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Una democrazia malata

Torino, 9 giugno (ansa)

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La parola della Costituzione si è indebolita. Specialmente alle nostre latitudini. E allora mettiamo in fila alcune domande
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In principio fu il verbo, dicono le Sacre scritture: “e il verbo era Dio”. Anche la democrazia nasce da una parola. O meglio, da una parola scritta. Nasce con le prime Costituzioni scritte, figlie delle due grandi rivoluzioni liberali di fine Settecento, sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. La Costituzione americana del 1787, quella francese del 1789. Quando per la prima volta fu posta una regola contro gli abusi del potere — una regola certa, opponibile anche al re, e di cui ciascuno potesse prendere visione, perché raccolta in un documento scritto. La scrittura, dunque, è in se stessa una garanzia costituzionale, è il presidio della legalità.

Però adesso la democrazia si è indebolita, e si è indebolita la parola della Costituzione. Specialmente alle nostre latitudini. E allora mettiamo in fila le domande su cui ci interroga la lunga crisi della democrazia italiana.

Perché gli astenuti sono ormai — e di gran lunga — il primo partito? Perché alle ultime Europee (dove si v…

In principio fu il verbo, dicono le Sacre scritture: “e il verbo era Dio”. Anche la democrazia nasce da una parola. O meglio, da una parola scritta. Nasce con le prime Costituzioni scritte, figlie delle due grandi rivoluzioni liberali di fine Settecento, sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. La Costituzione americana del 1787, quella francese del 1789. Quando per la prima volta fu posta una regola contro gli abusi del potere — una regola certa, opponibile anche al re, e di cui ciascuno potesse prendere visione, perché raccolta in un documento scritto. La scrittura, dunque, è in se stessa una garanzia costituzionale, è il presidio della legalità.

Però adesso la democrazia si è indebolita, e si è indebolita la parola della Costituzione. Specialmente alle nostre latitudini. E allora mettiamo in fila le domande su cui ci interroga la lunga crisi della democrazia italiana.

Perché gli astenuti sono ormai — e di gran lunga — il primo partito? Perché alle ultime Europee (dove si votava con le preferenze, non con i listini bloccati) se ne sono andati in fumo altri 2 milioni e mezzo di elettori rispetto alle Europee del 2019? Perché la media dei votanti in Italia è più bassa che in altri Paesi?

Ancora: che cosa ci rende così instabili — nevrotici, direbbe uno psichiatra — nelle nostre scelte elettorali? Perché ci consegniamo a mani giunte a un leader (Renzi, Monti, Grillo, domani accadrà pure a Meloni) per disamorarcene dopo poche stagioni? Perché ci infatuiamo dei partiti più estremisti, fino a mandarli sui banchi del governo?

E perché in Italia si moltiplicano i casi di corruzione? Perché l’indice di legalità — misurato da Transparency International — ci situa a una distanza doppia rispetto ai Paesi più virtuosi?

Perché manca una regola, ecco perché. Manca una regola riconosciuta perché non abbiamo più una regola conosciuta. E la crisi d’autorità delle parole scritte nella nostra Carta costituzionale ne è la scaturigine. Non starà forse qui la sola causa del problema, ma certamente ne è un formidabile fattore. D’altronde è questo il ruolo d’una Costituzione, è questa la specifica missione dei costituenti.

«Creare una nazione attraverso parole», per usare l’espressione di due studiosi americani, Laurence Tribe e Michael Dorf. Sennonché noi italiani ci adoperiamo da gran tempo per svilire le parole della Carta, per corromperle, per annullarne la forza prescrittiva. E lo facciamo in due modi. Distinti ma convergenti, come una tenaglia.

In primo luogo, opponendo alla Costituzione scritta il fantasma della Costituzione “materiale”. Questo concetto ha una sua dignità scientifica, giacché non basta leggere gli articoli di un documento costituzionale per comprendere il vissuto d’ogni società. Serve misurarne la reale applicazione, l’orientamento che vi imprimono le forze politiche al potere, come affermò Costantino Mortati in un celebre saggio del 1940.

Ma l’applicazione non può mai giustificare la distorsione delle parole scritte nella Carta. Se quest’ultima dichiara che la funzione legislativa spetta al Parlamento, però di fatto la esercita il governo per decreto. Se da tre quarti di secolo sollecita una legge per garantire la democrazia nei sindacati e nei partiti, e invece non c’è nessuna legge. Se declina la separazione dei poteri, mentre ciascuno s’impossessa del mestiere altrui. Allora ci troviamo in tasca due Costituzioni, e perciò nessuna.

In secondo luogo, sulle parole dei costituenti scriviamo altre parole. Enfatiche, vuote, ridondanti. Citiamo la biodiversità e gli ecosistemi per proteggere l’ambiente, senza accorgerci che questa tutela c’era già, dichiarata dalla Consulta fin dagli anni Ottanta. Aggiungiamo che lo sport fa bene alla salute, con una riforma approvata in Parlamento a voti unanimi. Altre proposte pretendono di riservare un posto al sole agli avvocati o ad altre categorie professionali.

E in questo fiume di parole annega la stessa autorità della Costituzione, la sua capacità di stabilire un senso, una direzione univoca, al nostro vivere comune. Troppe parole, nessuna parola. E in conclusione una democrazia malata, che sbanda come un ubriaco perché ha smarrito la regola, la legge.

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