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Caso Inter, il calcio e il dovere della trasparenza

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Nella stanza della Serie A c’è un gigantesco elefante: l’opacità delle proprietà
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I coriandoli sparati in piazza Duomo nelle ultime settimane hanno smesso di svolazzare. La nebbia dei fumogeni ha finito per diradarsi e ora che i fuochi d’artificio non la illuminano più, su Milano iniziano ad allungarsi le ombre. Dietro all’Inter in festa si agitavano da tempo i tumulti di una proprietà tale solo sulla carta, perché i soldi per esserlo non li aveva più, e non da oggi. Nessuno voleva vederlo, eppure da anni nella stanza della Serie A c’è un gigantesco elefante: l’opacità delle proprietà.

I problemi dell’Inter durano dal 2021. Dopo il primo scudetto dell’era Zhang, vinto accedendo a uno scivolo regolamentare per oscurare il più sacro dei dogmi del calcio, ossia una deroga per non pagare gli stipendi, alla proprietà cinese era servito un finanziamento. Uno di quelli per cui devi lasciare in pegno le chiavi di casa: l’Inter, appunto.

Ora che l’insolvente Zhang si è visto escutere quel pegno dai suoi creditori — il fondo speculativo Oaktree — resta aperto un prob…

I coriandoli sparati in piazza Duomo nelle ultime settimane hanno smesso di svolazzare. La nebbia dei fumogeni ha finito per diradarsi e ora che i fuochi d’artificio non la illuminano più, su Milano iniziano ad allungarsi le ombre. Dietro all’Inter in festa si agitavano da tempo i tumulti di una proprietà tale solo sulla carta, perché i soldi per esserlo non li aveva più, e non da oggi. Nessuno voleva vederlo, eppure da anni nella stanza della Serie A c’è un gigantesco elefante: l’opacità delle proprietà.

I problemi dell’Inter durano dal 2021. Dopo il primo scudetto dell’era Zhang, vinto accedendo a uno scivolo regolamentare per oscurare il più sacro dei dogmi del calcio, ossia una deroga per non pagare gli stipendi, alla proprietà cinese era servito un finanziamento. Uno di quelli per cui devi lasciare in pegno le chiavi di casa: l’Inter, appunto.

Ora che l’insolvente Zhang si è visto escutere quel pegno dai suoi creditori — il fondo speculativo Oaktree — resta aperto un problema: c’era un azionista di minoranza, LionRock, di cui già si sapeva pochissimo, se non che avesse rilevato il 31% dell’Inter attraverso una società alle Cayman. E già non è il massimo della trasparenza.

Ora non sappiamo nemmeno chi e quando abbia liquidato a LionRock il suo 31% perché Zhang potesse darlo in pegno a Oaktree. E questo potrebbe essere un problema, perché le norme organizzative interne alla Federcalcio impongono la trasparenza, ossia di comunicare tutti i passaggi di quote dal 10% a salire.

Ma la Federcalcio non sa se LionRock sia uscito o no. Come non sa di chi sia il Milan: il gioco di scatole in cui sono finite le quote cedute da Elliott a Cardinale conduce a un veicolo olandese del fondo RedBird. Eppure nessuno se lo è chiesto per anni, neanche mentre giocava le semifinali di Champions. Né quando il fondo che lo controllava aveva il controllo su altre società in Francia.

Tutti questi input devono aver contribuito a produrre quel pinocchio fragile che è la riforma Abodi: un decreto legge per strappare i controlli sul calcio alla Covisoc — commissione di vigilanza nominata dalla Federcalcio — e affidarli a una commissione indipendente, almeno sulla carta.

Poi certo, chi la guida lo scelgono il ministero per lo Sport, quindi lo stesso Abodi, e il Mef. Insomma, il governo. Ma questa riforma capace di fare a pezzi i rapporti tra il calcio e i timonieri del Paese è un rigore a porta vuota tirato sul palo.

Perché cambia i controllori, sì, ma lascia intatte le regole. Le stesse che hanno permesso la creazione di un sistema che non funziona, a partire dai vasi comunicanti nati per nascondere le proprietà di club in paradisi fiscali dove la trasparenza è una pallida illusione.

Certo non è possibile limitare le acquisizioni dei fondi di investimento, ma non sarebbe stato più utile sedersi a un tavolo, magari con la Federcalcio e la Lega Serie A, e allargare la questione a livello europeo, con la Uefa e gli altri campionati?

È interesse continentale dare un nome a chi porta il pallone la domenica. Sapere da dove vengono i soldi. Però pensare a una riforma europea con regole più stringenti per la tracciabilità delle risorse richiede, oltre al lavoro e alla volontà, anche dialogo e condivisione. E tempo: quello che forse non aveva il ministro, alla ricerca di una mossa politica che gli desse lustro dopo diciotto mesi anonimi.

Sapete cosa hanno in comune Milan, Roma e Fiorentina? Per scoprirlo bisogna presentarsi al 1209 di North Orange Street, a Wilmington, nel Delaware, sede delle holding che controllano i club. Ma andare a citofonare è inutile: non risponderebbe nessuno.

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