Il mondo dell’informazione rischia un pesante ridimensionamento. Il recente rapporto Press freedom in Europe: time to turn the tide, realizzato dalle organizzazioni professionali che aderiscono alla piattaforma del Consiglio d’Europa per la sicurezza dei giornalisti, evidenzia i rischi per la libertà di stampa. Minacce, intimidazioni, incarcerazioni, lavoro precario, azioni giudiziarie temerarie, concentrazioni proprietarie e controlli asfissianti da parte dei governi sui media del servizio pubblico sono fenomeni riscontrabili in più Paesi del Vecchio Continente, anche se con sfumature diverse. Se poi si considera la crisi dei media tradizionali, l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa, l’incapacità dei governi di arginare lo strapotere dei giganti della rete e di tutelare il diritto d’autore, si comprende quanto la sopravvivenza di un settore vitale per la tenuta delle democrazie sia messa a dura prova. La celebrazione della Giornata mondiale della libertà di stampa, isti…
Il mondo dell’informazione rischia un pesante ridimensionamento. Il recente rapporto Press freedom in Europe: time to turn the tide, realizzato dalle organizzazioni professionali che aderiscono alla piattaforma del Consiglio d’Europa per la sicurezza dei giornalisti, evidenzia i rischi per la libertà di stampa. Minacce, intimidazioni, incarcerazioni, lavoro precario, azioni giudiziarie temerarie, concentrazioni proprietarie e controlli asfissianti da parte dei governi sui media del servizio pubblico sono fenomeni riscontrabili in più Paesi del Vecchio Continente, anche se con sfumature diverse. Se poi si considera la crisi dei media tradizionali, l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa, l’incapacità dei governi di arginare lo strapotere dei giganti della rete e di tutelare il diritto d’autore, si comprende quanto la sopravvivenza di un settore vitale per la tenuta delle democrazie sia messa a dura prova. La celebrazione della Giornata mondiale della libertà di stampa, istituita il 3 maggio del ’93 dall’Assemblea generale dell’Onu, non soltanto è l’occasione per ricordare i giornalisti che perdono la vita per garantire ai cittadini il diritto di essere informati. Rappresenta anche un momento per richiamare di istituzioni e opinione pubblica sull’importanza di difendere la libertà e il pluralismo dell’informazione.
Nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa l’Italia non ha mai occupato posizioni di prestigio. È una tendenza che si è consolidata negli anni. Nel nostro Paese è in corso una gara a livello politico-parlamentare per inventarsi proposte di legge di chiara impronta liberticida. L’obiettivo è impedire la pubblicazione di notizie e la circolazione di opinioni considerate scomode, sconvenienti o, peggio ancora, non in linea con la narrazione che si pretende dominante. Come se non bastassero la legge dal vago sapore censorio con cui nella passata legislatura è stata recepita la direttiva europea sulla presunzione di innocenza e la recente reintroduzione del divieto di pubblicare integralmente le ordinanze di custodia cautelare, adesso si vorrebbe colpire con il carcere il giornalismo d’inchiesta. Stando ad alcuni emendamenti al ddl sulla cybersicurezza, dovrebbero essere condannati a pene detentive che variano dai tre agli otto anni i giornalisti che dovessero pubblicare notizie vere di cui conoscono la provenienza illecita. In casi come questi è difficile stabilire il confine fra la malafede e l’ignoranza. Il solo immaginare pene carcerarie, infatti, significa fare carta straccia di quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo e dal Media Freedom Act, approvato dal Parlamento europeo a marzo scorso. A meno che l’insistenza su misure di questo tipo non serva a distogliere l’attenzione da quelli che sono i problemi strutturali dell’informazione che, invece, non vengono affrontati. L’elenco è lungo. Si va dalla regolazione dei conflitti di interesse alla riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. Le cosiddette querele bavaglio e le azioni di risarcimento sono lo strumento di intimidazione più utilizzato, ma ancora non si intravedono interventi normativi per scoraggiare il fenomeno. La legge sull’editoria, la numero 416 del 1981, è inadeguata ad affrontare le sfide della trasformazione digitale a sostenere il lavoro dei giornalisti e gli sforzi di chi vuole ancora investire nell’informazione. Stando all’ultimo Media pluralism monitor dell’Istituto universitario europeo, in Europa soltanto quattro Paesi offrono buone condizioni di lavoro per i giornalisti: Danimarca, Germania, Irlanda e Svezia. In Italia il fenomeno del lavoro povero riguarda anche i giornalisti. Il perimetro del lavoro regolare si riduce sempre di più, mentre aumenta la precarietà e si riducono le retribuzioni. A complicare la situazione è il pessimo clima che si è creato nei confronti di giornalisti e giornali che fanno inchieste o domande scomode e di intellettuali considerati non allineati ad un presunto pensiero dominante. La libera circolazione delle idee e la pubblicazione delle notizie, anche le più sgradite a chi governa, sono i pilastri della democrazia liberale. Su quei pilastri poggia anche la Costituzione italiana, democratica e antifascista. Sarebbe un paradosso, oltre che inconcepibile, che a limitare la libertà di stampa e il diritto di cronaca in Italia fosse un governo i cui vertici – presidente e vicepresidenti del Consiglio – sono tre giornalisti.