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Il Pd che unisce vecchio e nuovo

Elezioni europee 2024. il Presidente del PD Stefano Bonaccini (S) e la Segretaria del Partito Democratico Elly Schlein durante la conferenza stampa di commento ai risultati elettorali presso la sede del Nazareno Roma, 10 giugno 2024. ANSA/FABIO CIMAGLIA  (ansa)
E’ l’impresa di Schlein: tenere insieme
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A Elly Schlein, strattonata da destra e da sinistra, va riconosciuto un merito: ha allargato il Partito democratico. Impresa che non era riuscita a nessuno dei suoi predecessori da quando Matteo Renzi consegnò ai segretari venuti dopo di lui un partito ristretto al 18 per cento e con milioni di elettori in fuga verso altre liste o verso l’astensione.

Racconta una storia politica interessante, questo 24 per cento del Pd alle Europee. Non è figlio di uno strappo, bensì di una ricucitura. C’è il nuovo e c’è il vecchio, in senso buono. C’è la spruzzata civica e la solidità degli amministratori. La botta movimentista e la garanzia socialdemocratica. Basta guardare il dato delle preferenze per rendersi conto della miscela. A trainare il successo del Pd sono state figure che c’erano anche prima di Schlein, e non necessariamente l’hanno appoggiata nella scalata al partito. Su tutti, vale lo strepitoso successo di Antonio Decaro, che ha spinto i dem verso l’inedita primazia nella circoscrizione Sud, dove un elettore su dieci è entrato in cabina elettorale per scrivere il nome del sindaco uscente di Bari. Decaro ha doppiato la capolista Lucia Annunziata, candidata figlia del nuovo corso. Nel Nord-est spiccano le quasi 400 mila preferenze di Stefano Bonaccini, che alle primarie fu avversario di Schlein. Ma forse è la circoscrizione Nord Ovest la fotografia migliore dell’allargamento di consenso: 283 mila elettori hanno scelto la capolista Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency, e 210 mila hanno indicato Giorgio Gori, sindaco uscente di Bergamo. Strada e Gori, due profili molto diversi, con idee molto distanti su più di un tema, che hanno portato a un’unica lista il consenso di due mondi altrimenti destinati a disperdersi e magari a combattersi. Prima di Schlein non sarebbe accaduto.

Poco importa che i candidati più vicini alla leader siano andati meno bene del previsto, come l’ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio che dovrebbe essere ripescato solo grazie alla rinuncia di Schlein e grazie a uno scarto di voti pari a un condominio romano. Poco rilevante pure il fatto che le stesse preferenze di Schlein non siano state un boom. Probabile peraltro che, a differenza dei “vota Giorgia”, gli elettori di sinistra siano stati pragmatici e abbiano scelto chi aveva più bisogno della preferenza per andare davvero a Strasburgo. Il Pd è tornato a espandersi e, pur nella diversità di accenti, è stato scelto perché riconosciuto dagli elettori interessati come la casa della sinistra di governo. Un fatto di cui alcuni indemoniati liberal-centristi, autoproclamati custodi del riformismo e fustigatori professionisti del Pd, farebbero bene a prendere atto, visto anche il misero e pure un po’ miserabile epilogo del fu Terzo Polo.

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Tenere insieme. Sommare. Questa è la scommessa di Schlein per il futuro, e andrà giocata anche quando l’operazione non passerà dalla compilazione di liste e bisognerà costeggiare con abilità il confine spesso sottile tra la virtuosità del pluralismo e l’ambiguità del dentro tutti. Avere una linea chiara aiuta ad allargare a posizioni eterodosse. Allargare a posizione eterodosse senza avere una linea chiara non porta lontano. L’operazione di allargamento che è riuscita dentro il Pd alle Europee è la stessa necessaria nella costruzione di una coalizione ampia ma credibile per sfidare Giorgia Meloni. Schlein ha ricevuto dalle urne un mandato chiaro e incontestabile: tocca a lei guidare il processo di costruzione dell’alternativa. Il voto di sabato e domenica conferma che le forze di opposizione sono alla pari di quelle di maggioranza. Ma le seconde sono unite, le prime no. Da una parte si litiga e poi si fa quadrato in battaglia, dall’altra si litiga e basta. Il centrodestra è una coalizione da trent’anni, il centrosinistra per ora non esiste. Un nocciolo duro c’è: Pd più Avs. Al cartello elettorale di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si possono rimproverare tante cose, ma non la disponibilità a faticare per un’intesa di coalizione. Poi ci sono i partiti ammaccati dal voto, per i quali il tempo è scaduto: o si mettono al tavolo per discuterne, portando legittimamente il loro contributo, o si assumono definitivamente la responsabilità storica di lasciare che l’Italia diventi sempre più il laboratorio della nuova Europa a trazione nera.

Non va sottovalutato un problema ormai chiarissimo: Azione e Italia viva sono partiti personali. Discorso che vale in parte anche per il Movimento 5 Stelle, una forza amorfa e trasversale che, se non si fosse imbattuta casualmente nella leadership di Giuseppe Conte, oggi viaggerebbe già verso l’estinzione. Quando la persona conta più del partito, anzi il partito esiste solo per la persona, è facile che anche le controversie politiche diventino un affare personale. Rancori, rivalità, veti reciproci. Uno spettacolo già visto prima delle Politiche del 2022. Nei partiti personali, peraltro, non usa fare quello che sarebbe giusto e doveroso davanti a certi rovesci elettorali: dimettersi. Nel Pd è sempre accaduto dopo ogni tracollo, talvolta anche senza tracollo, e forse non è l’ultima delle ragioni per la quale milioni di elettori continuano a considerarlo un bene comune nonostante i limiti e gli inciampi.

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