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Lo slalom di von der Leyen tra centro e destra

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L’ultimo passaggio di von der Leyen in Italia, tra non pochi caveat e qualche torsione di immagine, suggerisce di dare uno sguardo, tra le molte variabili in vista delle nomine di vertice a Bruxelles, alla dinamica interna a Berlino anche in prospettiva europea.

La Germania si avvicina alle elezioni di giugno con un’opinione pubblica meno coinvolta di quanto avvenga altrove. Tale atteggiamento di “attento distacco” si spiega con la consolidata abitudine dei partiti tedeschi di “investire” sull’Assemblea Parlamentare europea attraverso rappresentanti da professionalizzare sui dossier a beneficio degli interessi di Berlino. Eurodeputati per lo più poco noti al grande pubblico. Si evitano, di norma, candidature di personalità già presenti nelle istituzioni nazionali, in particolare il Bundestag. A maggior ragione non sono i leader a prestare il loro volto per candidature potenzialmente sanzionabili dall’elettorato che non ne comprenderebbe il senso. A riprova, anche in senso inverso, del…

L’ultimo passaggio di von der Leyen in Italia, tra non pochi caveat e qualche torsione di immagine, suggerisce di dare uno sguardo, tra le molte variabili in vista delle nomine di vertice a Bruxelles, alla dinamica interna a Berlino anche in prospettiva europea.

La Germania si avvicina alle elezioni di giugno con un’opinione pubblica meno coinvolta di quanto avvenga altrove. Tale atteggiamento di “attento distacco” si spiega con la consolidata abitudine dei partiti tedeschi di “investire” sull’Assemblea Parlamentare europea attraverso rappresentanti da professionalizzare sui dossier a beneficio degli interessi di Berlino. Eurodeputati per lo più poco noti al grande pubblico. Si evitano, di norma, candidature di personalità già presenti nelle istituzioni nazionali, in particolare il Bundestag. A maggior ragione non sono i leader a prestare il loro volto per candidature potenzialmente sanzionabili dall’elettorato che non ne comprenderebbe il senso. A riprova, anche in senso inverso, della specificità di questo circuito parallelo ma silenzioso sul piano nazionale, le stesse figure tedesche di spicco a livello di Parlamento Europeo, non hanno negli anni capitalizzato tale posizione una volta rientrate in patria. Fu il caso dei due più recenti presidenti tedeschi dell’Assemblea di Strasburgo, il democristiano Pöttering (dal 2007 al 2009) e il Socialista Schulz (dal 2012 al 2017) ad entrare velocemente in un cono d’ombra dopo il ritorno in Germania. Schulz con il fragore di un pessimo risultato elettorale (per sé e per la Spd) allorché sfidò velleitariamente Merkel alle politiche del 2017.

Una mancata osmosi di leader (ma per lungo tempo non certamente di «politiche») tra Berlino e Bruxelles. Il quadro interno cui si confronta oggi Ursula von der Leyen vede la perdurante sofferenza di una coalizione di governo mai coesa e in caduta di consensi; un complicato rapporto con Parigi sullo sfondo di quel rivolgimento geopolitico nel quale gli asset di ieri (Stati Uniti, Russia e Cina) preannunciano già da oggi più di un mal di testa domani. Cambio di paradigma cui si affianca lo spauracchio della formazione di ultradestra AfD, che dall’est del Paese si è fatta minacciosamente sotto anche nella parte occidentale. E che chiama in causa proprio la Cdu, fuori dal governo e decisa a a rincorrere l’ultradestra su temi comunque cari ai conservatori. Dalla migrazione, alla difesa, al nucleare, ad una rivisitazione «pragmatica», cioè attenuata, del Green Deal.

Un sommovimento a destra che configura lo spauracchio sempre temuto da Adenauer (e comunque mantenuto a distanza) con la formula del “mai niente a destra della Cdu” quale bussola per la Germania del dopoguerra e per i decenni successivi. Non è più cosi con tutta evidenza e la Cdu, tra prudenza di linguaggio ed accelerazione di messaggi, certifica di di aver voltato pagina rispetto all’era Merkel. Segnale questo emerso chiaramente nell’ultimo Congresso del partito ad inizio maggio a Berlino. E con non pochi segnali in tal senso del suo stesso presidente Merz.

Se dunque il maggior partito tedesco ammicca sui contenuti a destra pur assicurando di non varcare linee rosse, la notizia è di scarso conforto per von der Leyen che, volendo cucire e ricucire con molti ma senza aggiungere scivolate di percorso, sarà chiamata a gestire la sua candidatura per un secondo mandato al Berlaymont districandosi tra tiepidi consensi e malcelate ostilità. A partire dai suoi stessi compagni di partito.

Il tutto sapendo che le condizioni non sono più quelle del 2019 con il «salvataggio di Merkel ad opera di Macron» proprio con la candidatura «Ursula». Peraltro ratificata dal Parlamento Europeo di allora per soli 9 voti.

Silenzioso impegno su due fronti, dunque, Consiglio Europeo e forze parlamentari, per un’indebolita von der Leyen. Oggi nella difficile e singolare condizione di poter aspirare alla conferma con maggiori probabilità di successo in caso di «stallo» generalizzato. Dentro il paradosso che proprio un’affermazione della «sua» stessa Cdu (qualche punto sopra il 31 per cento circa attribuitole dai sondaggi) ne abbasserebbe le possibilità di vedersi confermata come Presidente della Commissione.

Una von der Leyen identificata come epigono di Merkel e molto espostasi in questi anni a Bruxelles, a partire dalla normativa verde in coppia con il suo vice presidente, il socialista Timmermans, indurrebbe la nuova dirigenza democristiana a Berlino, senza particolari sofferenze, a sacrificarla.

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