Salone del libro, lo spettro della censura
di Dario OliveroSfidando il senso del ridicolo nello scomodare tanta citazione, si potrebbe dire che uno spettro si aggira per i padiglioni del Salone del Libro di Torino: lo spettro della censura. Subita, temuta, esercitata, evitata, scongiurata, esibita. Censura non da parte della direzione del Lingotto, ovviamente.
Annalena Benini ha ribadito di aver lavorato «in piena libertà» e l’invito al Salone di un monumento al coraggio intellettuale come Salman Rushdie è un messaggio inequivocabile.
Tuttavia il Salone è particolarmente permeabile a quanto avviene nel Paese: Antonio Scurati censurato dalla Rai il 25 aprile, i provvedimenti disciplinari contro giornalisti del servizio pubblico e lo sciopero “sabotato”, Luciano Canfora rinviato a giudizio per la causa intentatagli dalla presidente del Consiglio, la ministra Roccella che, con una sincronicità che avrebbe sbalordito lo stesso Jung, viene contestata dagli studenti per le sue posizioni sulla maternità a Roma come l’anno scorso proprio qui al Sa…
Sfidando il senso del ridicolo nello scomodare tanta citazione, si potrebbe dire che uno spettro si aggira per i padiglioni del Salone del Libro di Torino: lo spettro della censura. Subita, temuta, esercitata, evitata, scongiurata, esibita. Censura non da parte della direzione del Lingotto, ovviamente.
Annalena Benini ha ribadito di aver lavorato «in piena libertà» e l’invito al Salone di un monumento al coraggio intellettuale come Salman Rushdie è un messaggio inequivocabile.
Tuttavia il Salone è particolarmente permeabile a quanto avviene nel Paese: Antonio Scurati censurato dalla Rai il 25 aprile, i provvedimenti disciplinari contro giornalisti del servizio pubblico e lo sciopero “sabotato”, Luciano Canfora rinviato a giudizio per la causa intentatagli dalla presidente del Consiglio, la ministra Roccella che, con una sincronicità che avrebbe sbalordito lo stesso Jung, viene contestata dagli studenti per le sue posizioni sulla maternità a Roma come l’anno scorso proprio qui al Salone e fa appello polemicamente agli scrittori che hanno difeso Scurati per avere lo stesso trattamento di fronte alla censura subita.
Oppure Vittorio Sgarbi che si lamenta di non aver potuto presentare il suo libro in quanto “candidato”, mentre già si attende di vedere che accadrà con Matteo Salvini al Lingotto.
Poco importa se a essere censurato sia un privato cittadino, un intellettuale, un giornalista o chi fa parte del governo: questa banale distinzione viene travolta con lo scivolamento semantico tipico di questi tempi: se tutti subiamo censura tutti siamo vittime allo stesso modo. Se tutto è censura, nulla lo è.
Ma l’appuntamento del Salone di Torino cambia i pesi della discussione. Perché, così come esistono date simbolo nel nostro calendario repubblicano che diventano incandescenti per la destra, soprattutto ora che è al potere (superfluo ricordare come siamo appena usciti da 25 Aprile e Primo Maggio), esistono anche luoghi simbolo.
Al Salone arrivano migliaia di persone accomunate sostanzialmente da una caratteristica: impiegano il proprio tempo e il proprio denaro per la conoscenza. Sono un campione che sfugge alla statistica, di ogni età, provenienza e ceto sociale, di altissima alfabetizzazione.
Leggono più libri all’anno, riconoscono la resilienza della carta, sanno che proprio sulla carta si fonda la nostra civiltà perché è molto più difficile falsificare un documento d’archivio che uno digitale, rispettano la tradizione che si tramanda attraverso la parola scritta e decidono di impiegare volontariamente il poco tempo che resta nelle nostre vite connesse con un atto che resta uno dei caratteri migliori dell’umanità.
In un mondo perfetto sarebbero un’élite culturale, vale a dire un insieme di individui organizzati in grado di determinare la politica. Avrebbero, attenzione alle parole, l’egemonia culturale.
Ma raramente la conoscenza o il suo desiderio va d’accordo con la politica e ancor più raramente la politica riesce a colmare con la prassi la conoscenza. E ancora più raramente un desiderio individuale, esistenziale e personale — specie in assenza di centrali collettive di senso — trova un ponte verso l’altro.
Per i prossimi quattro giorni il Salone sarà il palcoscenico dove questa élite non organizzata ascolterà, leggerà e discuterà per farsi un’idea di dove sta andando questo Paese e se la sua classe dirigente abbia un’idea di futuro. Questo giornale è al Salone. Aspettiamo all’Arena Robinson Repubblica chiunque voglia, insieme a noi, trovare qualche risposta.