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Ue, l’enigma cinese

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L’Europa, stretta fra le pressioni americane e la necessità di non rompere con la super potenza asiatica, deve gestire con Pechino un rapporto difficile
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Già nel 2019 l’Unione europea aveva definito la Cina come un partner, un concorrente e un rivale sistemico. Un partner con cui affrontare insieme e in maniera collaborativa sfide globali (cambiamento climatico, protezione dell’ambiente, sicurezza alimentare ecc.). Un concorrente per il peso crescente dell’economia cinese e per il sistematico ricorso di Pechino a pratiche commerciali scorrette. E un rivale sistemico per le evidenti divergenze di posizioni su principi e valori, per le rispettive collocazioni sulla scena internazionale.

Oggi quella definizione mantiene la sua validità. Ma nel corso di questi ultimi anni il quadro delle nostre relazioni con la Cina si è ulteriormente complicato come conseguenza della crisi economica indotta dal Covid e della guerra in Ucraina.

Le misure adottate per contrastare la pandemia hanno messo in crisi il commercio internazionale, provocato una frammentazione delle catene globali del valore e ridimensionato vari aspetti della globalizzazione. …

Già nel 2019 l’Unione europea aveva definito la Cina come un partner, un concorrente e un rivale sistemico. Un partner con cui affrontare insieme e in maniera collaborativa sfide globali (cambiamento climatico, protezione dell’ambiente, sicurezza alimentare ecc.). Un concorrente per il peso crescente dell’economia cinese e per il sistematico ricorso di Pechino a pratiche commerciali scorrette. E un rivale sistemico per le evidenti divergenze di posizioni su principi e valori, per le rispettive collocazioni sulla scena internazionale.

Oggi quella definizione mantiene la sua validità. Ma nel corso di questi ultimi anni il quadro delle nostre relazioni con la Cina si è ulteriormente complicato come conseguenza della crisi economica indotta dal Covid e della guerra in Ucraina.

Le misure adottate per contrastare la pandemia hanno messo in crisi il commercio internazionale, provocato una frammentazione delle catene globali del valore e ridimensionato vari aspetti della globalizzazione.

E soprattutto hanno portato al centro della agenda della Ue il tema di una strategia per la competitività nella quale sicurezza economica e riduzione delle dipendenze su materie prime, minerali critici e tecnologie dovrebbero contribuire alla realizzazione di una autentica autonomia strategica.

La guerra in Ucraina, a sua volta, ha allargato le distanze e provocato incomprensioni fra Europa e la Cina. Ci saremmo attesi dalla Cina una condanna della aggressione russa contro un Paese sovrano e indipendente e la difesa dei principi del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati. Abbiamo dovuto fare i conti con una leadership cinese che ha nei fatti manifestato in ogni occasione, anche pubblica, il massimo della solidarietà politica a Mosca in nome di un condiviso antagonismo nei confronti del cosiddetto Occidente.

Infine, l’uso spregiudicato da parte della Cina della sua forza economica al servizio di interessi politici, la scelta cinese di privilegiare un modello di crescita economica basato su esportazioni competitive (non più di prodotti di largo consumo, ma di beni ad alto valore aggiunto), combinato con il ricorso sistematico a pratiche commerciali non compatibili con gli impegni assunti nell’Organizzazione mondiale del commercio, hanno ulteriormente rafforzato la diffidenza dell’Europa nei confronti del gigante asiatico.

Oggi la Cina appare come un Paese fiducioso nel proprio futuro, malgrado i primi segnali di qualche elemento di debolezza dell’economia. Convinto della propria superiorità morale e politica, ma soprattutto tecnologica. Ossessionato dalla propria sicurezza interna ed esterna. Determinato nel difendere il principio della sovranità di Pechino su Taiwan, senza però che questo lasci intravedere il rischio di tentativi di colpi di mano a breve scadenza.

Interessato a difendere la globalizzazione con i suoi dividendi, e a contrastare i rischi di misure protezionistiche e chiusure di mercati (altrui). Più che mai intenzionato a rafforzare la sua proiezione rispetto al cosiddetto Sud Globale. Preoccupato in realtà solo dalla competizione globale con gli Usa, e dalle sue conseguenze sulla sicurezza e sull’economia della Cina.

L’Europa in questo scenario appare marginale. In un’ottica cinese, ormai tutta focalizzata sull’Asia e sul Pacifico, l’Europa viene trattata con il rispetto che si deve ad un gruppo di Paesi dal passato illustre. Ma viene vista come un soggetto politico minore, tutt’al più come un mercato di sbocco delle proprie merci, e come un’area dove investire selettivamente. Utile tutt’al più se disponibile a collaborare per allentare le pressioni americane sulla Cina. Ma non certo un interlocutore politico di peso.

L’Europa, dal canto suo, preso atto della pratica impossibilità di un disaccoppiamento della sua economia da quella cinese (troppo importanti i rapporti economici e commerciali malgrado un deficit della bilancia commerciale dell’ordine di 292 miliardi di euro nel 2023), si sta impegnando nella attuazione di una strategia di riduzione dei rischi nei confronti della Cina.

Ne sono testimonianza varie iniziative mirate a ridurre la dipendenza dalla Cina per certe materie prime, minerali critici, microprocessori e tecnologie abilitanti. Ma anche misure difensive, come il monitoraggio degli investimenti cinesi in Europa, le misure di ritorsione contro restrizioni sulle esportazioni cinesi di prodotti di interesse strategico, e le misure di difesa commerciale.

In sintesi l’Europa, stretta fra le pressioni americane per una politica sempre più assertiva nei confronti della Cina e la necessità di non rompere con la super potenza asiatica per evidenti motivi di interesse se non altro economico, si trova nella delicata situazione di dover gestire con Pechino un rapporto difficile ma per molti aspetti inevitabile e irrinunciabile.

Potrà riuscire in questo complicato esercizio se riuscirà a rimanere unita, e a contrastare la tattica cinese di sfruttare il protagonismo, e gli interessi, dei singoli governi europei. Ma potrà ragionevolmente continuare a farlo solo a condizione che Pechino non tenti un’operazione di forza su Taiwan scatenando una crisi di dimensioni tali da costringere anche l’Europa a schierarsi.

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