Signorelli & Piscitelli è la putrida sottomarca della modernissima “ditta” fascio-populista che si candida a rifare l’Italia e a cambiare l’Europa. Il nipotino dell’ideologo dello stragismo nero, acquartierato nell’ufficio stampa del ministro-parente Francesco Lollobrigida, e il boss della curva nazi-laziale e della criminalità narco-romana, assassinato dalla cosca rivale su una panchina del Parco degli Acquedotti.
Sono anche loro Fratelli d’Italia, simboli dell’ultra-destra tricolore che Giorgia Meloni rilancia nelle urne, spacciandola (e spacciandosi) levatrice e demiurga di una Storia Nuova e catartica. Ma in realtà tragicamente vecchia e nostalgica, perché intrisa dell’odio e del sangue non tanto della dittatura mussoliniana, quanto piuttosto dell’impostura missina. Razzista e antisemita, eurofoba e xenofoba, intollerante e illiberale, settaria e autoritaria.
Ci sono anche queste schegge impazzite e mai piallate, nel legno storto del presunto “neo-conservatorismo” in nome de…
Signorelli & Piscitelli è la putrida sottomarca della modernissima “ditta” fascio-populista che si candida a rifare l’Italia e a cambiare l’Europa. Il nipotino dell’ideologo dello stragismo nero, acquartierato nell’ufficio stampa del ministro-parente Francesco Lollobrigida, e il boss della curva nazi-laziale e della criminalità narco-romana, assassinato dalla cosca rivale su una panchina del Parco degli Acquedotti.
Sono anche loro Fratelli d’Italia, simboli dell’ultra-destra tricolore che Giorgia Meloni rilancia nelle urne, spacciandola (e spacciandosi) levatrice e demiurga di una Storia Nuova e catartica. Ma in realtà tragicamente vecchia e nostalgica, perché intrisa dell’odio e del sangue non tanto della dittatura mussoliniana, quanto piuttosto dell’impostura missina. Razzista e antisemita, eurofoba e xenofoba, intollerante e illiberale, settaria e autoritaria.
Ci sono anche queste schegge impazzite e mai piallate, nel legno storto del presunto “neo-conservatorismo” in nome del quale la Sorella d’Italia ora chiede «scrivete Giorgia» agli italiani e votate sovranista agli europei. Certo, il giovane Paolo Signorelli — erede di cotanto nonno, il tristemente noto Paolo fondatore di Ordine Nuovo — si è “autosospeso dall’incarico” (qualunque cosa significhi nel gergo delle fantozziane burocrazie ministeriali e autoreferenziali).
Ma insieme a lui — che nonostante lo schifo dei suoi dialoghi whatsapp con Fabrizio Piscitelli non si è dimesso — rimane davanti a noi questo grumo purulento di Mafia Capitale e di nazi-fascismo viscerale condiviso con il truce Diabolik. Resta qui, precipitato davanti ai seggi aperti, il nauseante brodo di coltura in cui ha sguazzato e sguazza tuttora un bel pezzo di “destra reale”, quella sorgiva e tecnicamente eversiva, nascosta sotto i tailleur Armani delle due Sorelle d’Italia e le grisaglie severe dei suoi numerosi Fratelli, cognati e camerati finalmente stravaccati nella stanza dei bottoni.
E ci assale il tanfo di quella discarica morale e delinquenziale, irrorata dal livore contro i “porci ebrei” come Gad Lerner e dall’onore per i “terroristi eroi” come Giusva Fioravanti e Pierluigi Concutelli. Dal paganesimo d’accatto dei riti duceschi sul Soratte dove andava “pure il Ciavarda” e dall’ammirazione cieca per uno dei boss più feroci della malavita capitolina come il “fantastico” Elvis Demce.
Peggio di questo fango tossico — oltre al solito silenzio assordante della premier — c’è solo il modo spiccio col quale l’ineffabile Lollo prova a ripulirne via gli schizzi dalla giacca, dicendo che è roba di cinque anni fa e che il Signorelli di oggi non pensa nulla di quello che scriveva allora. Potenza di una vittoria elettorale, che come ai tempi del Cav ti assolve da tutti i reati e ti perdona di tutti i peccati. Magari fosse vero.
Lo sappiamo: in questa vigilia di Europee che arrivano dopo tre crisi e in mezzo a due guerre gli elettori pensano ad altro. I prezzi alti e gli stipendi bassi, la Sanità a pezzi e la paura del futuro. Ma, intanto, anche su questo versante il piatto meloniano piange, nonostante l’hard-discount elettorale degli ultimi giorni: il Bonus-Befana e il Pacco-Salute, il condono Salva-Casa e la Social Card da quattro soldi.
E poi è comunque impossibile non vedere cos’è e di cosa è fatta questa Cosa Nera che ha preso i comandi in Italia e che adesso li reclama anche in Europa. È impensabile non guardare da dove vengono questi nuovi “patrioti”, sopravvissuti tra le ceneri di Mussolini, riscaldati dalla fiamma di Almirante, riscattati dalla svolta di Fini e infine ricacciati indietro dalla contro-svolta di Meloni. Il transito “da Giorgio a Giorgia” è passato così, senza abiure né traumi. I Fasci del Ventennio sono relegati alla polvere dei libri di storia — come pretende la premier — ma i “fasti” del Movimento Sociale sono vivi e lottano insieme a noi, grazie a un subdolo storytelling fatto di manipolazioni, omissioni e rivisitazioni.
