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Autonomia, il segnale dal Sud

Napoli, 8 giugno: manifesti elettorali per le Europee 

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Chiudersi all’Europa e rintanarsi nei confini regionali rappresenta la senilità della politica o, meglio, quanto di più antigiovanile e antimeridionale si possa immaginare
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Il risultato delle elezioni europee nel Sud d’Italia merita una specifica riflessione. Innanzitutto, perché qui si è prodotta la più alta astensione nella storia politica italiana: solo il 43,73% ha votato nel Sud continentale e il 37,31% nelle isole. In secondo luogo, perché non è stato un voto filogovernativo. In terzo luogo, perché nelle sei Regioni non insulari il Pd supera il partito di Meloni (24,34% contro il 23,59%), cosa che non si è verificata in nessuna delle altre quattro circoscrizioni, anche se il Pd ha riscosso un voto più alto in alcune di esse (in vetta l’Emilia-Romagna con il 36%).

Dunque, si può considerare il voto meridionale (e il non voto) come un avvertimento per Meloni e un insieme di suggerimenti per Schlein.

Infatti, dalla parte del Paese socialmente più vulnerabile, logorata dalla crisi economica e rancorosa verso le istituzioni, si indirizza al governo un preciso messaggio: qui la nuova era di prosperità annunciata non si è ancora vista. Ciò ha spin…

Il risultato delle elezioni europee nel Sud d’Italia merita una specifica riflessione. Innanzitutto, perché qui si è prodotta la più alta astensione nella storia politica italiana: solo il 43,73% ha votato nel Sud continentale e il 37,31% nelle isole. In secondo luogo, perché non è stato un voto filogovernativo. In terzo luogo, perché nelle sei Regioni non insulari il Pd supera il partito di Meloni (24,34% contro il 23,59%), cosa che non si è verificata in nessuna delle altre quattro circoscrizioni, anche se il Pd ha riscosso un voto più alto in alcune di esse (in vetta l’Emilia-Romagna con il 36%).

Dunque, si può considerare il voto meridionale (e il non voto) come un avvertimento per Meloni e un insieme di suggerimenti per Schlein.

Infatti, dalla parte del Paese socialmente più vulnerabile, logorata dalla crisi economica e rancorosa verso le istituzioni, si indirizza al governo un preciso messaggio: qui la nuova era di prosperità annunciata non si è ancora vista. Ciò ha spinto una parte consistente dell’elettorato all’astensione, mentre in un’altra parte ha alimentato una voglia di contrastare il disegno dell’Autonomia differenziata. Un mese fa, in un sondaggio di Demopolis, l’81% dei meridionali si era dichiarato contrario all’Autonomia.

Nell’epoca berlusconiana i peggiori approdi del secessionismo leghista erano stati impediti da Fini. Oggi, invece, Fratelli d’Italia si accinge ad approvare la più grande sconfessione della tradizione unitarista della destra italiana. I leghisti stanno per ottenere ciò che non hanno mai avuto né nel periodo di massima influenza né in quello della crescita elettorale. Si regala a un partito un successo politico ricercato da 40 anni nel periodo del suo più evidente declino.

Certo, il risultato non favorevole alla premier nel Sud si spiega anche grazie al voto ai Cinquestelle, che pur in discesa ottengono la percentuale migliore proprio nella circoscrizione meridionale e nelle isole, dove superano il 16% dei voti. Se anche nel Sud si fosse verificato l’analogo crollo registrato nel Centro-Nord, Meloni avrebbe stravinto e sfondato la soglia del 30% dei voti.

Se, dunque, il Pd con la sua crescita rappresenta oggi l’argine democratico e valoriale alla destra meloniana, il Sud si presenta come il luogo di maggiore difficoltà per la “Sorella” d’Italia. E se i Cinquestelle scompariranno, non sarà certo lo schieramento progressista ad avvantaggiarsene.

D’altra parte, è nel Sud che la coalizione Pd, M5S, Verdi e Sinistra arriva al 46,85% dei voti, superando la coalizione del centrodestra che si attesta al 41,12%. Certo, sono necessari altri apporti, altre forze politiche, ma lo schieramento progressista italiano aveva innanzitutto bisogno di ritrovare un’anima prima di inseguire un centro. L’indifferenza verso la sofferenza di una parte della popolazione, la disabitudine a preoccuparsi dell’indigenza, la cecità verso il disagio sociale, hanno devastato il campo della sinistra.

Elly Schlein vi ha di nuovo piantato il seme della speranza per una parte della società che soffre socialmente ed economicamente. Forze di centro possono e debbono essere alleate di una sinistra solida nei suoi convincimenti, ma non dettarne l’agenda.

Oggi la “sinistra dei bisogni” si identifica con i lavoratori precari, i senza reddito o con chi pur lavorando sconfina con le privazioni. Per queste condizioni di vita il Pd deve avere la stessa attenzione che aveva un tempo per la classe operaia.

Niccolò Zancan in Antologia degli sconfitti parla di essi come persone che “hanno un lavoro con cui muoiono di fame”. In nessun Paese dell’Occidente si consente che l’assenza di lavoro o un basso reddito si trasformi in disperazione. Il Pd, certo, non può esaurirsi nella preoccupazione per gli ultimi, ma la sua identità non può fare a meno di rappresentarli. Perché senza questa premura ci si trasforma in “riformisti senz’anima”.

C’è, poi, accanto al crescere delle diseguaglianze, chi non può esprimere il proprio talento a causa di ostacoli lungo la strada, perché non gode di protezioni familiari, amicali, territoriali o politiche. Sono i precari, in gran parte giovani, gli umiliati e gli offesi. Impegnarsi contro le grandi strutture di diseguaglianza che sono diventate la sanità pubblica, la scuola, l’università, il mercato del lavoro o i servizi pubblici al Sud, è un obbligo democratico.

Claudio Martelli usò la felice espressione di alleanza tra meriti e bisogni. La sinistra deve fare sua quell’aspirazione che resta alla base di qualsiasi ipotesi di progressivismo sociale. Senza confondere spregiudicatezza con capacità di governo, senza ridicolizzare la legalità, senza dare spazio a cacicchi, satrapi e uomini delle clientele.

Il Pd ha trovato in Schlein una radicalità mite, una intransigenza attenta alle ragioni altrui, legandola al bisogno di società aperta che l’Ue rappresenta per i giovani. Non a caso il Pd è stato il partito più votato nella fascia 18/35 anni.

Il nazionalismo è il contrario della società aperta e l’Autonomia differenziata è l’opposto di una Nazione. Chiudersi all’Europa e rintanarsi nei confini regionali rappresenta la senilità della politica o, meglio, quanto di più antigiovanile e antimeridionale si possa immaginare nell’Italia di oggi.

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