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Chi conta davvero in Europa

La premier Meloni durante il Consiglio europeo (afp)
Giorgia Meloni si è tuffata nella campagna elettorale sperando in un plebiscito che rafforzi la sua premiership
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Quando si esce dalla propaganda dei confini nazionali, le bugie improvvisamente rivelano quanto corte siano le loro gambe. Giorgia Meloni che si è tuffata nella campagna elettorale sperando in un plebiscito che rafforzi la sua premiership, sta inondando gli elettori con un fiume di autocelebrazione. Con il tipico difetto dei capi di governo debole sta cercando di trasmettere agli italiani l’idea di aver piegato l’Unione europea al suo volere. Di aver condizionato il dibattito e di aver guidato i provvedimenti più importanti assunto a Bruxelles.

Purtroppo per il nostro Paese non è e non è stato così. L’ultima dimostrazione la si è avuta ieri a Berlino, durante l’incontro tra il Cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron. L’ennesima stretta di mano tra Francia e Germania ci ha mostrato quanto fragile sia l’autorevolezza del governo di destra. E quanto la premier italiana stia diventando una sorta di Re Mida al contrario, quel che tocca non diventa oro ma pastafrolla. Si …

Quando si esce dalla propaganda dei confini nazionali, le bugie improvvisamente rivelano quanto corte siano le loro gambe. Giorgia Meloni che si è tuffata nella campagna elettorale sperando in un plebiscito che rafforzi la sua premiership, sta inondando gli elettori con un fiume di autocelebrazione. Con il tipico difetto dei capi di governo debole sta cercando di trasmettere agli italiani l’idea di aver piegato l’Unione europea al suo volere. Di aver condizionato il dibattito e di aver guidato i provvedimenti più importanti assunto a Bruxelles.

Purtroppo per il nostro Paese non è e non è stato così. L’ultima dimostrazione la si è avuta ieri a Berlino, durante l’incontro tra il Cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron. L’ennesima stretta di mano tra Francia e Germania ci ha mostrato quanto fragile sia l’autorevolezza del governo di destra. E quanto la premier italiana stia diventando una sorta di Re Mida al contrario, quel che tocca non diventa oro ma pastafrolla. Si disfa e cade in pezzi molto rapidamente.

Perché nel colloquio berlinese è emerso quel che in realtà era chiaro da tempo: i prossimi vertici delle istituzioni europee si definiscono solo con il consenso di Parigi e Berlino. E se Ursula von der Leyen vuole aspirare ad un secondo mandato presidenziale deve rinunciare all’amicizia di Giorgia Meloni. Ossia deve esplicitamente fare a meno della destra. Quella radicale dell’Ecr — quindi i Conservatori meloniani — sia quella estrema di Identità&Democrazia. Altrimenti — e forse è già troppo tardi per lei — si dovrà individuare un’altra personalità in grado di ricoprire il ruolo di presidente della Commissione.

In questo quadro, allora, ci sono due aspetti che emergono. Il primo riguarda la politica: i sovranisti non riescono davvero a entrare nel gioco europeo che conta. Del resto, l’euroscetticismo di fondo che accompagna tutte le loro analisi fa automaticamente scattare una difesa protettiva degli europeisti e delle stesse istituzioni europee. Esiste un “cordone sanitario” che prima escludeva solo per indegnità i “post-fascisti” dal centro di comando, adesso protegge anche il percorso di integrazione dell’Unione.

Il populismo destrorso ha una grande capacità: raccoglie consensi stimolando le viscere dei cittadini. Eccita i loro bisogni proponendo ricette semplici ma inattuabili. Una volta al governo, però, non sanno come tramutare in realtà le loro promesse. Banalmente perché è impossibile. La conseguenza è che il sovranismo trita ogni cosa o persona che le si avvicini con l’intento di coinvolgerlo. La presidente del consiglio sta sortendo questo effetto su von der Leyen. La responsabile uscente dell’esecutivo europeo ha progettato un’alleanza tattica con Roma per ottenere sul suo nome un consenso largo. Ma la reazione è opposta e contraria. Palazzo Chigi si sta trasformando in una sorta di pomo della discordia che fa precipitare all’inferno chiunque lo addenti.

Questo non riguarda solo Fratelli d’Italia e o la Lega. Ma quasi tutta la destra europea che non ha fatto ancora i conti con la sua storia. Che in Germania, ad esempio, ha riaperto la ferita nazista. Che Spagna scivola verso il conservatorismo compassionevole di stampo religioso e accetta accondiscendenze con la memoria franchista. E che in Italia non riesce a liberarsi della Fiamma missina per non tranciare le radici di un passato drammatico.

Non è un caso allora che ovunque in Europa si affermi un partito sovranista, quel partito si dimostri incapace di guidare il governo. Si rinchiudono in se stessi sperando di risolvere i problemi senza accorgersi che li ingigantiscono. L’ultimo esempio è l’Olanda. Vince il sovranista Wilders ma a fare il primo ministro devono chiamare un “tecnico”.

Il secondo aspetto è persino più grave, almeno per l’“interesse nazionale”. Il patto Scholz-Macron conferma quanto l’Italia non sia più in grado di partecipare alle grandi scelte dell’Europa. Il “Triangolo” costruito fino a 18 mesi fa da Mario Draghi con Francia e Germania è ormai svanito. La squadra meloniana non incide. Se non in relazione ad aspetti secondari. Sul nuovo patto di Stabilità, ad esempio, — l’architrave economico dell’Ue — la premier italiana è stata assente. Non pervenuta. Hanno fatto tutto i due alleati storici d’Europa. Che infatti anche oggi per sintetizzare l’esito del summit hanno all’unisono ricordato: «Ci accordiamo sempre». E per rendere solenne la loro sintonia hanno scritto a quattro mani un articolo, pubblicato dal Financial times, per avvertire che «l’Europa è a un punto di svolta». Altro che «meno Europa» come si affannano a ripetere gli esponenti della destra nostrana. L’Italia, per contare, dovrebbe avere la forza di inserirsi nella traiettoria Parigi-Berlino.

E invece scegli il perimetro stretto dei presunti “amici” che alla prova dei fatti si svelano i “nemici” più crudeli. Nella lotta alla migrazione illegale, ad esempio, è stata ed è stabilmente l’Ungheria di Orbán a bloccare ogni iniziativa. Il governo olandese di destra che si sta insediando chiederà il cosiddetto “optout” sul Patto Asilo e Migranti. Ossia proverà a non applicare quel piccolissimo passo avanti compiuto dall’Ue nel tentativo di disciplinare gli arrivi clandestini nel Vecchio Continente.

La maggioranza che eleggerà le massime cariche dell’Ue non sarà dunque centrata sulla destra. Ma avrà come baricentro il compromesso tra socialisti e popolari. Magari con l’aiuto dei Verdi. Soprattutto se le aspirazioni di von der Leyen falliranno. Perché in quel caso il commissario Ue tedesco sarà proprio una ambientalista, probabilmente l’attuale ministra degli esteri Baerbock. E a quel punto sarà più agevole il coinvolgimento della pattuglia ecologista. Con buona pace delle fakenews meloniane sull’immaginaria coalizione di centrodestra a Bruxelles.

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