Salvate il soldato Francia
di Bernard-Henri LévyMacron ha avuto ragione. Il dado è tratto e sapremo presto se la decisione di sciogliere l’Assemblea nazionale è suicida, una scommessa folle, un tiro di dadi che non abolirà la necessità delle urne, se chi l’ha presa, come leggo dappertutto, è un kamikaze, un Erostrato che gioca con il fuoco, un Machiavelli, o se, al contrario, ha ragione e ha risposto al momento storico con un atto politico all’altezza della voragine che domenica si è aperta sotto i nostri piedi. Ma per me le cose sono chiare.
C’è un’ondata populista che emerge da decenni, in Francia ma anche altrove, a ogni elezione. Ora sono le urla scomposte della banda di Mélenchon, che la voce delle urne ha provvisoriamente rimesso in riga. Ora è l’altro, fatale pallone gonfiato, quello della banda di Le Pen, riempito di fiele e immondizia quanto i palloni spediti da Kim Jong-un sopra la Corea del Sud, un pallone che sommando il suo maresciallesco (nel senso di Marion Maréchal) clone sfiora il 40 per cento del corpo soci…
Macron ha avuto ragione. Il dado è tratto e sapremo presto se la decisione di sciogliere l’Assemblea nazionale è suicida, una scommessa folle, un tiro di dadi che non abolirà la necessità delle urne, se chi l’ha presa, come leggo dappertutto, è un kamikaze, un Erostrato che gioca con il fuoco, un Machiavelli, o se, al contrario, ha ragione e ha risposto al momento storico con un atto politico all’altezza della voragine che domenica si è aperta sotto i nostri piedi. Ma per me le cose sono chiare.
C’è un’ondata populista che emerge da decenni, in Francia ma anche altrove, a ogni elezione. Ora sono le urla scomposte della banda di Mélenchon, che la voce delle urne ha provvisoriamente rimesso in riga. Ora è l’altro, fatale pallone gonfiato, quello della banda di Le Pen, riempito di fiele e immondizia quanto i palloni spediti da Kim Jong-un sopra la Corea del Sud, un pallone che sommando il suo maresciallesco (nel senso di Marion Maréchal) clone sfiora il 40 per cento del corpo sociale.
E c’erano, di fronte a questa avanzata, due possibili atteggiamenti, e due soltanto. O adottare la politica dello struzzo. Altri tre anni, signor boia. Passeranno, gli amici di Kim, di Bashar e di Putin. Ci siamo assuefatti a questa idea, passeranno; ma non per mano mia, per favore; non a questo giro, ve ne prego; è come la spirale del debito, la bolla speculativa dei mercati, il tifone annunciato, il Titanic che avanza sferragliando verso l’iceberg: sappiamo che prima o poi esploderà, ma preghiamo il Dio dei temporali di farci la gentilezza di farlo scoppiare in faccia a chi verrà dopo.
Oppure affrontare la situazione apertamente. Il corno del toro “dell’età d’uomo” o “la Bestia dell’Apocalisse” dello stesso Macron (pensava, quando lo disse, alle pandemie, al ritorno della guerra in Europa e anche all’avanzata dei populismi…) finalmente presi di petto.
E allora, lo scioglimento delle Camere come una domanda rivolta a quella Francia che dubita, che ha perso la bussola e sembra rassegnata alla sua strana sconfitta: volete davvero quello che volete? Volete davvero questi incapaci, questi irresponsabili, questi utili idioti della Russia, questi demagoghi, questi ex militanti fascisti, questi xenofobi da sempre, questi eredi di un partito che dice di essere cambiato, come si cambiano le scarpe, sulla questione esistenziale dell’antisemitismo?
Siete veramente entrati, uno a uno, nelle cabine elettorali della Repubblica per dire: voglio vivere un momento illiberale, reazionario, razzista? Voglio una stagione punitiva, segnata a fuoco dal risentimento, dalla guerra sociale, dall’odio? Voglio padroni e catene, manganelli e fruste? Voglio che cessi il sogno che dai Capetingi a de Gaulle, dalle jacqueries alle rivoluzioni, dai trovatori ai surrealisti, si è chiamato Francia?
Se sì, è semplice: votate, fin da oggi, Le Pen e Bardella, rassegnatevi alla loro incompetenza, alla loro volgarità d’animo, alla loro nullità e vacuità, ai candidati troppo numerosi per poterli tirare tutti a lucido; continuate, en passant, a ripetere, come un disco rotto, che è colpa di Macron, un Giove che credevamo una fenice ma è stato solo un’effimera, condannato a bruciare sotto lo sguardo dei suoi avversari dopo gli eleganti battiti d’ala durati lo spazio di un mattino; e domani, per reazione, nel bateau ivre che sarà diventato la Francia, voterete per i finti insoumis, gli scomposti urlatori di un rinvigorito Mélenchon.
Se no, è altrettanto semplice, non è nemmeno più confuso, è molto semplice: ognuno si prende la sua parte di responsabilità in questo disastro lento; basta con l’imbecillità politicante che fa risalire a ieri o all’altro ieri la decomposizione di un popolo lavorato ai fianchi, da troppo tempo, dal veleno lento di due populismi gemelli, che fanno appello, in modo simmetrico, ai peggiori istinti della società. E in molti verremo a dire, fra tre settimane, non “inferno o ciel, che importa?”, ma “sinistra socialdemocratica, centro, destra moderata che importa, basta che scegliamo non la morte certa, ma la sopravvivenza e lo scatto d’orgoglio».
Non è il soldato Macron che bisogna salvare, perché, fra tutti i protagonisti, è il solo la cui agenda politica si ferma. È il soldato Repubblica e il soldato Francia, perché siamo a due passi dal vedere, quasi un secolo dopo Vichy e per la prima volta attraverso le urne, l’estrema destra prendere il controllo dell’Assemblea nazionale e dell’Eliseo.
La Francia è di fronte alla Storia. È costretta a passare la sua anima ai raggi X, a fare i conti con i suoi retropensieri, a fare una pausa per riflettere. Oltre l’inevitabile tumulto, è a un momento di gravità, di sospensione delle meschinerie e dei calcoli, di esercizio onesto del pensiero che siamo chiamati, dal primo all’ultimo. È un momento terribile. Ma è un momento di verità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)