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Panetta e il bicchiere mezzo pieno

Roma, 31 maggio: il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, durante le Considerazioni finali (ansa)

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Il rosario dei guasti è lungo, e il governatore di Bankitalia lo sgrana tutto. Ma sorvola sulle cause più antiche. E surfa sulle statistiche più recenti
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«O la va o la spacca», dice Giorgia Meloni che appende il Paese alla lotteria delle sue contro-riforme costituzionali. Non la va ma non la spacca, risponde Fabio Panetta che sospende il Paese nel limbo delle sue mancate riforme economiche. Chi era entrato a Palazzo Koch aspettandosi duri moniti e appelli solenni ne è uscito deluso. Al suo esordio nell’assemblea annuale, il nuovo governatore della Banca d’Italia ci ha regalato Considerazioni Finali e pre-elettorali.

Parole pesanti sul destino dell’Europa, sul pericolo della latenza geopolitica, dell’irrilevanza strategica e dell’inconsistenza tecnologica. Parole sfumate sul declino dell’Italia, sulle responsabilità delle misure giuste o sbagliate degli anni passati e delle scelte fatte o non fatte per gli anni futuri.

Tanta prudenza ha una sua spiegazione. Panetta era stato il candidato forte al ministero del Tesoro, nel virtuale dream-team della Sorella d’Italia uscita vincitrice dall’urna del settembre 2022. Ben presto, tra il cogn…

«O la va o la spacca», dice Giorgia Meloni che appende il Paese alla lotteria delle sue contro-riforme costituzionali. Non la va ma non la spacca, risponde Fabio Panetta che sospende il Paese nel limbo delle sue mancate riforme economiche. Chi era entrato a Palazzo Koch aspettandosi duri moniti e appelli solenni ne è uscito deluso. Al suo esordio nell’assemblea annuale, il nuovo governatore della Banca d’Italia ci ha regalato Considerazioni Finali e pre-elettorali.

Parole pesanti sul destino dell’Europa, sul pericolo della latenza geopolitica, dell’irrilevanza strategica e dell’inconsistenza tecnologica. Parole sfumate sul declino dell’Italia, sulle responsabilità delle misure giuste o sbagliate degli anni passati e delle scelte fatte o non fatte per gli anni futuri.

Tanta prudenza ha una sua spiegazione. Panetta era stato il candidato forte al ministero del Tesoro, nel virtuale dream-team della Sorella d’Italia uscita vincitrice dall’urna del settembre 2022. Ben presto, tra il cognato Lollobrigida e l’amica Santanchè, i sogni diventarono incubi, e la premier incaricata ripiegò su Giorgetti.

Ma con queste premesse — e a una settimana da un voto europeo di cruciale importanza — il governatore non poteva esporsi sul governo, promuovendone o bocciandone le mosse. E meno che mai poteva rischiare, ovviamente suo malgrado, di far scivolare la più importante istituzione economica della nazione nel tritacarne di una campagna elettorale già avvelenata, tra risse in Parlamento e turpiloqui per strada, decime Mas e cristi col pancione.

Sul mondo e sull’Europa, l’analisi di Panetta non fa una piega. L’economia del pianeta si espande, ma le incognite sono troppe. Due guerre in corso, in Ucraina e in Palestina, e un voto americano che può sconvolgere un Ordine Mondiale già stravolto di suo. Se è presto per parlare di de-globalizzazione, intanto si estendono la frammentazione, il neo-protezionismo, le restrizioni commerciali triplicate tra 2019 e 2023.

In un mondo più chiuso, chi ha più da perdere siamo noi europei, i nuovi “sonnambuli” di Broch smarriti nella notte del Continente. Senza apertura commerciale e libera circolazione, Eurolandia sparisce. Negli ultimi vent’anni il peso della Ue sul Pil globale è sceso dal 26 al 18%, mentre quello dell’America è rimasto fermo al 26 e quello della Cina è quadruplicato al 17. Sappiamo quel che servirebbe.

Ridurre la dipendenza energetica con le rinnovabili, rafforzare i rapporti diplomatici con i Paesi produttori di terre rare, impiegare enormi risorse in alta tecnologia, in Intelligenza Artificiale e nelle due transizioni, quella ambientale e quella digitale, che richiedono investimenti pubblici e privati per 800 miliardi l’anno fino al 2030. Sarebbero fondi destinati a «beni pubblici comuni»: non reperirli «danneggerebbe tutti i cittadini dell’Unione», avverte Panetta.

Peccato, aggiungo io, che nella nostra sgangherata campagna elettorale ci tocchi tutt’altro: i promo di TeleMeloni e i tutorial sui tappi delle bottiglie di plastica. Ma è sull’architettura istituzionale che l’Unione si gioca la sua sopravvivenza. Senza un bilancio comune e un mercato integrato dei capitali la costruzione europea resterà zoppa.

