✕

La Francia e noi, la posta in gioco

Fasano (Brindisi), 13 giugno: Emmanuel Macron e Giorgia Meloni al G7 di Borgo Egnazia (fotogramma)

Ascolta l'audio

A Parigi il “fronte repubblicano” si mobilita per fermare i lepenisti e chissà se ci riuscirà. Da noi lo scenario è diverso. Eppure il braccio di ferro che si delinea può essere un azzardo paragonabile alle elezioni anticipate Oltralpe
2 minuti di lettura

Si discute ancora del colpo a effetto di Macron a Parigi. Se ne discute mentre accadono altri fatti in Europa. Tra i Popolari tedeschi, come scrive Tonia Mastrobuoni, si affaccia la tentazione di aprire uno spiraglio agli estremisti di Alternative: forse è solo una suggestione, ma potrebbe incrinarsi un muro che ha dominato per decenni l’architettura politica dell’Europa centrale: nessuna mescolanza possibile tra i Popolari, nemmeno nella loro espressione più conservatrice, e i destrorsi nostalgici di un passato oscuro.

Così in Francia: Macron fa appello allo “spirito repubblicano” contro gli eredi di Vichy, cioè la destra collaborazionista che De Gaulle e i successori tennero sempre ai margini della Quinta Repubblica.

È una mossa temeraria aver sciolto d’impeto l’Assemblea Nazionale dopo la sconfitta di domenica sera, dicono quasi tutti. Ma diventerebbe un colpo di genio se portasse a qualche risultato utile per la causa del presidente. Il che significa fermare la destra lepe…

Si discute ancora del colpo a effetto di Macron a Parigi. Se ne discute mentre accadono altri fatti in Europa. Tra i Popolari tedeschi, come scrive Tonia Mastrobuoni, si affaccia la tentazione di aprire uno spiraglio agli estremisti di Alternative: forse è solo una suggestione, ma potrebbe incrinarsi un muro che ha dominato per decenni l’architettura politica dell’Europa centrale: nessuna mescolanza possibile tra i Popolari, nemmeno nella loro espressione più conservatrice, e i destrorsi nostalgici di un passato oscuro.

Così in Francia: Macron fa appello allo “spirito repubblicano” contro gli eredi di Vichy, cioè la destra collaborazionista che De Gaulle e i successori tennero sempre ai margini della Quinta Repubblica.

È una mossa temeraria aver sciolto d’impeto l’Assemblea Nazionale dopo la sconfitta di domenica sera, dicono quasi tutti. Ma diventerebbe un colpo di genio se portasse a qualche risultato utile per la causa del presidente. Il che significa fermare la destra lepenista o in subordine aggrovigliare la matassa con un esito elettorale dubbio, tanto da impedire a Bardella e ai suoi di gestire con efficacia gli affari di Stato.

C’è anche la terza ipotesi, come è noto, la più condivisa: Macron vuole spingere al governo la destra e poi sedersi sulla riva del fiume per assistere agli inevitabili fallimenti. Ma sarebbe un calcolo davvero rischioso, farebbe scivolare il Paese verso una tensione senza precedenti e non è detto — almeno non è oggi prevedibile — che Bardella/Le Pen finiscano per logorarsi prima del 2027, quando si terranno le presidenziali.

E l’Italia, rispetto allo sconquasso europeo? Sulla carta è l’immagine della stabilità: maggioranza solida e in teoria meno nevrotica; opposizione rinfrancata intorno al Pd e al suo ottimo risultato. Eppure, lontano dagli ulivi di Borgo Egnazia, lo scontro è di nuovo aspro.

L’aggressione in aula a Montecitorio ai danni di un deputato d’opposizione, nonché altri incidenti minori, fanno intendere che la pace non interessa a nessuno. Se si parla di riforme, che si tratti di premierato o di autonomia differenziata o di separazione delle carriere nella magistratura, tutto lascia immaginare che le voci ragionevoli siano destinate a soccombere.

A Parigi il “fronte repubblicano”, che ovviamente non è il vecchio “fronte popolare”, si mobilita per fermare i lepenisti e chissà se ci riuscirà. Chi lo guida è un presidente assai ammaccato, ma è pur sempre l’interprete di un’idea della Francia.

Da noi lo scenario è diverso. Eppure il braccio di ferro che si delinea nella seconda parte della legislatura può essere un azzardo paragonabile alle elezioni anticipate Oltralpe.

È infatti abbastanza evidente che un ventaglio di forze politiche d’opposizione si sta attrezzando per i referendum confermativi previsti al termine delle quattro votazioni costituzionali (non riguarda l’autonomia che dovrebbe procedere per legge ordinaria): il Pd dopo il recente successo, i 5S tramortiti dalla sconfitta, la sinistra di Fratoianni e Bonelli in buona salute, i centristi in cerca di una rivincita dopo il disastro.

Sulla carta questi gruppi e il loro elettorato potrebbero cancellare le riforme della destra. Ma è appunto un azzardo. Vuol dire rinunciare a dare battaglia in Parlamento per migliorare questo o quell’aspetto delle nuove norme, chiudersi nel “no” e puntare tutto sullo scontro nelle urne. Può andare bene e sarebbe una disfatta della destra. Può invece andare meno bene e vorrebbe dire pagare l’errore e soprattutto farlo pagare al Paese.

Leggi i commenti