Il premierato e i sacrifici fiscali
di Carlo BastasinNel presentare il disegno di legge di riforma costituzionale, Giorgia Meloni ha espresso in modo chiaro l’intento della riforma. Introdurre “un meccanismo di legittimazione democratica diretta del Presidente del Consiglio, eletto a suffragio universale e diretto, con apposita votazione popolare”. Prevede inoltre che il Presidente del Consiglio sia necessariamente un parlamentare “e non un soggetto «esterno» al circuito del suffragio elettorale”.
Liliana Segre ha esposto tutti i rischi politici di questa riforma. Meno considerate sono invece le implicazioni di natura finanziaria e le loro conseguenze. La riforma infatti disinnesca proprio il meccanismo attraverso il quale negli ultimi trent’anni l’Italia ha evitato o superato le gravi crisi finanziarie in cui era incorsa. Questo meccanismo consiste nell’iniziativa del Presidente della Repubblica che ha potuto nominare un presidente del Consiglio “esterno” al Parlamento, ma dotato di competenza e reputazione tali da far recuperare al p…
Nel presentare il disegno di legge di riforma costituzionale, Giorgia Meloni ha espresso in modo chiaro l’intento della riforma. Introdurre “un meccanismo di legittimazione democratica diretta del Presidente del Consiglio, eletto a suffragio universale e diretto, con apposita votazione popolare”. Prevede inoltre che il Presidente del Consiglio sia necessariamente un parlamentare “e non un soggetto «esterno» al circuito del suffragio elettorale”.
Liliana Segre ha esposto tutti i rischi politici di questa riforma. Meno considerate sono invece le implicazioni di natura finanziaria e le loro conseguenze. La riforma infatti disinnesca proprio il meccanismo attraverso il quale negli ultimi trent’anni l’Italia ha evitato o superato le gravi crisi finanziarie in cui era incorsa. Questo meccanismo consiste nell’iniziativa del Presidente della Repubblica che ha potuto nominare un presidente del Consiglio “esterno” al Parlamento, ma dotato di competenza e reputazione tali da far recuperare al paese la credibilità che stava perdendo agli occhi dei partner europei o dei “mercati” internazionali. Proprio l’elevata caratura personale degli incaricati consentiva inoltre di formare governi di solidarietà nazionale con ampio sostegno parlamentare. A sua volta, l’ampio sostegno consentiva al nuovo governo di distribuire su tutte le constituency politiche, e non solo su alcune, i sacrifici fiscali o i costi connessi alle riforme.
Per quattro volte negli ultimi trent’anni, prossima a una crisi finanziaria o prigioniera di uno stallo istituzionale, l’Italia ha dovuto far ricorso a presidenti del Consiglio non connotati politicamente e non eletti in Parlamento: Carlo Ciampi (1993-1994); Lamberto Dini (1995-1996); Mario Monti (2011-2013); Mario Draghi (2021-2022). L’ovvio interrogativo è che cosa succederà quando questa clausola di salvaguardia istituzionale non sarà più disponibile.
Non si tratta di un’ipotesi remota. Le condizioni finanziarie del paese restano molto precarie. Ci vuole una brusca violenza del desiderio sul buon senso per convincersi che il tasso di crescita dell’economia si innalzerà grazie al Ponte di Messina o alla ristrutturazione delle facciate delle case. Il debito pubblico continuerà ad aumentare e il piano di farlo acquistare dalle famiglie italiane sta già toccando il limite. Ci sarà un momento in cui le circostanze, internazionali se non interne, renderanno precario il finanziamento del debito. Ciò richiederà sacrifici fiscali e riforme strutturali urgenti. Chi li realizzerà?
La risposta è: “un premier forte e legittimato direttamente dal popolo”. Il problema è che la forza per fare le riforme non consiste solo nell’imporsi al Parlamento, dentro il Paese, ma nel suscitare credibilità e consenso al di fuori di esso. Non è il decisionismo il fattore chiave, ma la costante opera di attuazione e vigilanza che rende credibile il buon esito degli interventi pubblici. In Germania, per esempio, il meccanismo che assicura stabilità al Paese non è la forza del cancelliere, bensì la sua debolezza rispetto ai poteri di controllo, agli altri ministri, al Parlamento e alla Camera alta. La varietà di coalizioni politiche ai diversi livelli del sistema federale attenua anche l’impronta ideologica del governo. Questo spinge i cancellieri a lavorare senza sosta a compromessi la cui natura è la compensazione dei costi e dei benefici nel corso del tempo perseguibile solo con la stabilità dei governi.
Storicamente, le democrazie sono più esposte delle autocrazie alle crisi finanziarie. I poteri delle opposizioni rendono inoltre più difficile prendere contromisure di emergenza, rispetto a sistemi nei quali il potere è molto concentrato. La risposta italiana è stata fin qui di suscitare ampie maggioranze parlamentari attorno a personalità particolarmente competenti e credibili. La durata di quegli incarichi, certo non privi di criticità, è stata misurabile in mesi più che in anni ed ha permesso il rapido ritorno alla dialettica parlamentare. La riforma costituzionale tende invece a concentrare i poteri nella persona del Presidente del Consiglio. Nel mezzo di una crisi finanziaria particolarmente grave, il premier rischia di scegliere tra un accentramento ulteriore dei poteri e un affrancamento dai vincoli esterni. In estremo, tra autocrazia e fallimento.