Le parole di papa Francesco sull’eccesso di «frociaggine» all’interno dei seminari dove si formano i futuri sacerdoti vanno prese anche sul serio. Dico anche perché, in verità, il primo sentimento che si prova, così è per me, è la curiosità umana. David Riondino ha scritto dei fulminanti racconti in cui alcuni cardinali stranieri, usciti di soppiatto dalle mura del Vaticano per andare a «ingaglioffirsi» (Machiavelli) all’Ostaria da Giggi apprendono, tra un fiore di zucca e una pasta alla gricia, gli elementari stilemi del romanesco. È lì, tra Borgo Pio e via Germanico, che «frociaggine» trova il suo humus.
Così è accaduto, prevedibilmente, al Pontefice, che peraltro ha rivelato in più circostanze una forte vocazione alla franchezza nei modi e nelle parole. Questo non deve far dimenticare che Francesco è il Pontefice che pronunciò l’affermazione capace di determinare una svolta radicale: «Se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?».
Nella pastorale di Bergoglio, in ma…
Le parole di papa Francesco sull’eccesso di «frociaggine» all’interno dei seminari dove si formano i futuri sacerdoti vanno prese anche sul serio. Dico anche perché, in verità, il primo sentimento che si prova, così è per me, è la curiosità umana. David Riondino ha scritto dei fulminanti racconti in cui alcuni cardinali stranieri, usciti di soppiatto dalle mura del Vaticano per andare a «ingaglioffirsi» (Machiavelli) all’Ostaria da Giggi apprendono, tra un fiore di zucca e una pasta alla gricia, gli elementari stilemi del romanesco. È lì, tra Borgo Pio e via Germanico, che «frociaggine» trova il suo humus.
Così è accaduto, prevedibilmente, al Pontefice, che peraltro ha rivelato in più circostanze una forte vocazione alla franchezza nei modi e nelle parole. Questo non deve far dimenticare che Francesco è il Pontefice che pronunciò l’affermazione capace di determinare una svolta radicale: «Se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?».
Nella pastorale di Bergoglio, in materia di omosessualità, molti sono stati i passi indietro e le incongruenze. Ma sono quelle parole del luglio del 2013 che suonano come le più significative. Nel frattempo, la dottrina della Chiesa non è cambiata e agli omosessuali ai quali si assicura rispetto e accoglienza resta interdetta l’attività sessuale. La chiesa abbraccia i gay ma non ne riconosce quell’elemento fondamentale della loro personalità che è la sfera erotica. Non solo, come già a proposito dei sacramenti per i divorziati, la massima indulgenza si accompagna a una dottrina che non modifica i suoi divieti.
Così Bergoglio porta alle estreme conseguenze il messaggio di un autorevole cardinale che, in punto di morte, volle affermare: Dio più che giusto, è misericordioso. Ecco, la misericordia: è questo che fa comprendere la complessità e la forza del magistero di Francesco. Solo gli sciocchi possono stupirsi del fatto che abbia definito l’aborto «un grave peccato» — e cos’altro mai dovrebbe dire un papa? — aggiungendo che «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere». E va ricordato che la misericordia non è solo una virtù grandiosa, bensì anche una categoria teologica che rimanda al mistero dell’incarnazione. È su questo che nel solco di una tradizione secolare si fonda l’umanesimo del Pontefice. Una concezione integrale dell’uomo basata sulla sua dignità, sulla sua capacità di distinguere il bene dal male, sulla sua libertà di scegliere. Da qui la partecipazione direi fisica di papa Francesco al dolore del mondo e alle sofferenze degli esseri umani. È il cuore del messaggio cristologico di questo Papa. Per tale ragione appare risibile il tentativo da parte della destra politico-mediatica di ridurre Bergoglio a un ruolo di contestatore del linguaggio politicamente corretto. Questo concetto mondano della figura del Papa risulta incapace di cogliere il tratto essenziale del carattere dell’uomo Bergoglio che è la compassione: intesa anche come compassione di sé, dei propri limiti e delle proprie debolezze.
Le parole pronunciate davanti all’assemblea sinodale rappresentano, tra l’altro, una vivida testimonianza della sua personalità. Bergoglio è un maschio latino eterosessuale di 87 anni e come la gran parte dei suoi simili ha una sensibilità problematica nei confronti dell’omosessualità. La massima tolleranza e anche la più intensa amicizia verso l’amore omoerotico non cancellano una sorta di inquietudine, dovuta a secoli di repressione e inibizione, che l’incontro con le persone omosessuali può suscitare. Tanto più in un pastore della Chiesa che vede come minacciosa — e qui credo che sbagli — la consapevolezza della propria sessualità tra i ministri del culto. Ed emerge un altro nodo particolarmente aggrovigliato, ovvero la relazione tra la Parola Rivelata e il mondo, nel tempo della secolarizzazione.
Il rapporto tra la fede e la ragione sono giunti al punto di massima tensione, dove l’umanesimo cristiano — ma forse tutti gli umanesimi — vacilla logorato dall’agnosticismo di massa e dalla erosione di tutte le comunità e dell’idea stessa di comunità, dal ritorno della barbarie (“la guerra mondiale a pezzi”) e dal dominio di macchine sempre più sofisticate e “disumane”. E si torna ancora al mistero dell’incarnazione: tanto più che il tema è propriamente la carne: è il corpo con le sue pulsioni e i suoi desideri, le sue tentazioni e le sue incontinenze. Ma anche i suoi deficit e i suoi handicap. La stessa immagine fisica del pontefice, costretto alla sedia a rotelle, non è più quella ieratica e solenne di molti dei suoi predecessori: è, piuttosto, l’icona dolente di un’umanità che ha rinunciato alla presunzione di onnipotenza, e che si ritrova a contemplare la propria vulnerabilità e la propria decadenza. È una chiesa debole, questa, che proprio perché ha visto ridursi la sua potenza politico-diplomatica — quella del pontificato di Papa Wojty?a, a esempio — ha valorizzato il proprio carisma morale. Così il pontefice che gli avversari e gli osservatori più futili definiscono “sociologo” se non “socialista”, ha rafforzato la sua identità di guida spirituale. Anche il suo ininterrotto gridare contro la guerra, nasce dalla crisi del suo potere temporale e del suo peso istituzionale, dalla debolezza del suo ruolo tra le nazioni, e dal mancato ascolto da parte dei capi di Stato e di chi governa davvero il mondo. Non è detto che sia un male. Persino le scuse per le parole improprie pronunciate una settimana fa, sono il segnale di questa gracilità della struttura psicologica di una leadership, messa in discussione da tanti. E rendono Francesco ancora più umano e, se posso permettermi, ancora più simpatico.