✕

Caso Signorelli, l’Italia al contrario dei fascio-populisti

Roma, 6 giugno: Giorgia Meloni a "Porta a Porta" (ansa)

Ascolta l'audio

Sono anche loro Fratelli d’Italia, simboli dell’ultra-destra tricolore che Giorgia Meloni rilancia nelle urne
4 minuti di lettura

Signorelli & Piscitelli è la putrida sottomarca della modernissima “ditta” fascio-populista che si candida a rifare l’Italia e a cambiare l’Europa. Il nipotino dell’ideologo dello stragismo nero, acquartierato nell’ufficio stampa del ministro-parente Francesco Lollobrigida, e il boss della curva nazi-laziale e della criminalità narco-romana, assassinato dalla cosca rivale su una panchina del Parco degli Acquedotti.

Sono anche loro Fratelli d’Italia, simboli dell’ultra-destra tricolore che Giorgia Meloni rilancia nelle urne, spacciandola (e spacciandosi) levatrice e demiurga di una Storia Nuova e catartica. Ma in realtà tragicamente vecchia e nostalgica, perché intrisa dell’odio e del sangue non tanto della dittatura mussoliniana, quanto piuttosto dell’impostura missina. Razzista e antisemita, eurofoba e xenofoba, intollerante e illiberale, settaria e autoritaria.

Ci sono anche queste schegge impazzite e mai piallate, nel legno storto del presunto “neo-conservatorismo” in nome de…

Signorelli & Piscitelli è la putrida sottomarca della modernissima “ditta” fascio-populista che si candida a rifare l’Italia e a cambiare l’Europa. Il nipotino dell’ideologo dello stragismo nero, acquartierato nell’ufficio stampa del ministro-parente Francesco Lollobrigida, e il boss della curva nazi-laziale e della criminalità narco-romana, assassinato dalla cosca rivale su una panchina del Parco degli Acquedotti.

Sono anche loro Fratelli d’Italia, simboli dell’ultra-destra tricolore che Giorgia Meloni rilancia nelle urne, spacciandola (e spacciandosi) levatrice e demiurga di una Storia Nuova e catartica. Ma in realtà tragicamente vecchia e nostalgica, perché intrisa dell’odio e del sangue non tanto della dittatura mussoliniana, quanto piuttosto dell’impostura missina. Razzista e antisemita, eurofoba e xenofoba, intollerante e illiberale, settaria e autoritaria.

Ci sono anche queste schegge impazzite e mai piallate, nel legno storto del presunto “neo-conservatorismo” in nome del quale la Sorella d’Italia ora chiede «scrivete Giorgia» agli italiani e votate sovranista agli europei. Certo, il giovane Paolo Signorelli — erede di cotanto nonno, il tristemente noto Paolo fondatore di Ordine Nuovo — si è “autosospeso dall’incarico” (qualunque cosa significhi nel gergo delle fantozziane burocrazie ministeriali e autoreferenziali).

Ma insieme a lui — che nonostante lo schifo dei suoi dialoghi whatsapp con Fabrizio Piscitelli non si è dimesso — rimane davanti a noi questo grumo purulento di Mafia Capitale e di nazi-fascismo viscerale condiviso con il truce Diabolik. Resta qui, precipitato davanti ai seggi aperti, il nauseante brodo di coltura in cui ha sguazzato e sguazza tuttora un bel pezzo di “destra reale”, quella sorgiva e tecnicamente eversiva, nascosta sotto i tailleur Armani delle due Sorelle d’Italia e le grisaglie severe dei suoi numerosi Fratelli, cognati e camerati finalmente stravaccati nella stanza dei bottoni.

E ci assale il tanfo di quella discarica morale e delinquenziale, irrorata dal livore contro i “porci ebrei” come Gad Lerner e dall’onore per i “terroristi eroi” come Giusva Fioravanti e Pierluigi Concutelli. Dal paganesimo d’accatto dei riti duceschi sul Soratte dove andava “pure il Ciavarda” e dall’ammirazione cieca per uno dei boss più feroci della malavita capitolina come il “fantastico” Elvis Demce.

Peggio di questo fango tossico — oltre al solito silenzio assordante della premier — c’è solo il modo spiccio col quale l’ineffabile Lollo prova a ripulirne via gli schizzi dalla giacca, dicendo che è roba di cinque anni fa e che il Signorelli di oggi non pensa nulla di quello che scriveva allora. Potenza di una vittoria elettorale, che come ai tempi del Cav ti assolve da tutti i reati e ti perdona di tutti i peccati. Magari fosse vero.

Lo sappiamo: in questa vigilia di Europee che arrivano dopo tre crisi e in mezzo a due guerre gli elettori pensano ad altro. I prezzi alti e gli stipendi bassi, la Sanità a pezzi e la paura del futuro. Ma, intanto, anche su questo versante il piatto meloniano piange, nonostante l’hard-discount elettorale degli ultimi giorni: il Bonus-Befana e il Pacco-Salute, il condono Salva-Casa e la Social Card da quattro soldi.

