La politica estera in balia del voto
di Stefano FolliFin quasi a ieri la politica estera era un elemento di solidità e di credibilità internazionale per l’Italia. Il governo Meloni teneva una linea di lealtà atlantica che a molti non piaceva, ma costituiva la conferma di una tradizione antica. La guerra in Ucraina, evento senza precedenti nella storia recente dell’Europa, imponeva addirittura una maggiore responsabilità, nonostante che i sondaggi rivelassero in Italia la stessa condizione dei maggiori paesi dell’Unione: la gente, ossia l’elettorato, aveva paura della guerra e in modo irrazionale ma comprensibile tendeva a chiudere gli oggi di fronte all’aggressione russa. Giorgia Meloni per mesi ha retto il timone nonostante la presenza nella maggioranza, con il ruolo di vicepremier, di Matteo Salvini, votato a difendere una linea diversa: la si può definire senz’altro filo-russa, come si conviene all’uomo che si fece fotografare sulla Piazza Rossa con una maglietta ornata dal volto di Putin. Caso unico tra i governi europei. Nonostante…
Fin quasi a ieri la politica estera era un elemento di solidità e di credibilità internazionale per l’Italia. Il governo Meloni teneva una linea di lealtà atlantica che a molti non piaceva, ma costituiva la conferma di una tradizione antica. La guerra in Ucraina, evento senza precedenti nella storia recente dell’Europa, imponeva addirittura una maggiore responsabilità, nonostante che i sondaggi rivelassero in Italia la stessa condizione dei maggiori paesi dell’Unione: la gente, ossia l’elettorato, aveva paura della guerra e in modo irrazionale ma comprensibile tendeva a chiudere gli oggi di fronte all’aggressione russa. Giorgia Meloni per mesi ha retto il timone nonostante la presenza nella maggioranza, con il ruolo di vicepremier, di Matteo Salvini, votato a difendere una linea diversa: la si può definire senz’altro filo-russa, come si conviene all’uomo che si fece fotografare sulla Piazza Rossa con una maglietta ornata dal volto di Putin. Caso unico tra i governi europei. Nonostante ciò, la politica estera di Roma non ne ha risentito e la Meloni ha ottenuto il plauso di Biden. Dall’opposizione la stessa Schlein, qualche settimana fa, aveva offerto al governo di centrodestra una qualche forma di convergenza parlamentare nel caso di un aggravarsi della crisi.
La crisi in effetti si è aggravata, ma il miracolo non si è compiuto. È accaduto il contrario. Le elezioni ormai prossime hanno provocato uno slittamento sia a destra sia a sinistra. In Europa Macron e Scholz hanno stretto il loro rapporto con l’obiettivo di sostenere l’Ucraina nella lotta per la sopravvivenza. E quando Stoltenberg, il segretario generale della Nato, ha proposto di autorizzare l’uso delle armi fornite a Kiev per colpire i siti militari in territorio russo, la voce italiana si è levata per criticare l’iniziativa: più volte Tajani, Crosetto e la stessa presidente del Consiglio hanno affermato la contrarietà italiana. Il ministro della Difesa, per venire incontro ai 5S, si è anche detto favorevole a sollevare il segreto di Stato sugli invii di sistemi d’arma a Kiev. In altre parole, l’Italia è transitata tra i paesi dubbiosi. Altrove l’opinione pubblica è rispettata, ma chi governa è disposto a scelte impopolari quando è in gioco la sicurezza nazionale. Da noi l’esecutivo rincorre gli stati d’animo collettivi, non appena le acque s’increspano e le urne s’avvicinano. Fratelli d’Italia teme di lasciare spazio al solito Salvini.
Quanto all’opposizione, la situazione non è migliore. Anzi. Il Pd, il partito che più di altri, si potrebbe dire, avrebbe l’obbligo di muoversi nel solco dei De Gasperi, degli Sforza, di tutti coloro che riportarono l’Italia nell’occidente, ospita nelle sue liste un candidato, Marco Tarquinio, che chiede senza mezze misure lo scioglimento dell’Alleanza Atlantica. Proprio adesso, mentre cresce la minaccia putiniana. E la teoria delle “liste aperte” che Elly Schlein ha adottato, non convince: difendere il nostro paese e i paesi alleati con lo strumento militare non può essere argomento di dibattito. Ma il Pd oggi sta cambiando linea per recuperare il voto dei 5S. E infatti Giuseppe Conte è costretto ad alzare la voce per ribattere a Salvini, per un verso, e a Tarquinio, più altri candidati minori, per l’altro. Conte evoca la “terza guerra mondiale” ormai ogni giorno. Invoca la pace senza spiegare come ottenerla, spaventa l’opinione pubblica per non farsi imbrigliare dal Pd. Nel suo complesso, il centrosinistra guarda ai socialisti spagnoli di Sanchez, quando invece il modello cui riferirsi dovrebbero essere i socialdemocratici di Scholz. E se non si vuole arrivare a questo, c’è il partito socialista francese di Glucksman, la cui linea sull’Ucraina è netta: no a qualsiasi ambiguità circa il sostegno a Kiev. L’opposto della sinistra italiana.