Fino a prova contraria, non c’è ragione di dubitare dell’impegno preso da Renzi: se sarò eletto al Parlamento europeo, ha detto, opterò per Bruxelles e lascerò il Senato. Un punto preciso e circoscritto da non confondere con le generiche promesse del tipo “lascerò la politica” di cui lo stesso Renzi, ma anche tanti altri come lui, sono stati prodighi. Peraltro ha un senso oggi scegliere Bruxelles (e Strasburgo) invece di Roma. L’imminente nuova legislatura si presenta come ricca di opportunità. L’Europa politica è alla vigilia di scelte che decideranno il suo futuro. Comunque si vogliano giudicare i progetti in campo — dall’europeismo ortodosso e sognatore che si proietta, nientemeno, verso gli Stati Uniti del vecchio continente, fino allo scetticismo temperato dei conservatori che difendono le strutture nazionali — , è evidente che la partita mai come ora si giocherà su larga scala, ossia almeno in parte fuori dai confini e dai canali tradizionali.
La guerra in Ucraina, ma anche in …
Fino a prova contraria, non c’è ragione di dubitare dell’impegno preso da Renzi: se sarò eletto al Parlamento europeo, ha detto, opterò per Bruxelles e lascerò il Senato. Un punto preciso e circoscritto da non confondere con le generiche promesse del tipo “lascerò la politica” di cui lo stesso Renzi, ma anche tanti altri come lui, sono stati prodighi. Peraltro ha un senso oggi scegliere Bruxelles (e Strasburgo) invece di Roma. L’imminente nuova legislatura si presenta come ricca di opportunità. L’Europa politica è alla vigilia di scelte che decideranno il suo futuro. Comunque si vogliano giudicare i progetti in campo — dall’europeismo ortodosso e sognatore che si proietta, nientemeno, verso gli Stati Uniti del vecchio continente, fino allo scetticismo temperato dei conservatori che difendono le strutture nazionali — , è evidente che la partita mai come ora si giocherà su larga scala, ossia almeno in parte fuori dai confini e dai canali tradizionali.
La guerra in Ucraina, ma anche in Medio Oriente e soprattutto nel Mar Rosso creano uno scenario inedito e forse spingono l’Unione a tener fede al proprio nome. Almeno per quanto riguarda una serie di iniziative comuni nel campo militare (si vedano in proposito gli articoli su questo giornale di un analista informato come Gianluca Di Feo): non è la Difesa Comune, che si vorrebbe in grado di integrare le forze armate dei maggiori paesi, traguardo ancora lontano e persino irraggiungibile prima di un paio di generazioni, ma è una possibile risposta razionale alla sfida attuale.
Ecco perché un personaggio come Renzi, che in Italia deve arrendersi all’inconsistenza del “terzo polo”, può trovare in Europa maggiori margini, se saprà raccordarsi con un disegno ambizioso come quello del francese Macron. Il veicolo c’è già ed è Renew Europe: l’antitesi del fronte conservatore di cui è leader Giorgia Meloni. Come si vede, la battaglia politica nazionale già si proietta su un palcoscenico più ampio. Le conseguenze sono rilevanti. Occorre ridisegnare la politica delle alleanze, osservare i nuovi equilibri nascenti, stabilire fino a che punto gli interessi peculiari della Francia sono compatibili coi nostri, convincersi che un eventuale balzo in avanti dell’integrazione comporta dei prezzi da pagare e anche dei “no” da spendere all’occorrenza. Tuttavia non è strano che un personaggio come Renzi, discutibile finché si vuole eppure sempre rapido di riflessi, preferisca sentirsi attivo nell’Unione piuttosto che marginale in patria. E viene da domandarsi una volta di più se ha senso dividere il campo liberal-democratico in due liste separate: Renzi-Bonino da un lato e Calenda dall’altro. Ma tant’è.
Altra questione riguarda la scelta di chi si candida in giugno sapendo che opterà comunque per il Parlamento nazionale. Romano Prodi è tornato a criticare questa “ferita alla rappresentanza”. Si rivolge a tutti, ma in particolare a Elly Schlein che si è piegata, secondo l’ex premier, a una logica sbagliata. Va riconosciuto peraltro che le candidature solo politiche rispondono a un’esigenza comprensibile. Per la Schlein si tratta di affermare la sua autorità nel Pd prima che sia troppo tardi. Per Giorgia Meloni c’è da fissare le gerarchie nel centrodestra rispetto a un Salvini in crescente affanno. Nelle prossime settimane tale polemica perderà di significato, assorbita dallo scontro elettorale vero e proprio. Poi, dopo il voto, le questioni interne agli Stati (per noi, l’economia e la riforma del “premierato”) si mescoleranno alla contesa per le nuove cariche europee. E il dopo-Ursula ci riguarda da vicino.