✕

L’odio dopo il 7 ottobre

Quello che è rimasto del kibbutz di Beeri 

Ascolta l'audio

I movimenti antisionisti non sono nemmeno pro-palestinesi
3 minuti di lettura

Tutto è cominciato l’8 ottobre 2023, intendo proprio l’8 ottobre, il giorno dopo il pogrom del 7, con la manifestazione a New York «Tutti in piazza per la Palestina». Poi, nei giorni successivi, militanti incappucciati come ai bei tempi del Ku Klux Klan hanno bloccato stazioni, ponti, università. Ci sono stati, nelle università, quel professore della Cornell che, in un video visualizzato 12 milioni di volte, diceva che il 7 ottobre l’aveva «entusiasmato» e quello studente che, sempre alla Cornell, urlava che avrebbe «portato un fucile da assalto» nel campus e «abbattuto i porci ebrei».

E, sette mesi dopo, sono bandiere di Hezbollah che sventolano su Princeton, violenze verbali e fisiche contro gli studenti ebrei di Yale e di Harvard, dell’università del Michigan e di quella del Texas, sono gruppi, alla Columbia, che gridano: «Hamas, amiamo voi e anche i vostri razzi» oppure «7 ottobre, 7 ottobre, vogliamo altri diecimila 7 ottobre!» e studenti con la kippah aggrediti a suon di «tornat…

Tutto è cominciato l’8 ottobre 2023, intendo proprio l’8 ottobre, il giorno dopo il pogrom del 7, con la manifestazione a New York «Tutti in piazza per la Palestina». Poi, nei giorni successivi, militanti incappucciati come ai bei tempi del Ku Klux Klan hanno bloccato stazioni, ponti, università. Ci sono stati, nelle università, quel professore della Cornell che, in un video visualizzato 12 milioni di volte, diceva che il 7 ottobre l’aveva «entusiasmato» e quello studente che, sempre alla Cornell, urlava che avrebbe «portato un fucile da assalto» nel campus e «abbattuto i porci ebrei».

E, sette mesi dopo, sono bandiere di Hezbollah che sventolano su Princeton, violenze verbali e fisiche contro gli studenti ebrei di Yale e di Harvard, dell’università del Michigan e di quella del Texas, sono gruppi, alla Columbia, che gridano: «Hamas, amiamo voi e anche i vostri razzi» oppure «7 ottobre, 7 ottobre, vogliamo altri diecimila 7 ottobre!» e studenti con la kippah aggrediti a suon di «tornatevene in Polonia!».

Manifestazioni per «la pace»? Se questi bercianti si preoccupassero della pace, non giocherebbero, durante i loro sit-in, a individuare «obiettivi» per le brigate Al-Qassam, che sono il braccio militare di Hamas e non hanno mai fatto mistero di non volere la pace ma l’eradicazione di Israele.

Difesa dei diritti dell’uomo? Delle vittime dell’oppressione? Se la loro lotta fosse quella, li sentiremmo protestare anche per il destino del milione di uiguri incarcerati dal regime cinese; per le centinaia di migliaia di vittime della guerra combattuta contro i civili siriani da Bashar al-Assad; per i cristiani della Nigeria, per le popolazioni vittime di genocidio in Darfur, per le migliaia di sudanesi che muoiono di fame nell’indifferenza e nel silenzio del mondo intero, o ancora per gli ucraini, di cui invece hanno notizia tutti i giorni dai social e dalla televisione ma sembra che non gli importi nulla.

No. Questi movimenti non sono nemmeno «propalestinesi». Incoraggiati (il 13 marzo) dal capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, lodati (il 25 aprile) dall’ayatollah Khamenei, felice di vedere la causa dell’islamismo sposata con tanto entusiasmo, sono movimenti puramente, semplicemente e fortemente antisemiti.

Gli Stati Uniti per molto tempo si sono pensati come una nuova «casa di preghiera», come dice la Bibbia, per tutti gli uomini e per gli ebrei. Si sono visti come i costruttori di una «città luminosa sulla collina» che, nell’immaginario americano, era una nuova Gerusalemme di diaspro, calcedonio e zaffiri. Eccoli invece caduti, come la Francia, a Sciences Po, nella trappola di questi «accampamenti di solidarietà con Gaza» a cui Ilhan Omar, deputata del Minnesota più volte criticata per commenti ritenuti antisemiti, si è detta «onorata» di fare visita.

Come siamo arrivati a questo?

C’è chi dà la colpa al Qatar, alle agenzie di destabilizzazione russe, al ruolo di un particolare Istituto Confucio — e senza dubbio hanno ragione. Il male però viene da più lontano. Si sa, e lo dico da cinquant’anni, che l’odio verso gli ebrei ha subito una metamorfosi e ormai riposa su un pilastro: l’antisionismo (gli ebrei sarebbero degli assassini perché complici di uno stato assassino).

Un secondo pilastro: il negazionismo (la legittimità dello Stato di Israele sarebbe basata su un crimine, la Shoah, nel migliore dei casi oscuro e nel peggiore dei casi immaginario).

Un terzo pilastro: la competizione fra vittime (ci sarebbe posto, nel cuore degli uomini, per una sola compassione e il ricordo della Shoah sarebbe come un acufene che copre il lamento degli altri dannati, soprattutto dei palestinesi).

Ma quello che non si sa abbastanza è che io, per parte mia, osservavo già ai tempi di American Vertigo, il mio libro-inchiesta sulle orme di Tocqueville, è che tutti e tre questi tre pilastri hanno una base solida negli Stati Uniti.

L’antisionismo? È l’ossessione di coloro che, dopo il fondamentale libro di John Mearsheimer et Stephen Walt del 2007, ritengono che la «lobby pro-Israele» sia dannosa per la «politica estera americana» e gli interessi del paese.

Il negazionismo? Sono i finti «Istituti» che fioriscono — molto più numerosi che in Europa — nella West Coast, protetti dal Primo Emendamento, e impiegano energie colossali per «riesaminare», ovvero relativizzare o negare, la realtà della Shoah. La competizione fra le vittime? Dagli estremisti musulmani di Nation of Islam fino ai sostenitori dell’ideologia woke, è ancora e sempre negli Stati Uniti che si è rotto il patto quasi secolare fra ebrei e minoranze etniche — come se bisognasse scegliere fra il buon riflesso che ha dato origine a Black Lives Matter e la difesa del più antico popolo perseguitato al mondo.

Dovremo abituarci. L’odio è mondiale. La conflagrazione planetaria. Ma in America la terra è più arida e gli incendi sono più violenti. Torna, Tocqueville. Le università americane hanno perso la testa.

Traduzione di Alessandra Neve

Leggi i commenti