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La favola di Meloni e l’uva

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Come nella favola della volpe e l’uva, cantata da Esopo più di duemila e seicento anni fa, Giorgia Meloni ha annunciato che metterà il veto ad una maggioranza con i socialisti in Europa. Ma lo ha fatto dopo che i socialisti europei avevano già messo il veto ad una maggioranza con lei. La sua dichiarazione, anche se in qualche modo forzata, ha il merito da una parte di fare chiarezza su quale sia il progetto politico che la guida. Dall’altra, però, rischia di generare ancora più confusione su quale sia, invece, la strategia dell’Italia in Europa.

È evidente che la mossa della premier, che è anche la leader del gruppo europeo dei conservatori, ha una doppia valenza: una che guarda al fronte interno, e una che guarda al futuro Parlamento Ue che sarà eletto tra due settimane.

Sul fronte interno Meloni vuole evitare di essere scavalcata a destra da parte della Lega di Salvini. Il suo lungo flirt con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, eletta da una maggioranza di popolari…

Come nella favola della volpe e l’uva, cantata da Esopo più di duemila e seicento anni fa, Giorgia Meloni ha annunciato che metterà il veto ad una maggioranza con i socialisti in Europa. Ma lo ha fatto dopo che i socialisti europei avevano già messo il veto ad una maggioranza con lei. La sua dichiarazione, anche se in qualche modo forzata, ha il merito da una parte di fare chiarezza su quale sia il progetto politico che la guida. Dall’altra, però, rischia di generare ancora più confusione su quale sia, invece, la strategia dell’Italia in Europa.

È evidente che la mossa della premier, che è anche la leader del gruppo europeo dei conservatori, ha una doppia valenza: una che guarda al fronte interno, e una che guarda al futuro Parlamento Ue che sarà eletto tra due settimane.

Sul fronte interno Meloni vuole evitare di essere scavalcata a destra da parte della Lega di Salvini. Il suo lungo flirt con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, eletta da una maggioranza di popolari, socialisti e liberali, ha lasciato pensare che progettasse di assumere un ruolo di king maker qualora i voti degli eurodeputati conservatori fossero necessari per una riconferma della candidata dei popolari sulla poltrona di Bruxelles. Questo l’ha esposta a duri attacchi da parte dei suoi alleati di governo salviniani che puntano a rubarle l’elettorato più reazionario.

Sul fronte europeo, visto che i socialisti e i verdi hanno di fatto già confermato il loro veto ad una maggioranza allargata ai conservatori, Meloni punta invece a inglobare l’estrema destra in un unico partito che vada dall’ungherese Orbán, alla Lega italiana e al RN della francese Le Pen. Un simile schieramento potrebbe aspirare a diventare il secondo gruppo politico nel Parlamento di Strasburgo. E, se il risultato delle elezioni fosse particolarmente favorevole oltre le previsioni dei sondaggi, potrebbe proporsi come alleato del Partito popolare in alternativa ai socialisti.

Il progetto di esportare in Europa il modello politico italiano ha una sua logica e anche una sua legittimità. Tuttavia si scontra con due ostacoli. Il primo è che tutti i sondaggi danno le destre in crescita, ma non così tanto da poter formare una maggioranza con il Ppe. Quindi l’ago della bilancia resterebbero i liberali di Renew Europe, guidato dal presidente francese Macron. Ma la Francia non è l’Italia, né per cultura politica né per sistema istituzionale. E appare inverosimile che Macron possa accettare una coalizione europea con un gruppo politico in cui la sua arci-rivale Marine Le Pen avrebbe un ruolo di grande rilievo.

Le dichiarazioni di Meloni aprono anche una pericolosa crisi che contrappone la sua figura di leader politico e il suo ruolo di capo del governo italiano. Le maggioranze e le minoranze, in Europa, si definiscono al momento dell’elezione del presidente della Commissione da parte del nuovo Parlamento. Ma la designazione del candidato, in un delicato bilanciamento che comprende anche le nomine del presidente del Consiglio europeo e del presidente dello stesso Parlamento, viene fatta dai capi stato e di governo. E questa è una decisione che richiede l’unanimità. Visto che al momento, a parte l’Ungheria e l’Italia, tutti i governi nazionali sono guidati o dai socialisti, o dai popolari o dai liberali, è difficile immaginare che il presidente designato della Commissione possa risultare sgradito a questi tre partiti, che dunque gli garantiranno anche il loro appoggio in parlamento.

Meloni, dunque, si troverà nell’imbarazzante situazione di dover approvare, come capo del governo italiano, un candidato presidente della Commissione. Ma poi, in qualità di leader dell’estrema destra europea, dovrà votare contro la sua nomina in Parlamento per non trovarsi in maggioranza con i socialisti. Una situazione che non sembra preoccupare la leader di FdI, ma che dovrebbe preoccupare, e molto, la responsabile del governo italiano esposto, ancora una volta, ad una situazione imbarazzante. L’eccesso di protagonismo porta a queste cadute. Forse, dopo la favola di Esopo, bisognerebbe citare anche quella di Fedro sulla rana e il bue. Narra di una ranocchia che cerca di gonfiarsi smisuratamente per essere più grossa di un bue che sta con lei nel prato. Non c’è bisogno di dire che la ranocchia, almeno nella favola, finisce molto male.

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