E poi è comunque impossibile non vedere cos’è e di cosa è fatta questa Cosa Nera che ha preso i comandi in Italia e che adesso li reclama anche in Europa. È impensabile non guardare da dove vengono questi nuovi “patrioti”, sopravvissuti tra le ceneri di Mussolini, riscaldati dalla fiamma di Almirante, riscattati dalla svolta di Fini e infine ricacciati indietro dalla contro-svolta di Meloni. Il transito “da Giorgio a Giorgia” è passato così, senza abiure né traumi. I Fasci del Ventennio sono relegati alla polvere dei libri di storia — come pretende la premier — ma i “fasti” del Movimento Sociale sono vivi e lottano insieme a noi, grazie a un subdolo storytelling fatto di manipolazioni, omissioni e rivisitazioni.

Trento, 24 maggio: Francesco Lollobrigida e Paolo Signorelli (fotogramma)

Lo dimostrano oggi le chat di Signorelli, come ieri le menzogne di Marcello De Angelis, altro portavoce illustre, in quel caso della Regione Lazio. Già membro di Terza Posizione, a sua volta cognato di Ciavardini, De Angelis è da anni convinto assertore dell’innocenza del medesimo, di Fioravanti e Mambro, condannati per la strage di Bologna.

Reclama “l’altra matrice” (l’inesistente “pista palestinese”), come fanno Ignazio La Russa, omaggiato con la seconda carica dello Stato, e Chiara Colosimo, insignita con la presidenza dell’Antimafia. E poi la stessa presidente del Consiglio, che il 2 agosto a Bologna non si è neanche presentata, limitandosi a un penoso comunicato in cui ha evocato un generico «terrorismo» e ha costretto Mattarella a ristabilire la verità sulla «strage neofascista».

Signorelli è sottobosco, d’accordo. Ma intanto non trascurate mai il sottobosco: è pur sempre un ambiente politico, radicato nelle istituzioni e nelle amministrazioni dove il potere concima il suo Deep State. E d’altra parte il bosco non è affatto migliore. Ha sussunto, deformandola, una legge della Savana.

Ogni mattina un Fratello d’Italia miracolato o un fascio-leghista squinternato si alza e sa che deve dire o fare una vaccata. Invocare la Decima Mas o rimpiangere la Buonanima che “ha fatto anche cose buone”. Gridare alla sostituzione etnica o fermare i treni in ritardo. Sparare al cenone di Capodanno o sputtanare la Festa del 2 giugno. Censurare Scurati o denunciare Canfora e Saviano. Inaugurare un falso Ponte sullo Stretto o progettare un vero lager in Albania. Truffare l’Inps o attaccare il Quirinale. Asfaltare i giornalisti o svillaneggiare i vescovi. C’è di tutto, nel Bestiario governativo di questi diciannove mesi.

E qui c’è la preoccupazione maggiore, adesso che si vota. Oltre a chi sono, dobbiamo chiederci dove vogliono andare. In Italia, lo stiamo vedendo. Al dissenso politico e culturale rispondono con i soliti meccanismi del “populismo di governo”: il vittimismo e l’autoassoluzione, la costruzione del nemico e la sua criminalizzazione, il manganello in piazza e la tagliola in Parlamento, l’orbace in Rai e il bavaglio all’informazione.

All’emergenza economica e sociale ovviano con la scorciatoia delle “pseudo-riforme”: la triade premierato forte-autonomia differenziata-pacchetto giustizia non serve a migliorare le condizioni di vita di famiglie e imprese, ma solo a blindare il dominio meloniano, che muta la democrazia liberale in autocrazia elettiva. Dove agli elettori — come insegnava Rousseau agli inglesi — è concessa solo l’illusione della sovranità popolare: sono liberi di scegliere per un solo giorno all’inizio di ogni legislatura, quando votano. Negli intermezzi quinquennali decide solo il capo eletto.

Ma è in Europa, nell’immediato, che si annida il vero pericolo. Finora, in politica estera, la premier ha salvato la collocazione geostrategica del Paese: un europeismo “all’italiana” (che pencola tra ortodossia franco-tedesca e sindrome ungherese) e un iper-atlantismo “alla polacca” (che mutua i presidi dell’Occidente senza assumerne fino in fondo i valori). La tattica delle “mani libere”, in attesa di verificare l’esito del voto, le serve a decidere se adeguarsi alla vecchia maggioranza Ursula (puntando a farne parte, se rivincesse) o cavalcarne una nuova spostata più a destra (contando di guidarla, se dovesse prevalere).

Questo è il bivio, per Meloni e in fondo anche per noi. Da una parte c’è la coalizione uscente di popolari, liberali e socialisti con Von der Leyen: quella che purtroppo non ha brillato (compreso l’ultimo scandaloso spot elettorale su un’Europa fatta solo di armi) ma che è per noi l’unica comunità di destino possibile, alla quale dobbiamo i Fondi di coesione e il Pnrr. Dall’altra c’è l’alleanza incombente degli alt-right, la feccia nera di Visegrad, Vox e Marine Le Pen: quella delle destre estreme, della sovranità degli Stati-Nazione, dell’Unione disunita, della paura dell’immigrazione, della globalizzazione, del gender.

L’Europa Fortezza o l’Europa Fantoccio ideata dai cosiddetti “ingegneri del caos”, sussidiati da Putin per sfibrare le democrazie dall’interno, in attesa che a novembre arrivi Trump a “finire il lavoro”. Magari senza entusiasmo: ma noi — al contrario di Giorgia — sappiamo benissimo da che parte stare.

Leggi i commenti