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Un argine ai soldi dei privati

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Il caso Genova impone una riflessione seria sul quadro che emerge dai rapporti tra imprenditori e amministratori e sulle forme del finanziamento alla politica
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Il futuro della regione Liguria ma soprattutto del porto più importante d’Italia e dei giganteschi investimenti pubblici per ampliarlo è nelle mani del presidente Giovanni Toti, attualmente agli arresti domiciliari. Sua la scelta di continuare a tenere in ostaggio l’istituzione che presiede, con il rischio di paralizzare tutto il sistema portuale, oppure lasciare l’incarico e riacquistare la libertà di difendersi nel processo senza più pressioni esterne.

Ma al di là del destino personale dell’indagato, che si ha l’obbligo di considerare innocente fino a prova contraria, il caso Genova impone una riflessione seria e non contingente sul quadro che emerge dai rapporti tra imprenditori e amministratori e, soprattutto, sulle forme del finanziamento alla politica. Ipotizziamo solo per un momento che non siano stati commessi reati. Che i braccialetti di Cartier, le gite a cinque stelle a Las Vegas e Montecarlo, i “massaggi” da mille euro a botta, fossero solo una dimostrazione di solidarietà…

Il futuro della regione Liguria ma soprattutto del porto più importante d’Italia e dei giganteschi investimenti pubblici per ampliarlo è nelle mani del presidente Giovanni Toti, attualmente agli arresti domiciliari. Sua la scelta di continuare a tenere in ostaggio l’istituzione che presiede, con il rischio di paralizzare tutto il sistema portuale, oppure lasciare l’incarico e riacquistare la libertà di difendersi nel processo senza più pressioni esterne.

Ma al di là del destino personale dell’indagato, che si ha l’obbligo di considerare innocente fino a prova contraria, il caso Genova impone una riflessione seria e non contingente sul quadro che emerge dai rapporti tra imprenditori e amministratori e, soprattutto, sulle forme del finanziamento alla politica. Ipotizziamo solo per un momento che non siano stati commessi reati. Che i braccialetti di Cartier, le gite a cinque stelle a Las Vegas e Montecarlo, i “massaggi” da mille euro a botta, fossero solo una dimostrazione di solidarietà disinteressata per degli “amici in difficoltà”. E che le decine di migliaia di euro in contributi elettorali, le pubblicità occulte, i voti promessi a pacchi e per caseggiati, fossero la pura testimonianza di una comunanza di ideali politici. Ammettiamolo pure e accettiamo la parte che ci suggeriscono i commentatori e gli esponenti del centrodestra, ovvero quella di Alice nel Paese delle meraviglie. Il problema resta comunque grande come la diga del porto. Perché mai un’impresa privata dovrebbe finanziare un amministratore locale se non in cambio della promessa di un trattamento di favore in sede di appalti o concessioni pubbliche? È la grande questione del finanziamento della politica, che a trent’anni da Mani Pulite ancora non ha trovato una soluzione.

Con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ha ricordato giorni fa sul Foglio Enrico Letta — il premier che decise il taglio sull’onda anti-casta — , erano state previste delle norme di trasparenza dei finanziamenti privati che poi non vennero mai approvate. E siamo ancora fermi a quel punto, al conflitto di interessi macroscopico fra il politico che riceve i soldi con la mano destra, mentre con la sinistra concede un appalto pubblico (in maniera diretta e senza gara, perché in Italia la deroga delle regole è l’unica regola) a quello stesso imprenditore che l’ha finanziato. Generando così in un un solo momento un’ingiustizia verso le altre imprese, un uso distorto dei soldi dei contribuenti ed esponendo se stesso al rischio di commettere un reato. È un circuito perverso che produce diseconomie e illeciti, che droga il mercato e porta inevitabilmente a una spesa pubblica fuori controllo. Si pensi solo al caso della diga di Genova, “la diga di Spinelli”, che inizialmente sarebbe dovuta costare 900 milioni, poi lievitati a un miliardo e 400 milioni e poi chissà. Nel senso che nessuno è in grado di prevedere quanto sarà il prezzo finale dell’opera. Ma lo stesso discorso si potrebbe fare per il Ponte sullo Stretto di Messina o per qualsiasi cantiere piccolo o grande del Paese delle deroghe.

Ora, non si vuole qui arrivare a dire di ripristinare il vecchio finanziamento pubblico ai partiti. L’opinione pubblica probabilmente non lo accetterebbe e nessuna forza politica appare oggi in grado — salvo voci isolate come Pier Ferdinando Casini — di assumersi l’onere di riproporlo. Eppure il problema di una regolamentazione esiste ed è urgente affrontarlo nell’unico modo possibile, ossia sul lato dei privati. È tempo di immaginare un argine tra la politica e l’impresa, in modo che quest’ultima non possa pensare di sedersi a capotavola dopo aver assoggettato l’amministrazione con finanziamenti e regali. Un filtro necessario anche per tutelare le imprese che non hanno santi in paradiso, che non hanno in tasca — come sciò Aldo Spinelli — tutti i partiti di destra e di sinistra e non accettano di piegarsi al pagamento di questa tassa occulta al potere che rasenta la concussione.

Ieri Carlo Calenda ha presentato una proposta di legge per creare un filtro tra mondo delle imprese e pubblica amministrazione. Si prevede sostanzialmente un divieto di contribuiti e donazioni a partiti, amministratori e fondazioni politiche da parte di imprese in rapporti con lo Stato e le istituzioni locali, beneficiarie di concessioni, sovvenzioni o appalti pubblici. È un’idea, per quanto molto rigida. E ha il difetto di lasciare la scrittura delle norme nelle mani del governo, attraverso una legge delega. Ce ne possono essere delle altre, altrettanto o più efficaci. Come l’istituzione di un’autorità indipendente che controlli i bilanci di partiti e fondazioni. L’importante è che se ne inizi a parlare, magari con una sessione parlamentare ad hoc che riunisca le tante proposte che ammuffiscono negli archivi di Camera e Senato. Sarebbe un grande passo avanti per il Paese, questa sì una riforma “istituzionale” necessaria e utile, per evitare domani di svegliarsi e scoprire che il caso Toti era solo la prima avvisaglia di un sistema criminogeno diffuso in maniera capillare in tutta Italia.

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