A quattro giorni dal voto e su un tema politicamente ed elettoralmente sensibile come quello dei migranti — sulla coincidenza di tempo e di merito non vale la pena spendere considerazioni ovvie — la presidente del Consiglio dimostra con quale disinvoltura interpreti il suo ruolo istituzionale e con quanta doppiezza politica lei e la sua maggioranza guardino alla funzione della magistratura inquirente.
Accade infatti che, in possesso di elementi in grado di dimostrare che la criminalità organizzata ha infiltrato la gestione delle domande per migrare legalmente nel nostro Paese (i cosiddetti decreti flussi), Meloni decida di trasformare quelle informazioni in un esposto.
Che quell’esposto venga personalmente consegnato ad horas dalla stessa presidente del Consiglio al Procuratore nazionale antimafia. Che il Procuratore nazionale antimafia, come vuole la legge, trasmetta immediatamente quella denuncia agli uffici giudiziari preposti a valutarne la fondatezza e, nel caso, ad indagare.
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A quattro giorni dal voto e su un tema politicamente ed elettoralmente sensibile come quello dei migranti — sulla coincidenza di tempo e di merito non vale la pena spendere considerazioni ovvie — la presidente del Consiglio dimostra con quale disinvoltura interpreti il suo ruolo istituzionale e con quanta doppiezza politica lei e la sua maggioranza guardino alla funzione della magistratura inquirente.
Accade infatti che, in possesso di elementi in grado di dimostrare che la criminalità organizzata ha infiltrato la gestione delle domande per migrare legalmente nel nostro Paese (i cosiddetti decreti flussi), Meloni decida di trasformare quelle informazioni in un esposto.
Che quell’esposto venga personalmente consegnato ad horas dalla stessa presidente del Consiglio al Procuratore nazionale antimafia. Che il Procuratore nazionale antimafia, come vuole la legge, trasmetta immediatamente quella denuncia agli uffici giudiziari preposti a valutarne la fondatezza e, nel caso, ad indagare.
E che la presidente del Consiglio chiuda quindi il cerchio durante un Consiglio dei ministri dando notizia pubblicamente non solo della sua denuncia formale, ma delle conseguenze che ne dovrebbero scaturire: «L’apertura di una o più indagini sulla base degli elementi forniti».
Ebbene, diciamolo subito e a scanso di equivoci. Il ruolo e le infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione delle domande di chi fa ingresso nel nostro Paese attraverso canali regolari sono fuori discussione. È una faccenda seria. Che le Procure della Repubblica, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, indagano da tempo, e che dunque merita estrema attenzione.
E tuttavia, ancora una volta, ammesso ce ne fosse bisogno, la premier decide di declinare le sue prerogative di presidente del Consiglio in una autocelebrazione taumaturgica. Anziché bussare alla porta di un ufficio giudiziario nel cono di luce della campagna elettorale, avrebbe infatti potuto seguire altre strade. Altrettanto efficaci e certamente più composte. Per esempio, veicolando quelle informazioni alla polizia giudiziaria, perché ne vagliasse la fondatezza e le circostanze per poi trasmetterle alle Procure interessate. O, ancora, sollecitando attraverso il suo ministro dell’Interno i vertici delle forze di polizia per aggredire con maggiore efficacia la minaccia.
Ma, evidentemente, è un tipo di grammatica istituzionale che la presidente del Consiglio non conosce. O, meglio, che non è funzionale a un’idea di governo che si deve tradurre in esercizio del comando. In autocrazia. Quantomeno agli occhi del Paese. Con buona pace del cortocircuito che si può produrre quando l’esecutivo, pur nel rispetto della forma (quale è la presentazione di un esposto), diventa l’innesco dell’iniziativa della magistratura inquirente.
Il tutto anche a costo, politicamente parlando, di produrre per altro un effetto straniante. Avevamo infatti assistito in questi mesi, e ancora nelle ultime settimane, a un crescendo orgiastico di dichiarazioni della maggioranza al governo sulle ragioni per le quali finalmente la magistratura inquirente (le Procure) verrà riportata nell’alveo che le compete. Lontana dalle tentazioni di indagare “fenomeni” a discapito, come prevede la legge, di singole responsabilità su singole circostanze. Al riparo dai rischi di “giustizia a orologeria”. Impermeabile al cui prodest politico della sua azione.
Evidentemente ci eravamo sbagliati. O forse avevamo male interpretato i silenzi della premier di fronte alle intemerate della sua maggioranza. Contrordine dunque. Se la politica ha da mettere mano alle emergenze del Paese si armi di esposti e vada in Procura. Soprattutto se quegli esposti si incastrano a perfezione nell’agenda politica.
E dunque confidiamo che questa di Giorgia Meloni sia solo una prima volta. Ci piacerebbe insomma pensare che, nelle prossime settimane, forte delle informazioni che Palazzo Chigi riceve, elabora e verifica, si muoverà con i competenti uffici giudiziari per sollecitare, con altrettanta tempestività e con esposti altrettanto documentati, indagini sui rapporti incestuosi tra impresa e politica negli enti locali. Sull’effetto distorsivo della corruzione nel mercato, sui rischi di infiltrazioni della criminalità organizzata nella realizzazione del Pnrr e di opere di interesse strategico per il Paese. E che di queste iniziative darà pubblicamente conto nei Consigli dei ministri che presiederà e nei comunicati stampa che li accompagneranno.
Ci piacerebbe anche pensare che la presidente del Consiglio, trascorso il weekend elettorale, tornerà volentieri sul tema della figura del pubblico ministero, del ruolo che è chiamato a svolgere nel processo penale, sull’importanza (che la sua iniziativa dimostra) e la necessità che le indagini penali si muovano di impulso e sotto il suo controllo (e non viceversa come auspica la sua maggioranza di sedicenti garantisti).
E, naturalmente, sul ruolo di “garanzia” nell’accertamento della verità che la magistratura inquirente è chiamata a svolgere. Perché non solo “parte” nel processo, ma articolazione della giurisdizione nel suo complesso. Per non parlare di banali addendum come l’ambito di utilizzo delle intercettazioni telefoniche, degli spyware a fini investigativi e di tutto quell’armamentario di strumenti investigativi cui la sua maggioranza ha dichiarato guerra dal primo giorno del suo insediamento.
E tuttavia, qualcosa ci dice che tutto questo non accadrà.