✕

Voto Ue, i rischi di una Commissione debole

Porto, 6 giugno: Ursula von der Leyen (afp)

Ascolta l'audio

Il Partito popolare non è alla guida del governo in nessuno dei grandi Stati membri dell’Unione. Un disallineamento privo di precedenti. Quale può essere la forza di Ursula von der Leyen se Macron, Scholz e Sánchez non ne condividono le priorità?
2 minuti di lettura

Prima ancora di andare alle urne conosciamo sia l’esito più probabile, sia il problema più serio del nuovo Parlamento europeo. Sappiamo infatti che il Partito popolare europeo emergerà come il gruppo parlamentare più forte. Secondo la prassi, spetterà a questo gruppo presentare un proprio candidato alla presidenza della Commissione europea. Ad oggi, il candidato è l’attuale presidente Ursula von der Leyen, eletta nel 2019 su impulso di Angela Merkel e di Emmanuel Macron.

Qui sorge il problema, perché i partiti che compongono il Partito popolare non sono oggi alla guida del governo in nessuno dei grandi Stati membri dell’Ue. Sono all’opposizione in Germania, Francia e Spagna, mentre Forza Italia è per dimensione solo il terzo dei partiti al governo in Italia. Questo disallineamento tra Commissione e governi (e quindi Consiglio Ue) è privo di precedenti.

Il voto europeo sarà letto in filigrana osservando angolature e inclinazioni dell’asse destra-sinistra, ma la domanda cruciale …

Prima ancora di andare alle urne conosciamo sia l’esito più probabile, sia il problema più serio del nuovo Parlamento europeo. Sappiamo infatti che il Partito popolare europeo emergerà come il gruppo parlamentare più forte. Secondo la prassi, spetterà a questo gruppo presentare un proprio candidato alla presidenza della Commissione europea. Ad oggi, il candidato è l’attuale presidente Ursula von der Leyen, eletta nel 2019 su impulso di Angela Merkel e di Emmanuel Macron.

Qui sorge il problema, perché i partiti che compongono il Partito popolare non sono oggi alla guida del governo in nessuno dei grandi Stati membri dell’Ue. Sono all’opposizione in Germania, Francia e Spagna, mentre Forza Italia è per dimensione solo il terzo dei partiti al governo in Italia. Questo disallineamento tra Commissione e governi (e quindi Consiglio Ue) è privo di precedenti.

Il voto europeo sarà letto in filigrana osservando angolature e inclinazioni dell’asse destra-sinistra, ma la domanda cruciale è un’altra: riuscirà la Commissione a collaborare con governi che guardano con sospetto o addirittura ostilità l’agenda politica del partito del presidente? Quale può essere la forza di von der Leyen se Macron, Scholz e Sánchez non ne condividono le priorità?

È possibile che per evitare di essere troppo debole rispetto ai governi e rendere vana l’interazione con il nuovo Parlamento, la Commissione finisca per rispecchiare una coalizione parlamentare accettabile anche ai governi di Francia, Germania e Spagna.

Finora su questo aspetto cruciale, von der Leyen è stata ambigua, o forse i suoi segnali di apertura a destra sono stati fraintesi: l’apertura al governo italiano serve ad allargare la base dei governi — più che dei partiti — con cui cooperare: una scelta istituzionale più che politica.

In tale quadro, la maggioranza parlamentare finirebbe per essere necessariamente estesa. È proprio la relazione tra Commissione e Parlamento, d’altronde, che rende l’Ue diversa da ogni altra organizzazione internazionale e ne fa, attraverso la rappresentanza popolare, un ordinamento sovranazionale unico nella storia dell’umanità. Un’istituzione i cui popoli e governi accettano, nella gran parte delle competenze condivise, di finire in minoranza purché a prevalere sia la volontà comune più ampia.

Se il canale democratico tra Commissione e Parlamento è inefficace perché cozza con gli interessi dei governi, a prevalere sono questi ultimi, attraverso il Consiglio Ue che si limita a coordinare le politiche comunitarie su impulso del Consiglio europeo, cioè appunto dei capi di Stato e di governo. In tal caso, l’Unione europea finisce per assomigliare più a un’organizzazione internazionale che si basa, finché possibile, sul coordinamento degli interessi nazionali.

Con una Commissione debole, arretrerebbe anche la salvaguardia dei Trattati e il fatto che le politiche dell’Ue si ispirino ai valori iscritti in essi — lo Stato di diritto e il principio di eguaglianza, fino al rispetto per i diritti umani, compresi quelli delle minoranze — che danno speciale dignità alle democrazie liberali.

Se questi valori non sono centrali, è difficile per l’Unione contrastare le democrazie illiberali entro i propri confini, o riconoscere il diritto all’integrità territoriale dei popoli condannando l’aggressione militare russa in Ucraina o altri abusi.

Anche se guidata dall’attuale presidente della Commissione, una coalizione di parte, in questo caso tra popolari e partiti di destra, non rappresenterebbe la continuità delle politiche europee, ma il suo contrario. Lo scontro con i governi dei grandi Paesi porterebbe a una regressione costituzionale dell’Unione verso un sistema intergovernativo non cooperativo.

L’ipotetica candidatura di Mario Draghi, i cui pronunciamenti hanno forti accenti federalisti, andrebbe nella direzione opposta, ma come altre candidature che stanno affiorando è per ora priva della base di consenso politico. Questo andrà costruito in quella che si preannuncia una lunga trattativa che rischia di superare la scadenza del voto americano e di esserne influenzata.

Leggi i commenti