Lo dimostrano oggi le chat di Signorelli, come ieri le menzogne di Marcello De Angelis, altro portavoce illustre, in quel caso della Regione Lazio. Già membro di Terza Posizione, a sua volta cognato di Ciavardini, De Angelis è da anni convinto assertore dell’innocenza del medesimo, di Fioravanti e Mambro, condannati per la strage di Bologna.
Reclama “l’altra matrice” (l’inesistente “pista palestinese”), come fanno Ignazio La Russa, omaggiato con la seconda carica dello Stato, e Chiara Colosimo, insignita con la presidenza dell’Antimafia. E poi la stessa presidente del Consiglio, che il 2 agosto a Bologna non si è neanche presentata, limitandosi a un penoso comunicato in cui ha evocato un generico «terrorismo» e ha costretto Mattarella a ristabilire la verità sulla «strage neofascista».
Signorelli è sottobosco, d’accordo. Ma intanto non trascurate mai il sottobosco: è pur sempre un ambiente politico, radicato nelle istituzioni e nelle amministrazioni dove il potere concima il suo Deep State. E d’altra parte il bosco non è affatto migliore. Ha sussunto, deformandola, una legge della Savana.
Ogni mattina un Fratello d’Italia miracolato o un fascio-leghista squinternato si alza e sa che deve dire o fare una vaccata. Invocare la Decima Mas o rimpiangere la Buonanima che “ha fatto anche cose buone”. Gridare alla sostituzione etnica o fermare i treni in ritardo. Sparare al cenone di Capodanno o sputtanare la Festa del 2 giugno. Censurare Scurati o denunciare Canfora e Saviano. Inaugurare un falso Ponte sullo Stretto o progettare un vero lager in Albania. Truffare l’Inps o attaccare il Quirinale. Asfaltare i giornalisti o svillaneggiare i vescovi. C’è di tutto, nel Bestiario governativo di questi diciannove mesi.
E qui c’è la preoccupazione maggiore, adesso che si vota. Oltre a chi sono, dobbiamo chiederci dove vogliono andare. In Italia, lo stiamo vedendo. Al dissenso politico e culturale rispondono con i soliti meccanismi del “populismo di governo”: il vittimismo e l’autoassoluzione, la costruzione del nemico e la sua criminalizzazione, il manganello in piazza e la tagliola in Parlamento, l’orbace in Rai e il bavaglio all’informazione.
All’emergenza economica e sociale ovviano con la scorciatoia delle “pseudo-riforme”: la triade premierato forte-autonomia differenziata-pacchetto giustizia non serve a migliorare le condizioni di vita di famiglie e imprese, ma solo a blindare il dominio meloniano, che muta la democrazia liberale in autocrazia elettiva. Dove agli elettori — come insegnava Rousseau agli inglesi — è concessa solo l’illusione della sovranità popolare: sono liberi di scegliere per un solo giorno all’inizio di ogni legislatura, quando votano. Negli intermezzi quinquennali decide solo il capo eletto.
Ma è in Europa, nell’immediato, che si annida il vero pericolo. Finora, in politica estera, la premier ha salvato la collocazione geostrategica del Paese: un europeismo “all’italiana” (che pencola tra ortodossia franco-tedesca e sindrome ungherese) e un iper-atlantismo “alla polacca” (che mutua i presidi dell’Occidente senza assumerne fino in fondo i valori). La tattica delle “mani libere”, in attesa di verificare l’esito del voto, le serve a decidere se adeguarsi alla vecchia maggioranza Ursula (puntando a farne parte, se rivincesse) o cavalcarne una nuova spostata più a destra (contando di guidarla, se dovesse prevalere).
Questo è il bivio, per Meloni e in fondo anche per noi. Da una parte c’è la coalizione uscente di popolari, liberali e socialisti con Von der Leyen: quella che purtroppo non ha brillato (compreso l’ultimo scandaloso spot elettorale su un’Europa fatta solo di armi) ma che è per noi l’unica comunità di destino possibile, alla quale dobbiamo i Fondi di coesione e il Pnrr. Dall’altra c’è l’alleanza incombente degli alt-right, la feccia nera di Visegrad, Vox e Marine Le Pen: quella delle destre estreme, della sovranità degli Stati-Nazione, dell’Unione disunita, della paura dell’immigrazione, della globalizzazione, del gender.
L’Europa Fortezza o l’Europa Fantoccio ideata dai cosiddetti “ingegneri del caos”, sussidiati da Putin per sfibrare le democrazie dall’interno, in attesa che a novembre arrivi Trump a “finire il lavoro”. Magari senza entusiasmo: ma noi — al contrario di Giorgia — sappiamo benissimo da che parte stare.