L’idea forte che serve a sinistra
di Stefano FolliSulle ali dell’entusiasmo per il brillante risultato elettorale, il Pd vede se stesso a pochi passi dal ritorno al governo. Sul piano psicologico, la segretaria Elly Schlein ha ragione: dopo una lunga frustrazione e tante disillusioni, sono arrivate un po’ di buone notizie. Di qui le frasi di auto incoraggiamento, tipo “manca solo un milione di voti”, oltre alla classica “stiamo arrivando”. È un’euforia più che comprensibile, a patto di non prendere alla lettera certe affermazioni pubbliche. Per vincere le elezioni non manca solo un milione di voti. Più o meno tutti, nel Pd e dintorni, sono convinti che non si tratti solo di realizzare una somma aritmetica. C’è ben altro da fare. Raggiungere la soglia di voti che formano una maggioranza parlamentare, certo. Ma soprattutto creare le basi per governare il paese. È un punto su cui Romano Prodi, uno che se ne intende, non ha mai smesso di ammonire i suoi amici, o non amici, del Pd. Un nucleo, un’idea forte su cui aggregare un consenso via…
Sulle ali dell’entusiasmo per il brillante risultato elettorale, il Pd vede se stesso a pochi passi dal ritorno al governo. Sul piano psicologico, la segretaria Elly Schlein ha ragione: dopo una lunga frustrazione e tante disillusioni, sono arrivate un po’ di buone notizie. Di qui le frasi di auto incoraggiamento, tipo “manca solo un milione di voti”, oltre alla classica “stiamo arrivando”. È un’euforia più che comprensibile, a patto di non prendere alla lettera certe affermazioni pubbliche. Per vincere le elezioni non manca solo un milione di voti. Più o meno tutti, nel Pd e dintorni, sono convinti che non si tratti solo di realizzare una somma aritmetica. C’è ben altro da fare. Raggiungere la soglia di voti che formano una maggioranza parlamentare, certo. Ma soprattutto creare le basi per governare il paese. È un punto su cui Romano Prodi, uno che se ne intende, non ha mai smesso di ammonire i suoi amici, o non amici, del Pd. Un nucleo, un’idea forte su cui aggregare un consenso via via più ampio.
Adesso non mancherà chi tornerà a parlare di campo largo. Ma a ben vedere si tratta di richiami diversi. Un conto è evocare un’idea forte dell’alleanza, tutt’altro conto è riesumare la definizione un po’ astratta di “campo largo”. Quest’ultima sembra indicare che non c’è un partito più grande degli altri, tendenzialmente votato alla leadership, se non si vuole dire all’egemonia. Campo largo riecheggia il tema di “uno vale uno”, che fu lo slogan non troppo fortunato dei “grillini” prima maniera. Citare “un’idea forte” significa invece suggerire che esiste una formazione destinata a guidare le altre sulla base di un progetto riformatore: quindi la coalizione nasce in una precisa logica politica. Per il primo governo Prodi l’idea fu l’adesione all’euro, che implicava una serie di riflessi e ricadute di tipo economico e sociale. Era il nucleo di un disegno modernizzatore, peraltro realizzato solo in parte. Fu molto contestato, come è noto, ma ciò nonostante la battaglia fu vinta dagli europeisti e adesso quasi nessuno parla più di “Italexit”.
Fino a oggi il nuovo Pd non ha saputo indicare un tema riformatore abbastanza significativo da caratterizzare nel suo insieme la nuova alleanza allargata di centrosinistra. Non ha saputo decidersi a camminare, fatte le debite differenze, sulle orme di Prodi. Il salario minimo e la sanità pubblica sono questioni essenziali per una coalizione di sinistra, ma forse non bastano. Il centrosinistra storico degli anni Sessanta aveva un profilo e un’ambizione riformatrice ben maggiore. Questo spiega perché non tutti sono disposti oggi ad aprire un credito illimitato al gruppo dirigente del partito, pur riconoscendo l’importanza dei risultati di domenica. Si veda, ad esempio, la quantità di voti che il Pd ha ricavato dalla sconfitta di Conte.
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Il capo dei 5S ha giocato per mesi a fare i dispetti al suo alleato, beninteso senza rompere mai la mezza intesa, ma trasmettendo un messaggio ambiguo all’opinione pubblica. Alla fine gli elettori lo hanno abbandonato per andare a rinforzare il partito maggiore, più serio e affidabile. Ora a parole tutti si dichiarano disposti a siglare patti con la Schlein, ma è una mossa troppo prevedibile per apparire definitiva. Questo vale per i 5S, ma anche per una sigla di sinistra come quella di Fratoianni e Bonelli. E vale altresì per le macerie “centriste” lasciate dal fallimento di Renzi e Calenda. Per creare una coalizione non basterà alla Schlein e agli altri un tavolo per dividersi quote di potere. Forse servirà davvero avere un’idea del Paese.