Quei malintesi sulla legalità
di Concita De GregorioLe leggi e il loro rispetto, in generale la giustizia, hanno due funzioni legate a favorire la convivenza. La prima e più evidente è quella di stabilire un sistema di regole uguali per tutti: a volte pesanti, a volte farraginose, a volte passibili di errore nell’interpretazione e nell’applicazione, persino nel giudizio delle corti ma tuttavia indispensabili a fare in modo che decine di milioni di persone non facciano un po’ come gli pare. Se ciascuno difatti facesse quel che vuole, quello che gli conviene e pazienza per gli altri, sarebbe impossibile — un inferno — la vita in comune. Le regole, in definitiva, servono a costruire comunità. La seconda funzione, meno percettibile, è quella di indicare un’idea di mondo entro la quale convivere. Stabilire cosa si può e cosa non si può fare — uccidere, allestire un laboratorio chimico in garage, altro — serve non solo punire chi lo fa ma anche a confermare nel suo comportamento chi non lo fa. Genera un sistema di valori e indica una rotta c…
Le leggi e il loro rispetto, in generale la giustizia, hanno due funzioni legate a favorire la convivenza. La prima e più evidente è quella di stabilire un sistema di regole uguali per tutti: a volte pesanti, a volte farraginose, a volte passibili di errore nell’interpretazione e nell’applicazione, persino nel giudizio delle corti ma tuttavia indispensabili a fare in modo che decine di milioni di persone non facciano un po’ come gli pare. Se ciascuno difatti facesse quel che vuole, quello che gli conviene e pazienza per gli altri, sarebbe impossibile — un inferno — la vita in comune. Le regole, in definitiva, servono a costruire comunità. La seconda funzione, meno percettibile, è quella di indicare un’idea di mondo entro la quale convivere. Stabilire cosa si può e cosa non si può fare — uccidere, allestire un laboratorio chimico in garage, altro — serve non solo punire chi lo fa ma anche a confermare nel suo comportamento chi non lo fa. Genera un sistema di valori e indica una rotta comune: in questo Paese, in questa società abbiamo faticosamente stabilito negli anni, diciamo pure nei secoli, che cosa è giusto e cosa è sbagliato per il bene di tutti. È la nostra identità comune. Strizzare l’occhio all’illegalità è dunque doppiamente dannoso. Accogliere con festa istituzionale un ergastolano condannato per omicidio o esortare chi voglia costruire una stanzetta senza aver prima ottenuto il permesso (le condizioni di sicurezza, per esempio, in un paese dove inondazioni e terremoti provocano periodiche tragedie) sono casi moltissimo diversi nel merito (per intensità, diciamo) ma non nel metodo. Il sottotesto, il messaggio simbolico a tutti comprensibile, è lo stesso: che la presidente del Consiglio stenda il tappeto rosso a un condannato — ingiustamente? Non sappiamo e non tocca a lei deciderlo — o che il leader della Lega proponga l’ennesimo condono a chi vuol essere “padrone a casa sua” e dunque abbattere o costruire a suo piacere, dicono la stessa cosa. Dicono che la giustizia è un peso, le regole sono un orpello, che le sentenze sono opinabili e possiamo decidere noi, da soli, cosa è giusto e cosa no. È, in entrambi i casi, un attentato al sistema di regole che sono le fondamenta e le mura della casa in cui tutti viviamo.
Lo so, è una lunga premessa che viola il dettato dei paragrafi brevi, della semplificazione in slogan instagrammabili buoni per farci magliette meglio se griffate, delle frasi da tradurre tutto attaccato in hashtag e delle implorazioni dei social media manager: per favore, non fermatevi al primo paragrafo. Ma sarebbe anche venuto il momento, cova da parecchio tempo, di ribellarsi alla banalizzazione del linguaggio perché chi parla male pensa male, e chi pensa male agisce peggio. Quindi se siete arrivati fin qui intanto grazie, per ricreazione ecco un aneddoto.
