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Dove portano i radicalismi

Matteo Salvini (ansa)
Il punto del 4 giugno 2024
2 minuti di lettura

L’ultima settimana della solita pessima campagna elettorale non è di sicuro migliore delle precedenti. La novità è che ormai è stata segnata dalla più imprevedibile delle “gaffe”, ammesso che di questo si tratti. Ma al di là dei commenti — abbastanza imbarazzati a destra, sferzanti a sinistra — la domanda è: perché? Cosa ha mosso un parlamentare minore della Lega, Borghi, a esporsi in modo goffo su un tema tanto scivoloso, senza nemmeno un bagaglio minimo di cultura istituzionale?

Se è tutta farina del suo sacco, alla ricerca di visibilità pre-elettorale, c’è da stendere un velo pietoso. Se invece, come è più probabile, l’esponente leghista ha dato voce, alla sua maniera, alle conversazioni interne al partito, ai pour parler con il famoso Capitano, allora è peggio. Nel senso che si delinea un abbozzo di linea politica, un velleitario indirizzo che passa prima o poi attraverso la richiesta di dimissioni del presidente della Repubblica. O per meglio dire, accentua la pressione sul Quir…

L’ultima settimana della solita pessima campagna elettorale non è di sicuro migliore delle precedenti. La novità è che ormai è stata segnata dalla più imprevedibile delle “gaffe”, ammesso che di questo si tratti. Ma al di là dei commenti — abbastanza imbarazzati a destra, sferzanti a sinistra — la domanda è: perché? Cosa ha mosso un parlamentare minore della Lega, Borghi, a esporsi in modo goffo su un tema tanto scivoloso, senza nemmeno un bagaglio minimo di cultura istituzionale?

Se è tutta farina del suo sacco, alla ricerca di visibilità pre-elettorale, c’è da stendere un velo pietoso. Se invece, come è più probabile, l’esponente leghista ha dato voce, alla sua maniera, alle conversazioni interne al partito, ai pour parler con il famoso Capitano, allora è peggio. Nel senso che si delinea un abbozzo di linea politica, un velleitario indirizzo che passa prima o poi attraverso la richiesta di dimissioni del presidente della Repubblica. O per meglio dire, accentua la pressione sul Quirinale accusato — certo in modo implicito e strumentale — di privilegiare il rapporto con il centrosinistra.

Il momento davvero insidioso non sarà certo il 2 giugno e la sovranità europea, ma potrebbe prendere corpo con l’approvazione finale di una delle riforme a cui il centrodestra si è dedicato, l’autonomia e soprattutto il “premierato” dopo l’eventuale referendum. Questo porta a un altro tema, non meno cruciale. La mossa del leghista, corretta in ritardo e assai svogliatamente da Salvini, dimostra la tendenza a radicalizzare lo scontro politico. Quando si tocca la figura del capo dello Stato, vuol dire che si punta ad accentuare il senso di ansia degli elettori, non a rassicurarli. Quanto più si rinuncia ad allargare la platea degli italiani a cui ci si vuole rivolgere, tanto più il messaggio radicale, inasprito, è prerogativa di una minoranza militante. Una Lega in evidente difficoltà elettorale trova naturale rifugiarsi tra le mura amiche per trovarvi orecchie sensibili ai toni forti. Ed ecco i Vannacci e i Borghi. Ci fu invece un tempo in cui Salvini aveva scelto un registro diverso e aveva toccato il 34 per cento dei voti. Da allora però ha infilato uno sbaglio dietro l’altro e la destra di massa è diventata appannaggio di Giorgia Meloni.

Adesso sembra che anche il presidente del Consiglio si sia arrestata nel cammino volto a rappresentare un’Italia più ampia e articolata di quella dei militanti o simpatizzanti tradizionali. Complice il clima della campagna, la Meloni è tornata alle vecchie asprezze. Sul caso Borghi è rimasta in silenzio troppo a lungo, ma sono queste le situazioni in cui le istituzioni devono prevalere sulle passioni. Ovvio, voleva evitare di lasciare campo libero a Salvini negli ambienti dell’estrema destra e si è astenuta finché ha potuto sulla questione Quirinale. È un errore, ma significativo di una certa atmosfera. Si dirà: quando si esaspera il conflitto, la sinistra non è da meno. Tuttavia non è del tutto corretto.

È vero che i Borghi di sinistra chiedono l’uscita dalla Nato e vorrebbero spostare l’asse della politica estera, nel pieno di una guerra, a favore della Russia. Anche il Pd, a tratti, e ancor di più i 5S tendono a rendere più radicali le loro posizioni, sconcertando gli elettori non ideologici. Ma almeno lasciano in pace il presidente della Repubblica, forse perché sanno che non ne verrebbe nulla di buono per chicchessia. Dalla prossima settimana è augurabile che si torni a discutere con accenti meno esasperati. Ma non sarà facile, visto che in campo c’è la riforma del premierato e le occasioni di scontro saranno quotidiane.

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