Lo diceva Ciampi nel 1998, resta vero anche oggi. Finché non lo realizzeremo, le regole europee appariranno sempre «troppo sbilanciate verso il rigore» e poco verso lo sviluppo. Il nuovo Patto di Stabilità ci dà più tempo per «percorsi di consolidamento fiscale più realistici», ma a condizione che venga applicato con il giusto equilibrio tra disciplina contabile e obiettivi di crescita. E così si torna sempre alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca.

Sull’Italia, il governatore è medico pietoso. Non trascura le criticità strutturali, che abbracciano «l’ultimo quarto di secolo»: la minor crescita di Pil per abitante, la produttività del lavoro ferma, i salari al palo, i redditi orari dei lavoratori dipendenti inferiori di un quarto a quelli di Francia e Germania.

Poi l’inverno demografico, che di qui al 2040 farà sparire 5,4 milioni di italiani in età da lavoro e imporrà un ricorso massiccio a un’immigrazione controllata. E ancora, il tasso di occupazione inferiore di 8 punti alla media Ue, i 525 mila giovani laureati ed espatriati tra il 2008 e il 2022, le donne che partecipano al lavoro solo per il 52,5%.

Il rosario dei guasti è lungo, e Panetta lo sgrana tutto. Ma sorvola sulle cause più antiche, e surfa sulle statistiche più recenti: tra il 2019 e il 2023 il Prodotto lordo è cresciuto del 3,5% più di Francia e Germania, l’occupazione è salita del 2,3%, gli investimenti sono aumentati grazie ad «agevolazioni generosissime», l’export è volato del 9%, il saldo della bilancia commerciale è tornato positivo per 155 miliardi. Anche questi sono fatti, e i fatti non hanno colore politico, prescindono da Meloni o Schlein, da Salvini o Conte, persino da Calenda o Renzi.

È giustissimo valorizzare il bicchiere mezzo pieno, in questa palude tricolore dove l’acqua scarseggia. Ed è sacrosanto ribadire che «non siamo condannati alla stagnazione», che «l’inversione di tendenza è possibile», che «l’agenda è chiara e può essere realizzata». Ma sia pure senza scendere nell’arena elettorale, non si può non vedere l’altra metà del bicchiere, che resta penosamente vuoto.

Colpisce che in 30 pagine di Considerazioni Finali non compaiano mai le parole “povertà”, “diseguaglianze”, “poor working” (in una Banca d’Italia che nel suo Servizio Studi può contare su Andrea Brandolini, uno dei massimi esperti mondiali in questo campo, e che nella Relazione fissa al 9,8% della popolazione la quota di poveri assoluti).

Stupisce che non si trovi una sola riga sugli effetti dell’abolizione del Reddito di Cittadinanza o sull’efficacia di misure sostitutive come l’Assegno di Inclusione. E sorprende che in un Paese che conta il primo debito pubblico dell’Eurozona — in aumento di altri 2,5 punti entro il 2026 secondo il quadro tendenziale — il governatore si limiti a un blando invito ad alleggerire la «zavorra», senza spiegarci in un solo passaggio se e quanto ha contribuito ad appesantirlo il famigerato Superbonus.

Terreno troppo scivoloso, in questo momento, per un banchiere centrale così abile e accorto. Ma l’appuntamento con la realtà è solo rimandato. Panetta ha preso buona nota delle parole pronunciate da Isabel Schnabel, sua collega tedesca nel board della Banca Centrale Europea: «L’esperienza degli ultimi 15 anni dimostra che il sostegno degli Stati alla domanda aggregata è più efficace del Quantitative Easing: per il futuro è opportuno che gli acquisti di bond siano più mirati e parsimoniosi».

La traduzione pratica, ad uso dei comuni mortali, è infausta per il Belpaese. In nome dei falchi del Nord, Schnabel ci sta dicendo due cose. Primo: la Bce abbatterà gli acquisti di Btp italiani (grazie al Quantitative Easing un quarto dello stock dei nostri titoli di debito è finito nel bilancio dell’Eurotower). Secondo: se nuove crisi imporranno sostegni alla domanda, l’onere spetterà agli Stati, non alla Banca centrale, e questo potranno permetterselo solo i Paesi con poco debito, quindi non l’Italia che dovrà sbrigarsela per affari suoi.

Le campane dei “frugali” suonano tutte per noi “incontinenti”. Non a caso, dopo le parole di Schnabel lo spread è schizzato sopra quota 130, come non accadeva da mesi. Tutto questo il governatore lo sa meglio di chiunque altro. Per ora, prudentemente, non lo dice. Ma presto toccherà anche a lui disturbare la manovratrice.

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