pericolo di scontentare tutti.
La verità è che una battaglia personalizzata intorno ai protagonisti è ormai nell’ordine delle cose. Da Conte a Renzi a Calenda, per restare nel campo del centrosinistra o del centro, tutti obbediscono alla regola, anche chi non si candida.
Del resto il filo conduttore destinato a dipanarsi dopo il voto di giugno riguarda il tema di chi dirigerà la coalizione allargata, quella che oggi non esiste.
Giuseppe Conte tende a considerarsi in grado di esercitare un’egemonia, nonostante abbia meno voti del Pd. E anche meno storia. Ma è chiaro che Schlein, o chi per lei, non può cedere su questo punto cruciale. Peraltro un’alleanza che si forma senza la chiara indicazione di una leadership non ha futuro.
Ne deriva che il confronto con i 5S, finora evitato per timore di compromettere i successivi accordi per le regionali e le politiche, richiede di mettere al centro le priorità del Pd. A cominciare dalla politica estera e da un programma riformista credibile. Difficile quindi rinunciare a una campagna molto personalizzata.