L’altro giorno una giovane e veemente esponente leghista in un dibattito pubblico tv si è infervorata contro la sinistra (anche “i comunisti” ha detto un paio di volte. Immediata nostalgia delle cabine del telefono e dei Bee Gees) perché a suo dire impedirebbe a una famiglia semplice e felice di costruire una stanzetta per il neonato dove capita, nel sottotetto o in garage, nell’orto. Era appena passato un servizio sul terremoto nei Campi Flegrei, interviste ad anziani che vivono in case lesionate e chiaramente non a norma antisismica (costruite in anni in qui quelle norme non esistevano, difatti tendono a crollare) che dicevano dove mai posso andare, voglio morire a casa mia. La ragione per cui quando la terra smotta, il vulcano erutta, il fiume esonda succede che la gente muoia non è solo che non ci sono politiche di cura del territorio, né soldi per manutenerlo — la sicurezza costa ma salva la vita. È anche che quelle case sono state costruite dove non dovevano, sono cresciute senza che nessuno abbia pensato di chiedere prima sarà sicuro? Si può fare? Sono state costruite secondo la logica che guida la veemente leghista: a casa mia faccio come voglio. Lo so, di nuovo, e ne convengo. Aspettare sei mesi, un anno per ottenere un permesso di conformità è noiosissimo. Nuoce alla libera impresa, i cantieri non si aprono la gente non lavora, i geometri scalpitano e i proprietari non possono disporre dei propri beni, fare la cameretta del neonato o affittare come b&b. La libera impresa vince sempre. Tuttavia corre dei rischi. Se il muro non tiene, se alla prima pioggia la culla in garage viene travolta dal fango che tragedia, no?, che terribile sfortuna. Due considerazioni. La terribile sfortuna è solita colpire i più poveri. Chi ha molti soldi e molti mezzi usa i condoni per ampliare a basso costo la villa al mare, ne approfitta, non ha bisogno di mettere il bambino in veranda. Il condono arricchisce chi è già ricco e mette a repentaglio chi, povero, è già in pericolo. Inoltre, il ventesimo condono di questo governo dice a tutti una cosa precisa — l’idea di mondo, appunto. Intanto fate come volete, non vi stancate a chiedere permessi alla Sovrintendenza, al Comune: fate, illegalmente, poi caso mai ci darete due euro a sanare. Vi sentite più liberi così? Bene. Vedete, questo è il governo delle libertà. Dove liberta e licenza, libertà e arbitrio sono nella neolingua sinonimi: pazienza per gli altri.
Solo un cenno ai casi Chico Forti e Ilaria Salis. Non siamo nessuno per valutare l’innocenza o la colpevolezza dell’uno e dell’altro, esibire prove, farsi investigatori: per questo ci sono i tribunali. Abbiamo due italiani. Uno condannato all’ergastolo per omicidio negli Stati Uniti, paese democratico. Una indagata per lesioni in Ungheria, come Stato un esempio minore di tutela dei diritti umani. Indagata significa in attesa di giudizio, dunque — vige la presunzione di innocenza — non colpevole. Che gli esponenti di governo (Matteo Salvini, per tutti) additino Salis come pericolosa estremista e mettano cuori e bandiere su Instagram al condannato in via definitiva è una doppia misura gravissima. Uno è stato giudicato colpevole, l’altra è innocente fino a prova contraria. Cosa deve capire, il cittadino comune, se la presidente del Consiglio va ad accogliere all’aeroporto militare il condannato e non spende una parola per l’innocente? Che è giustizia alla carta. Che le leggi e i processi sono opinabili. Che ciascuno fa un po’ come vuole. Che si fa quel che conviene, politicamente e personalmente. Pazienza per le regole. Siete tutti invitati a infischiarvene. Verranno un condono o una revisione, tanto, prima o poi. La giustizia è un kit fai da te, è poca cosa. Che paura. Che pericolo, nell’allegro giubilo della maggioranza degli ignavi, stiamo correndo.