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Riforme, la fine della legislatura con le vele sgonfie

Perché Meloni si esprime con tanta veemenza, fuori dai canoni della diplomazia parlamentare? C’entra senza dubbio un evidente nervosismo: le cose non vanno come dovrebbero, nell’ottica di Palazzo Chigi
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Tutti s’interrogano sul linguaggio popolare usato dalla presidente del Consiglio in materia di riforme costituzionali (il premierato, la cosiddetta «madre di tutte le riforme»). In effetti è abbastanza inusuale ricorrere a certi termini («o la va o la spacca»); e poi concludere: «Se la legge costituzionale è sconfitta nel referendum? Non me ne importa». A parte che si tratta di affermazioni contraddittorie, la domanda è: perché?

Perché Giorgia Meloni si esprime con tanta veemenza, fuori dai canoni della diplomazia parlamentare? C’entra senza dubbio un evidente nervosismo: da qualche mese le cose non vanno come dovrebbero, nell’ottica di Palazzo Chigi. E se la destra meloniana ha ancora un vantaggio nei sondaggi, ciò dipende più dal demerito di un’opposizione senza idee che dal merito di un governo dalle vele sgonfie.

Un aspetto è abbastanza sicuro: alla ricerca di una riforma che produca effetti visibili e quasi immediati agli occhi dell’elettorato, la leader di FdI torna là d…

Tutti s’interrogano sul linguaggio popolare usato dalla presidente del Consiglio in materia di riforme costituzionali (il premierato, la cosiddetta «madre di tutte le riforme»). In effetti è abbastanza inusuale ricorrere a certi termini («o la va o la spacca»); e poi concludere: «Se la legge costituzionale è sconfitta nel referendum? Non me ne importa». A parte che si tratta di affermazioni contraddittorie, la domanda è: perché?

Perché Giorgia Meloni si esprime con tanta veemenza, fuori dai canoni della diplomazia parlamentare? C’entra senza dubbio un evidente nervosismo: da qualche mese le cose non vanno come dovrebbero, nell’ottica di Palazzo Chigi. E se la destra meloniana ha ancora un vantaggio nei sondaggi, ciò dipende più dal demerito di un’opposizione senza idee che dal merito di un governo dalle vele sgonfie.

Un aspetto è abbastanza sicuro: alla ricerca di una riforma che produca effetti visibili e quasi immediati agli occhi dell’elettorato, la leader di FdI torna là dove tutto era cominciato: dal premierato come versione imbruttita del semi-presidenzialismo, la cui impronta sarebbe l’elezione diretta del capo dello Stato dotato di poteri esecutivi.

Una soluzione su cui si può essere d’accordo oppure no, ma che avrebbe il pregio della chiarezza. Certo, non avremmo più un presidente “di garanzia” come oggi, bensì un protagonista esplicito della scena politica proprio come nella Francia di Macron (e di Chirac e di Mitterrand, per non citare il fondatore De Gaulle).

Questa soluzione un tempo era gradita anche a una parte maggioritaria della sinistra, si pensi alla Bilaterale presieduta da D’Alema e al lavoro di Cesare Salvi. Oggi non è più così.

Comunque sia, il governo Meloni si è accontentato di proporre un mediocre premierato zeppo di lacune, oltretutto privo di una buona legge elettorale.

E ora, invece di migliorare il testo e magari pressare l’opposizione perché contribuisca a quest’opera di riscrittura, la presidente del Consiglio evoca il muro contro muro di qui al referendum. Aggiungendo che quel che conta, vincenti o perdenti, è finire la legislatura.

Non sembra una pagina memorabile di cultura istituzionale. Semmai s’intravede il desiderio di vincere la partita in Parlamento concedendo il meno possibile agli avversari (il “fronte del No”) e poi tentare il tutto per tutto nel referendum.

Con il retro pensiero che l’eventuale sconfitta nelle urne lascerà almeno il 40-45 per cento di elettori favorevoli alla riforma e pronti a sostenere la destra nel voto politico di fine legislatura.

Non proprio uno scenario limpido e convincente. Matteo Renzi — che dopo la sconfitta nel referendum del ’16 si assunse le sue responsabilità e si dimise — ha facile gioco nel rammentare che una sconfitta di quella sorta ha inevitabili effetti destabilizzanti sull’esecutivo. Per cui è meglio non illudersi e soprattutto non fare finta di niente.

A meno che, aggiungiamo noi, non si vada subito alle elezioni: anticipate o alla normale scadenza, dipende dai tempi del referendum.

Il centrodestra, se fosse davvero unito, avrebbe sulla carta i numeri per provocare lo scioglimento delle Camere e poi giocarsi una partita decisiva nelle urne.

Non è uno scenario del tutto inverosimile. Occorrerebbe una forte determinazione dall’alto di una salda leadership. E sarebbe in ogni caso un’operazione temeraria, contraria alla nostra tradizione domestica.

Eppure sembra questo l’itinerario scelto da Giorgia Meloni. A meno che a un certo punto lei stessa non faccia propri gli emendamenti che prevedono il ballottaggio per l’elezione del premier. Sarebbe un modo per riaprire le porte e passare dal modesto premierato a un più consapevole semi-presidenzialismo. Ma sarebbe un altro copione.

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