Le mosse dell’Italia in Europa
di Piero BenassiL’interrogativo sulla strategia italiana per l’Europa, piuttosto che sulle tattiche pre-elettorali, come appare da ultimo anche il passo di lato, soprattutto in chiave interna, sull’Ucraina, rimane questione centrale.
Una postura della presidente del Consiglio in Europa ora da “capo di governo” ora da “leader di partito” implica un equilibrismo che, pur teoricamente consentito dall’ibrida architettura istituzionale della Ue (Consiglio Europeo con i leader e Parlamento Europeo con i gruppi politici), comunque la obbligherebbe prima o poi ad uscire dalle ambiguità.
Tanto più con enormi snodi in agenda, in concomitanza con due conflitti, quali le transizioni gemelle (verde e digitale) e la dimensione esterna. Il tutto, mentre siamo alle prese con fondamentali economici e sociali non in ordine.
La doppia transizione è chiamata a garantirci una modernizzazione “sostenibile” senza rimanere schiacciati dalla competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina. Ciò imporrà un enorme volume …
L’interrogativo sulla strategia italiana per l’Europa, piuttosto che sulle tattiche pre-elettorali, come appare da ultimo anche il passo di lato, soprattutto in chiave interna, sull’Ucraina, rimane questione centrale.
Una postura della presidente del Consiglio in Europa ora da “capo di governo” ora da “leader di partito” implica un equilibrismo che, pur teoricamente consentito dall’ibrida architettura istituzionale della Ue (Consiglio Europeo con i leader e Parlamento Europeo con i gruppi politici), comunque la obbligherebbe prima o poi ad uscire dalle ambiguità.
Tanto più con enormi snodi in agenda, in concomitanza con due conflitti, quali le transizioni gemelle (verde e digitale) e la dimensione esterna. Il tutto, mentre siamo alle prese con fondamentali economici e sociali non in ordine.
La doppia transizione è chiamata a garantirci una modernizzazione “sostenibile” senza rimanere schiacciati dalla competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina. Ciò imporrà un enorme volume di risorse finanziarie (800 miliardi annui, difesa inclusa, nelle valutazioni della Commissione) e di capitale umano: obiettivo impossibile senza una politica di bilancio guidata da Bruxelles oppure, più realisticamente, di un bilancio comune in ogni caso ben più ampio dell’attuale.
Tanto più col nostro Paese gravato da pesante debito pubblico, insufficiente livello di crescita, bassa produttività, scarsa concorrenza e invecchiamento della popolazione.
Modernizzazione che, pur negli obiettivi del fondamentale ma non sufficiente Pnrr, implica a maggior ragione una visione di politica industriale (dalle linee direttrici ed attuative ancora incerte), nella prospettiva peraltro di regole progressivamente più stringenti imposte dal nuovo Patto di stabilità.
Dentro questo angusto sentiero sarebbe nostro interesse trovare un punto di intesa con la Francia, pure alle prese con sofferenti parametri di finanza pubblica, in vista di un’interlocuzione con Berlino, “depressa” ma con un maggiore spazio fiscale libero di muoversi grazie anche a regole sugli aiuti di Stato meno stringenti.
Di qui l’importanza di una politica di bilancio europea per non essere spiazzati. Altro che “più Italia in Europa” o peggio ancora “più Italia e meno Europa”. Se non condividiamo sovranità a livello europeo, della nostra cosiddetta sovranità rimarrà ben poco.
Quanto alla dimensione esterna dell’Europa, a partire dalle nostre priorità del Mediterraneo e dell’Africa, si pone anche qui l’esigenza di concrete modalità di azione, al netto di narrative dal corto respiro.
Fuori dai propri confini, dove anche a causa dei due conflitti in corso, l’Europa sta perdendo sempre più credibilità internazionale, dovremmo invece rafforzare l’interlocuzione proprio con Berlino, spesso più vicina alle nostre sensibilità. Sia verso alcuni Paesi (Balcani Occidentali, Turchia, la “frazionata Libia” con Ankara pilastro in Tripolitania) sia in alcuni settori dove coincidono sicurezza energetica, stabilità e gestione migratoria.
Il più volte evocato Piano Mattei, ad esempio, anche nella componente delle “energie rinnovabili” o di altre formule di partenariato con i Paesi dell’area, interessa la Germania.
Negoziarvi un suo strutturato coinvolgimento, non ci toglierebbe primogenitura; potrebbe inoltre contribuire a coinvolgere le banche multilaterali di sviluppo (ove possibile col sostegno anche di Washington) e quei fondi privati senza i quali rimarrebbe del “Piano” una durata pari all’utilità percepita della sua narrativa.
Insomma, “cosa fare in Europa e con l’Europa”. Oppure “se farne a meno”. Muoversi sul tavolo dell’integrazione, dunque, non su due; tanto meno su quello sbagliato, col rischio di rimanervi da soli o con compagni irrilevanti.
Del resto, nonostante le non poche divergenze, Berlino e Parigi tendono prima o poi a trovare una sintesi. Ne abbiamo avuto l’ennesima conferma. Sarà bene tenerne conto senza indugiare in parole d’ordine identitarie prive di futuro. Con un interesse nazionale finalmente declinato e non solo evocato.