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Grande gioco in Niger

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Gli Stati Uniti sembrano avere già perso la partita. Non solo lì, ma nell’intera Africa. Le capitali del Continente somigliano a un suq, in cui le tante autocrazie e le poche democrazie mettono all’asta le risorse. E in questo mercato la Russia ha un vantaggio
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Da due settimane in una base nella periferia di Niamey militari russi e americani si fronteggiano silenziosamente. Una sfida che ricorda quella avvenuta nel 1898 nell’oasi sudanese di Fashoda, quando soldati francesi e britannici sfiorarono la guerra per definire i confini dei loro interessi coloniali. Nonostante la tensione, è difficile che in Niger si arrivi a tanto, perché gli Stati Uniti sembrano avere già perso la partita. E forse non soltanto lì, ma nell’intera Africa.

Oggi le capitali del Continente somigliano a un suq, in cui le tante autocrazie e le poche democrazie mettono all’asta le risorse e le posizioni geopolitiche. In questo mercato gli emissari del Cremlino hanno un vantaggio decisivo: presentano l’illusione di creare sicurezza e stabilità, fornendo combattenti e armi per fermare le rivolte jihadiste o tribali.

Un bene più prezioso dei finanziamenti e delle infrastrutture offerte dai cinesi; dei droni da battaglia ceduti dai turchi o dagli iraniani; degli aiuti bellic…

Da due settimane in una base nella periferia di Niamey militari russi e americani si fronteggiano silenziosamente. Una sfida che ricorda quella avvenuta nel 1898 nell’oasi sudanese di Fashoda, quando soldati francesi e britannici sfiorarono la guerra per definire i confini dei loro interessi coloniali. Nonostante la tensione, è difficile che in Niger si arrivi a tanto, perché gli Stati Uniti sembrano avere già perso la partita. E forse non soltanto lì, ma nell’intera Africa.

Oggi le capitali del Continente somigliano a un suq, in cui le tante autocrazie e le poche democrazie mettono all’asta le risorse e le posizioni geopolitiche. In questo mercato gli emissari del Cremlino hanno un vantaggio decisivo: presentano l’illusione di creare sicurezza e stabilità, fornendo combattenti e armi per fermare le rivolte jihadiste o tribali.

Un bene più prezioso dei finanziamenti e delle infrastrutture offerte dai cinesi; dei droni da battaglia ceduti dai turchi o dagli iraniani; degli aiuti bellici consegnati in maniera discreta dagli emiratini. Nessuno di questi Paesi si fa scrupoli nel sostenere golpisti e dittatori, accompagnando spesso i negoziati con valigette piene di contanti.

Per imporsi in questo Grande Gioco che è un po’ Risiko e un po’ Monopoli, Vladimir Putin ha trovato un campione persino più efficace di Evgenji Prigozhin, il capo della Wagner eliminato la scorsa estate: il viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, ex generale ed ex politico, che in pochi mesi ha realizzato un corridoio che collega il Mediterraneo al Sahel, riportando la presenza russa a un’estensione mai raggiunta neppure in epoca sovietica.

Dicono che l’abitudine alle trattative caucasiche — è stato presidente della turbolenta Inguscezia — permetta a Yevkurov di far sentire gli interlocutori africani come suoi pari, mettendoli sullo stesso piano: qualcosa che lo distingue dall’approccio dei francesi e degli americani.

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Il segretario di Stato Antony Blinken lo ha riconosciuto: «Troppe volte le nazioni dell’Africa sono state trattate come partner minori o addirittura in modo peggiore». D’altronde è dall’insediamento di Trump che il Continente non viene più considerato prioritario: sono stati ridotti gli investimenti e i boots on the ground ma soprattutto manca una strategia.

Washington non ha neppure tentato di reagire all’effetto domino di putsch che in due anni ha capovolto la situazione nel Sahel: i tre Paesi dove Stati Uniti, Francia e Ue avevano messo in campo un complesso di iniziative per fermare l’avanzata jihadista e lanciare programmi di sviluppo, ora hanno praticamente espulso tutti i contingenti occidentali.

Un grosso guaio, perché gli eserciti assistiti dai russi bombardano i miliziani islamisti senza preoccuparsi delle vittime civili e non fanno nulla per rilanciare l’economia di Paesi poverissimi. Il rischio è che la somma tra attentati terroristici, repressione indiscriminata e miseria crei le condizioni per un’emigrazione di massa o persino — scenario di più lungo periodo — alla nascita di un altro Stato Islamico.

In questa scacchiera così pericolosa, fino allo scorso luglio il Niger era considerato la casella chiave: l’unica democrazia, fondamentale per il controllo dei movimenti di profughi verso il Mediterraneo.

Dopo il golpe, i generali hanno immediatamente espulso i soldati francesi e un mese fa hanno decretato la partenza delle forze Usa. Il Pentagono cerca di prendere tempo e rallentare la ritirata. L’irruzione sulla scena dei russi nel mezzo della campagna presidenziale cambierà l’approccio della Casa Bianca? Al momento, le dichiarazioni del ministro della Difesa Austin sembrano ispirate alla rassegnazione.

In questo cupio dissolvi delle iniziative occidentali, resta solo l’esperimento italiano: il governo Meloni ha deciso di riprendere la collaborazione con la giunta nigerina e potenziare la nostra spedizione di istruttori militari, dislocati a pochi chilometri dalla base contesa tra russi e americani.

«Da quelle parti il confine tra buoni e cattivi non è così netto», ha detto in Parlamento il generale Francesco Paolo Figliuolo, da cui dipendono le missioni estere e che è stato a Niamey un mese fa, spiegando che restare lì può permettere di aiutare la popolazione e ridurre le «influenze malevoli russe e cinesi» per stabilire «rapporti paritetici e innovativi».

Un’operazione molto complessa, l’unico capitolo concreto del Piano Mattei. Ma in cui Roma non è sola: pure i tedeschi hanno mantenuto un distaccamento di soldati e cercano di studiare come procedere. La speranza, o forse il sogno, è che nel deserto rosso si possa tracciare un percorso europeo alternativo al nuovo colonialismo russo e all’eredità di quello francese.

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