Gli Stati Uniti e quel filo da Gaza a Mosca
di Paolo GarimbertiC’è una triangolazione tra Washington, Gerusalemme e Mosca, dalla quale può dipendere l’esito delle elezioni presidenziali americane di novembre. E la coincidenza temporale tra il durissimo scontro Biden-Netanyahu su Rafah e le bellicose dichiarazioni anti-occidentali di Vladimir Putin, durante le celebrazioni per la vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale, serve a sottolineare questo collegamento.
L’intervista di Biden alla Cnn, nella giornata di mercoledì 8 maggio, in cui ha sfogato tutta la sua frustrazione per l’ostinata “disobbedienza” del premier israeliano («Ho detto chiaramente a Bibi…», con il ricorso al nomignolo a tradire un’ira funesta), ha segnato una svolta in 76 anni di relazioni diplomatiche e di alleanza politico-militare.
Gli Stati Uniti erano stati il primo Paese al mondo a riconoscere Israele: Harry Truman lo aveva annunciato undici minuti dopo che lo Stato ebraico aveva dichiarato la propria indipendenza nel 1948.
Da allora altri preside…
C’è una triangolazione tra Washington, Gerusalemme e Mosca, dalla quale può dipendere l’esito delle elezioni presidenziali americane di novembre. E la coincidenza temporale tra il durissimo scontro Biden-Netanyahu su Rafah e le bellicose dichiarazioni anti-occidentali di Vladimir Putin, durante le celebrazioni per la vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale, serve a sottolineare questo collegamento.
L’intervista di Biden alla Cnn, nella giornata di mercoledì 8 maggio, in cui ha sfogato tutta la sua frustrazione per l’ostinata “disobbedienza” del premier israeliano («Ho detto chiaramente a Bibi…», con il ricorso al nomignolo a tradire un’ira funesta), ha segnato una svolta in 76 anni di relazioni diplomatiche e di alleanza politico-militare.
Gli Stati Uniti erano stati il primo Paese al mondo a riconoscere Israele: Harry Truman lo aveva annunciato undici minuti dopo che lo Stato ebraico aveva dichiarato la propria indipendenza nel 1948.
Da allora altri presidenti americani avevano avuto momenti di tensione con i governi israeliani, rinviando forniture militari o finanziamenti. Lo aveva fatto Ronald Reagan, ritardando la consegna di aerei e munizioni per segnalare la contrarietà all’intervento israeliano in Libano. Lo aveva fatto George Bush padre, perché non voleva finanziare con soldi americani gli insediamenti in Cisgiordania.
Ma nessuno era arrivato a uno scontro così plateale come Joe Biden, con la sua sdegnata ammissione che armi americane sono state usate per uccidere civili a Gaza e con la decisione di sospendere la fornitura di 3.500 bombe a Israele: una sconfessione della linea di Netanyahu, apertamente dichiarata alla Cnn («stiamo voltando le spalle alla capacità di Israele di condurre la guerra»). Alla quale il premier israeliano ha risposto con sprezzante durezza, ordinando l’incursione a Rafah la mattina dopo (martedì 7 maggio) una telefonata di mezz’ora con Biden e postando su X il discorso pronunciato una settimana prima allo Yad Vashem: «Se Israele sarà costretto a restare da solo, Israele rimarrà da solo».
Secondo Cliff Kupchan, che presiede l’Eurasia Group, è stato toccato il punto più basso nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Ma, ha aggiunto, «Biden non aveva scelta perché la guerra è un intralcio per la sua campagna elettorale, per il Partito democratico e per il prestigio degli Stati Uniti nel mondo».
In effetti i rifiuti di Israele scoloriscono l’immagine della superpotenza americana (facile immaginare un Putin gongolante) e i ripetuti insuccessi delle ormai innumerevoli missioni del segretario di Stato Blinken e del capo della Cia Burns ne sono una testimonianza, ancor più se si mettono in controluce alle storiche “navette” mediorientali di Henry Kissinger. Anche se il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha cercato di sdrammatizzare, in un seminario pubblico la scorsa settimana, ricordando che la diplomazia è «ricevere decine di no per ottenere un sì finale».
Ma è ancora di più sul piano interno, cioè la campagna elettorale per le presidenziali di novembre, che Biden, come dice Kupchan, non aveva altra scelta.
Le avvisaglie dell’effetto negativo di un sostegno acritico a Israele si erano già avute nel Super Martedì, quando la disaffezione degli elettori democratici si era manifestata nelle urne di diversi Stati. È soprattutto nel voto giovanile che Biden rischia di scontare un pesante deficit di consensi.
Secondo un sondaggio dell’Harvard Institute of Politics’ Youth, condotto tra l’altro prima delle clamorose manifestazioni nei campus universitari, il 76 per cento della popolazione tra i 18 e i 29 anni disapprova la condotta di Biden nella gestione della guerra di Gaza. E, afferma un altro sondaggio, di Gallup, sebbene il 51 per cento degli americani resti simpatizzante di Israele, oggi il 27 per cento è più favorevole ai palestinesi (rispetto al 12 per cento di dieci anni fa).
Secondo il New York Times, che ha pubblicato le rilevazioni, questo cambiamento, che è soprattutto generazionale, è dovuto “anche a un decennio in cui gli attivisti filo-palestinesi hanno lavorato per collegare la causa palestinese a problemi interni degli Stati Uniti, come Black Lives Matter”.
Il beneficiario passivo di questa situazione sta a Mosca. È Vladimir Putin, che il 7 maggio ha giurato al Cremlino, con una sfarzosa cerimonia di stampo zarista, per il suo quinto mandato da presidente. E il 9 maggio dalla Piazza Rossa, per la parata del “giorno della Vittoria”, ha lanciato nuovamente moniti all’Occidente e minacce nucleari.
Il candidato preferito da Putin per la Casa Bianca, soprattutto per la guerra in Ucraina, è Trump. Come ha promesso Sullivan nel seminario pubblico a Washington la settimana scorsa, Biden se rieletto continuerebbe a sostenere militarmente Kiev. Perciò per Putin più continua la guerra a Gaza, meglio è, perché sarebbe un ostacolo alla conferma di Biden.
E così si chiude la triangolazione: come ha perfettamente chiosato Edward Luce sul Financial Times, “quello che è bene per Netanyahu è bene per Putin, e di conseguenza per Trump”.