L’inchiesta di Genova e la doppia morale della destra
di Massimo GianniniHanno resistito ventiquattr’ore. Giusto il tempo di capire che nell’inchiesta sulla “Liguria da bere” che ha travolto Giovanni Toti non c’è solo lo champagne, versato a fiumi sul panfilo Leila 2 dall’amico Aldo Spinelli insieme all’allegra compagnia di giro dei signori dello shipping. C’è anche la “ciccia”, cioè i soldi, almeno due milioni transitati dal Fronte del Porto al “Governatorissimo” della Regione, i soliti traffici opachi che sempre prosperano nella zona grigia tra affari e politica. Ora che l’hanno compreso, ministri e manutengoli rispolverano un classico della letteratura giudiziaria della Seconda Repubblica: la “giustizia a orologeria”.
Da Salvini a Musumeci, da Crosetto a Urso. Persino Santanchè, già azzoppata da una richiesta di rinvio a giudizio per truffa ai danni dell’Inps. Tutti, tra governo e dintorni, avanzano il ferale dubbio: perché le toghe si muovono proprio adesso, a meno di un mese dal voto? Omettono di dire che l’inchiesta è nata a Spezia nel 2020, e che l…
Hanno resistito ventiquattr’ore. Giusto il tempo di capire che nell’inchiesta sulla “Liguria da bere” che ha travolto Giovanni Toti non c’è solo lo champagne, versato a fiumi sul panfilo Leila 2 dall’amico Aldo Spinelli insieme all’allegra compagnia di giro dei signori dello shipping. C’è anche la “ciccia”, cioè i soldi, almeno due milioni transitati dal Fronte del Porto al “Governatorissimo” della Regione, i soliti traffici opachi che sempre prosperano nella zona grigia tra affari e politica. Ora che l’hanno compreso, ministri e manutengoli rispolverano un classico della letteratura giudiziaria della Seconda Repubblica: la “giustizia a orologeria”.
Da Salvini a Musumeci, da Crosetto a Urso. Persino Santanchè, già azzoppata da una richiesta di rinvio a giudizio per truffa ai danni dell’Inps. Tutti, tra governo e dintorni, avanzano il ferale dubbio: perché le toghe si muovono proprio adesso, a meno di un mese dal voto? Omettono di dire che l’inchiesta è nata a Spezia nel 2020, e che le richieste di arresto ben sei pm di Genova le hanno formulate il 27 dicembre 2023, ben lontane dalle Europee. Fingono di non sapere che poi alla gip Paola Faggioni — che ha convalidato quelle richieste di arresto — sono serviti mesi per valutare le oltre 1.500 pagine della Procura. Poco importa: alle destre al comando, oggi, premono essenzialmente due urgenze.
La prima urgenza è mediatica. Si tratta di uscire dall’angolo di questa scomodissima Toti-connection convincendo i cittadini-elettori che, anche stavolta, le toghe rosse in combutta con la sinistra politica congiurano contro questa coalizione di patrioti, per sconfiggerla con le manette e non nelle urne. Va così da trent’anni esatti, cioè dal famigerato “avviso a comparire” consegnato dal pool di Milano al Cavaliere appena diventato premier, alla vigilia della Conferenza internazionale sulla criminalità organizzata a Napoli il 22 novembre 1994. Da allora, la “giustizia a orologeria” è la coperta di Linus con la quale i leader politici si riparano dalle presunte “aggressioni” della magistratura.
Dunque, nulla di nuovo sotto il sole. Se non che di fronte ad altre inchieste appena aperte ma a carico dell’opposizione — come quella sulla Puglia di un altro Governatorissimo, Michele Emiliano — la maggioranza deve aver smarrito l’orologio. Nessuno grida al complotto. Anzi, quasi si compiace. È ovvio: anche la “doppia morale” — che a parità di situazione ti spinge ad assolvere i tuoi e a condannare gli altri — è un altro collaudato topos del garantismo alle vongole degli ex, post o neo-berlusconiani.
Ministri che non hanno battuto ciglio di fronte al trattamento barbaro subito a Budapest da Ilaria Salis in tribunale con le catene, oggi si indignano perché a Toti gli arresti domiciliari sono stati notificati alle tre di notte in albergo. Vorrei tranquillizzarli citando un fatto personale, cosa che non faccio mai ma che in questo caso serve a dimostrare il livello di intimidazione cui la libera stampa è sottoposta ormai in questo Paese. Un mese fa, proprio alle 4 di notte — mentre dormivo in un hotel a Milano dopo una puntata di Che Tempo Che Fa — quattro agenti in divisa hanno bussato alla mia porta per notificarmi una querela per diffamazione, forse di un altro ministro. È andata meglio a me che a Toti, perché non mi hanno arrestato e ho dormito un’ora più di lui. Ma così è, se vi pare.
