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Da Falcinelli e Salis al Beccaria: violenti in nome della legge

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Quanto accaduto a Miami e gli altri casi simili sollevano una questione irrisolta: quella della formazione dei corpi di polizia
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Nel corso di un breve arco di tempo tre serie di immagini, crudeli e potenti, hanno rivelato quel male che non vogliamo riconoscere. Non è il male escatologico e metafisico, bensì quello cupamente ordinario che gli esseri umani infliggono ad altri esseri umani nei luoghi della Legge (caserme, carceri, tribunali).

A collegare Matteo Falcinelli, costretto come un animale, a Ilaria Salis, tenuta al guinzaglio e portata al processo in ceppi, e ai minorenni seviziati nelle celle dell’istituto Beccaria di Milano è una affermazione, precisa e inesorabile, che già si trova nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e che recita così: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a (trattamenti) inumani o degradanti”.

Si consideri quel degradante. Stiamo parlando di atti che perseguono e ottengono l’effetto di sfregiare la dignità dell’individuo, di umiliare il nucleo più profondo del suo essere e di mortificarne la personalità. E, infatti, in tutte quelle diverse forme di maltr…

Nel corso di un breve arco di tempo tre serie di immagini, crudeli e potenti, hanno rivelato quel male che non vogliamo riconoscere. Non è il male escatologico e metafisico, bensì quello cupamente ordinario che gli esseri umani infliggono ad altri esseri umani nei luoghi della Legge (caserme, carceri, tribunali).

A collegare Matteo Falcinelli, costretto come un animale, a Ilaria Salis, tenuta al guinzaglio e portata al processo in ceppi, e ai minorenni seviziati nelle celle dell’istituto Beccaria di Milano è una affermazione, precisa e inesorabile, che già si trova nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e che recita così: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a (trattamenti) inumani o degradanti”.

Si consideri quel degradante. Stiamo parlando di atti che perseguono e ottengono l’effetto di sfregiare la dignità dell’individuo, di umiliare il nucleo più profondo del suo essere e di mortificarne la personalità. E, infatti, in tutte quelle diverse forme di maltrattamenti emerge l’intento di annichilire l’identità del soggetto che le subisce e di annullarne la volontà. Di reificarlo: ovvero di ridurlo a cosa, sopraffatto e subalterno.

Non deve stupire che questo possa accadere in sistemi democratici come gli Stati Uniti e l’Italia e in altri illiberali, come l’Ungheria, e tanto più nei regimi totalitari. Si deve partire da un assunto: per loro natura e struttura, tutti i sistemi penitenziari sono tendenzialmente inumani e tutti gli apparati di polizia sono tendenzialmente autoritari. Il tasso di inumanità e di autoritarismo varia in relazione al variare dei parametri di solidità e ampiezza delle libertà individuali e collettive in quel determinato sistema e della sua natura più o meno liberale o più o meno dispotica.

Per questa ragione, non so se sia più risibile o sciagurato, il riflesso condizionato della destra politico-mediatica italiana, che adotta il seguente schema dialettico (si fa per dire): 1. Non si può criticare (troppo) il trattamento riservato a Ilaria Salis perché nelle carceri italiane le cose vanno addirittura peggio; 2. Non si possono criticare (troppo) gli Stati Uniti perché sono una grande democrazia e perché nelle carceri italiane le cose vanno addirittura peggio.

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Intanto va detto che, nel complesso, il sistema penitenziario italiano è probabilmente meno iniquo di quello ungherese, anche se il catalogo degli orrori che vi accadono risulta scandaloso. Ma in Italia, ecco la più significativa differenza, all’interno delle carceri operano educatori e volontari, magistrati di sorveglianza e garanti dei diritti, che hanno saputo, negli ultimi tempi, segnalare abusi e violenze. Certo, si tratta solo di una parte di quanto di illegale vi si consuma, ma l’impermeabilità delle carceri è stata incrinata.

Dunque, il punto di vista va completamente rovesciato: è possibile, e giusto, denunciare le torture e i trattamenti inumani e degradanti ovunque avvengano. E la frase «l’Italia non può dare lezioni a nessuno» è una sciocchezza sesquipedale. L’Italia può dare lezioni a chiunque esattamente nella misura in cui è capace, e deve, dare lezioni severissime a sé stessa.

Ma quanto è accaduto a Matteo Falcinelli e mille altri casi simili sollevano una questione non solo irrisolta, ma generalmente ignorata. Ovvero quella della formazione degli appartenenti ai corpi di polizia. Appare evidente che l’apprendistato di funzionari dello Stato, titolari del monopolio dell’uso legittimo della forza, sia carente sotto due profili: quello dell’educazione democratica e, dunque, del rispetto incondizionato dei diritti e delle garanzie del cittadino; e quello della capacità tecnica di mettere nelle condizioni di non nuocere chi costituisca una minaccia, ricorrendo alla minima quantità possibile di violenza. Esattamente quanto non è accaduto al nostro connazionale a Miami.

D’altra parte, una ricerca, di cui già si è parlato su queste pagine, dell’Institute for Criminal Justice Training Reform (Istituto per la riforma della giustizia penale), con sede in California, ha dimostrato come il tempo dedicato all’addestramento dei membri delle forze di polizia, calcolato in ore, varia in misura rilevantissima da Paese a Paese: si va dalle 652 ore negli Stati Uniti alle 2.250 nel Regno Unito, fino alle 4.050 in Germania. E sarebbe assai interessante conoscere quante ore sono dedicate alla formazione degli appartenenti ai corpi di polizia nel nostro Paese. In ogni caso, la questione appare davvero cruciale.

Chi, come me, non crede affatto che gli abusi e le violenze degli agenti siano l’espressione patologica di una tendenza sadica individuale ma derivino in gran parte da problemi strutturali e, appunto, dalla mancata preparazione e da uno stato di grave insicurezza, è convinto che solo un tirocinio democratico e altamente professionale possa salvare le forze di polizia da loro stesse e dalla loro stessa involuzione.

P.S. va notato che le violenze subite da Matteo Falcinelli sono state rese note grazie al fatto che fossero state riprese dalle bodycam installate sulle divise dei poliziotti, dove sono riportati anche i loro nomi. Misura adottata in un numero assai rilevante di Paesi democratici e che può contribuire all’accertamento dei fatti, a tutela dei cittadini e degli stessi agenti. In Italia, persino un dibattito serio e informato sulla questione risulta interdetto da anni.

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