Fra tutte le critiche rivolte a Elly Schlein per la firma al referendum della Cgil contro il Jobs Act, una è davvero poco convincente. La si accusa di dividere il partito, quando è evidente che lei vuole esattamente questo e ne offre numerose prove. Si prefigge di spezzare la continuità del Pd e di liquidare la maggior parte della vecchia classe dirigente
Del resto non va dimenticato che Schlein è stata eletta alla guida del partito attraverso un rocambolesco doppio referendum tra iscritti e non iscritti. Lei all’inizio non aveva nemmeno la tessera, quindi era a tutti gli effetti la leader dei non iscritti. Condizione ideale per il progetto che aveva in mente, meno utile se lo scopo fosse ricucire le varie anime del Pd, peraltro stanche ed esaurite
Prova ne sia che a parte Stefano Bonaccini, il presidente dell’Emilia-Romagna oggi capolista nel Nord-Est e di cui Elly Schlein era stata collaboratrice, quasi nessuno della vecchia guardia ha ottenuto un trattamento di favore.
C’è del…
Fra tutte le critiche rivolte a Elly Schlein per la firma al referendum della Cgil contro il Jobs Act, una è davvero poco convincente. La si accusa di dividere il partito, quando è evidente che lei vuole esattamente questo e ne offre numerose prove. Si prefigge di spezzare la continuità del Pd e di liquidare la maggior parte della vecchia classe dirigente
Del resto non va dimenticato che Schlein è stata eletta alla guida del partito attraverso un rocambolesco doppio referendum tra iscritti e non iscritti. Lei all’inizio non aveva nemmeno la tessera, quindi era a tutti gli effetti la leader dei non iscritti. Condizione ideale per il progetto che aveva in mente, meno utile se lo scopo fosse ricucire le varie anime del Pd, peraltro stanche ed esaurite
Prova ne sia che a parte Stefano Bonaccini, il presidente dell’Emilia-Romagna oggi capolista nel Nord-Est e di cui Elly Schlein era stata collaboratrice, quasi nessuno della vecchia guardia ha ottenuto un trattamento di favore.
C’è della coerenza in questi comportanti, come ha osservato con rispetto Giorgio Gori, uno che il Jobs Act lo difende e non intende firmare patti con Landini. Il punto è che la segretaria è una donna di temperamento, ma di sicuro non è portata ai compromessi, alle intese che richiedono una tessitura. Tant’è che Bonaccini ha cercato un tema, almeno uno, su cui il partito sia compatto e lo ha individuato nella battaglia per il salario minimo. Ha ragione.
Se ne potrebbe citare un altro, tuttavia più generico: la sanità pubblica da rifinanziare (non si dice come). Dunque è chiaro che il futuro del Pd modello Schlein è a sinistra, in alleanza-competizione con Giuseppe Conte e con il gruppo Fratoianni-Bonelli.
Tutti i rilievi che le vengono mossi si fondano sulle ambiguità di una linea che può essere doppia, salvo eccezioni, a cominciare dalla politica estera, per proseguire con l’economia sociale e i diritti. Quasi mai s’intravede la ricerca di una sintesi che unisca il partito, si preferisce accettare che ciascuno si muova come preferisce, in una mescolanza di voci e d’intenzioni.
Ovvio che la segretaria ha le sue idee, ma ritiene opportuno lasciare le briglie lunghe a chi vuole sostenerne altre. È la strategia volta a recuperare consensi pescando nel mare delle astensioni; ovvero tra coloro che hanno smesso di votare Pd in quanto delusi dalla tendenza alle politiche ingessate e “di palazzo”.
È un azzardo, non c’è dubbio, e finora i dati delle elezioni parziali non sono confortevoli. Tuttavia non ci sono indizi di un cambio di passo, anzi. Il che ha autorizzato altre critiche: aver distrutto l’area riformista all’interno del Pd e al tempo stesso aver consentito a Conte di presentarsi come il leader di riferimento dei progressisti.
Per quanto riguarda il destino dei riformisti, è evidente che la segretaria non li ama. Anche perché la sua idea di riforme non coincide con quella di chi guarda a modelli liberali. Per lei è una riforma abolire la legge sul lavoro voluta da Renzi.
Tuttavia la cosiddetta area riformista non sta facendo molto per affermare una volontà, una visione del partito. Al momento attende rassegnata che la leader perda le elezioni: un po’ poco come strategia.
L’altro appunto che viene fatto a Schlein non va sottovalutato. Riguarda la tendenza a lasciare a Conte l’iniziativa. Se aveva deciso di firmare il referendum della Cgil, forse conveniva non arrivare seconda dopo il capo dei 5S e quindi apparire da lui condizionata. Può essere uno sbaglio firmare, ma almeno conviene trasformare la firma in una mossa politica anticipatrice. Anche per inseguire quei voti dispersi che si vorrebbero ritrovare.