La seconda urgenza è politica. Capitan Salvini butta lì una domanda insensata, che però trasuda veleno: «Se ci fossero microspie negli uffici di qualche magistrato, per quanto tempo continuerebbe a fare il suo lavoro?». Musumeci va dritto alla questione: «Da trent’anni la magistratura avanza in spazi non suoi, e se avanza la magistratura arretra la politica». Come fa la stessa Santanchè, dal suo pulpito quasi surreale: «Credo che in questo Paese ci sia bisogno di riformare la giustizia».
Ecco cosa è davvero urgente: ancora una volta, «riformare la giustizia». Il Guardasigilli Nordio ha annunciato il suo menù, al quale ora si aggiungono i piatti più forti: la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, un secondo Csm, formato per sorteggio, e forse l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Gli obiettivi sono chiari. Punire le toghe e disarmare la magistratura, riportandola in modo diretto o indiretto sotto il controllo della politica. Nulla che aiuti i cittadini-utenti, vittime di una giustizia lenta e farraginosa. Nulla che serva a migliorare l’efficienza dei tribunali e a velocizzare i tempi dei processi civili e penali. Solo scudi protettivi per il potere politico, ai danni di un altro potere dello Stato.
Si tratta anche in questo caso di norme che deformano la Costituzione repubblicana. “Riforme-slogan”, frutto del populismo e pensate solo per sottomettere i magistrati, come sostiene Armando Spataro. “Pseudo-riforme”, che ci fanno uscire dalla Carta del ’48 svilita a merce di scambio, come avverte Gaetano Azzariti. E qui, l’urgenza del governo diventa in emergenza democratica.
Questa bassa macelleria giudiziaria uscita dalla bottega di Nordio sta molto a cuore a Forza Italia, e completa la radicale manomissione dei principi costituzionali cui sta alacremente lavorando l’Armata Meloniana. La «madre di tutte le riforme», l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è cara alla Sorella d’Italia e ai suoi Fratelli: ridurrà il presidente della Repubblica a notaio, il Parlamento a votificio, la Consulta ad assemblea di condominio. L’Autonomia Differenziata — che distrugge la sanità pubblica, trasferisce 23 materie alle Regioni e 75 miliardi dai territori poveri del Sud a quelli ricchi del Nord — è invece il feticcio caro alla Lega.
I tre partiti della coalizione scambiano tra loro altrettanti vessilli ideologici, che interessano solo alle rispettive nomenclature politiche e constituency elettorali. E lo fanno a spese della democrazia e della Costituzione, che smette di essere la Casa di tutti gli italiani e diventa la casamatta delle destre. Stupisce Meloni: figlia di una cultura politica che ha fatto della “unità della Nazione” la sua fiamma, si presta a un gioco allo sfascio così dissennato?
Questo disegno illiberale e irresponsabile, divisivo e tecnicamente “eversivo”, tradisce insofferenza verso tutte le istituzioni di garanzia e intolleranza verso ogni forma di dissenso. Il caso Roccella, nel merito, vale poco: quindici studenti in fondo a una platea contestano in modo non violento una ministra, che sta sul palco con un microfono in mano, e amen.
Ma quel caso, nel metodo, dice molto: riflette un dispositivo del potere, che se contestato si auto-vittimizza, gridando alla censura e trasformando i contestatori in carnefici. Così la premier — inabile per scelta a definirsi antifascista — può dire impunemente che i “veri fascisti” sono gli studenti, “violenti” fino al punto di negare la parola all’esponente di un governo che possiede la Rai, è sostenuto da tre reti Mediaset, controlla attraverso un deputato leghista tre giornali e ora si sta comprando anche la seconda agenzia di stampa del Paese.
È il paradosso dei paradossi: il potere non censura, è censurato. La polizia non carica, è caricata. E gli intellettuali che non solidarizzano, chiamati ancora una volta per nome — Saviano, Lagioia, Valerio — sono complici, e per questo meritano la gogna pubblica o la denuncia penale.
Così si avvelenano i pozzi. In un’Italia in cui si moltiplicano i focolai di tensione sociale, spetta prima di tutto alla politica spegnerli, usando responsabilità e misura, invece di “chiamare” ogni volta una violenza di cui al momento, per fortuna, non si vede traccia nelle piazze.
Domani (domenica 12 maggio) ricorre un anniversario doloroso: il 12 maggio 1977, durante un corteo dei radicali per i diritti delle donne, Giorgiana Masi veniva uccisa da un agente in borghese. Quelli sì — e non questi — erano anni violenti, di piombo e di sangue. Se volete davvero che non tornino, smettete almeno di evocarli.