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Ora cambiare il sistema di voto

Italian Prime Minister Giorgia Meloni looks on, on the day she meets with NATO Secretary-General Jens Stoltenberg at Palazzo Chigi, in Rome, Italy, May 8, 2024. REUTERS/Remo Casilli (reuters)
Il punto del 18 maggio 2024
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L’Italia non è proprio fortunata con le leggi elettorali. Forse perché non vuole esserlo, nel senso che è troppo forte la tentazione di piegare a fini politici le modalità tecniche del voto. Sta di fatto che siamo l’unico tra i grandi paesi europei in cui i modelli elettorali cambiano con straordinaria rapidità e spesso creano dei cortocircuiti, come dimostra il ricorso — giudicato ammissibile — dei radicali alla Corte europea dei diritti umani, relativo alle ultime elezioni politiche (settembre 1922). Gran Bretagna, Francia, Germania vanno a votare in modi diversi, ma tutti al di sopra di ogni sospetto. L’Italia, no. Qui si tende all’astruseria tecnica volta di solito a mescolare le carte, così da spezzare o quanto meno indebolire il rapporto tra l’eletto e i suoi elettori.

Il fatto che il ricorso sia ammissibile, non significa che la Corte abbia già deciso. Tutt’altro. Ora il governo Meloni ha tempo fino alla fine di luglio per presentare una memoria difensiva. In pratica, si tratt…

L’Italia non è proprio fortunata con le leggi elettorali. Forse perché non vuole esserlo, nel senso che è troppo forte la tentazione di piegare a fini politici le modalità tecniche del voto. Sta di fatto che siamo l’unico tra i grandi paesi europei in cui i modelli elettorali cambiano con straordinaria rapidità e spesso creano dei cortocircuiti, come dimostra il ricorso — giudicato ammissibile — dei radicali alla Corte europea dei diritti umani, relativo alle ultime elezioni politiche (settembre 1922). Gran Bretagna, Francia, Germania vanno a votare in modi diversi, ma tutti al di sopra di ogni sospetto. L’Italia, no. Qui si tende all’astruseria tecnica volta di solito a mescolare le carte, così da spezzare o quanto meno indebolire il rapporto tra l’eletto e i suoi elettori.

Il fatto che il ricorso sia ammissibile, non significa che la Corte abbia già deciso. Tutt’altro. Ora il governo Meloni ha tempo fino alla fine di luglio per presentare una memoria difensiva. In pratica, si tratta di convincere il tribunale europeo che la nostra legge elettorale non costituisce una ferita, un “vulnus” per i diritti del cittadino. Le questioni esposte non sono di facile comprensione, ma hanno a che fare con la libertà di voto: in particolare riguardano la possibilità di esprimere due opzioni diverse nella parte proporzionale e in quella maggioritaria della lista; nonché il diritto a non soggiacere all’automatismo per cui, a certe condizioni, il voto dato nel maggioritario viene trasferito alla lista corrispondente nel reparto proporzionale.

Non sono temi destinati a emozionare l’opinione pubblica. E nemmeno, va detto, a invalidare il risultato del settembre ’22, come spera qualche avversario del governo in carica. Tuttavia, ove mai fosse accolto il ricorso, sarebbe una pessima figura per l’Italia. Del resto, non sarebbe nemmeno la prima. Il compianto avvocato Felice Besostri, da poco scomparso, era considerato il mago dei ricorsi contro le leggi elettorali zoppicanti. Scavando nei dettagli, cioè nei punti in apparenza secondari, Besostri era riuscito a smantellare negli anni sia il Porcellum sia l’Italicum (come venivano definiti sui giornali attraverso l’uso del “latinorum”). Ora la sua lezione vive nell’iniziativa messa in atto dai radicali. Ma c’è di più. Quale che sia la decisione della Corte europea, è evidente che le legge elettorale collegata alla riforma del “premierato”, e quindi ancora da approvare in Parlamento, è destinata a cambiare. Proprio perché è oggetto fin d’ora di contestazioni, a cominciare dalla mancanza di una soglia accettabile per accedere al premio di maggioranza.

La formula attuale contiene già in sé una clausola di auto-distruzione. Nel senso che rappresenta l’aspetto forse più debole dell’intero impianto, quello contro cui si scaglieranno i critici. Lo stanno già facendo e si capisce. Il punto è che una riforma così ambiziosa come il premierato, al di là del giudizio di merito, non può appoggiarsi all’ennesimo schema elettorale sbagliato. D’altra parte, se le opposizioni vogliono ottenere una vittoria, l’unica strada realistica è partire dal sistema elettorale. Un meccanismo che garantisca stabilità, maggiore rappresentanza ed eviti per il futuro il valzer dei ricorsi, peraltro giustificati, può rappresentare in Parlamento la convergenza tra destra e sinistra che molti auspicano a parole. Un ballottaggio tra i due candidati a premier più votati: sarebbe lo strumento per aprire la via a un modello elettorale a doppio turno. Quello che viene considerato forse il migliore del mondo, se l’obiettivo è rafforzare il rapporto tra eletto ed elettore. Siamo ancora molto lontani dal traguardo, in attesa che qualcuno o qualcuna abbia il coraggio di osare.

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