G7, la sfida a Putin e quanto costano i destini europei
di Andrea BonanniCinquanta miliardi di dollari all’Ucraina entro l’anno. E per di più a spese del Cremlino. I sette leader dell’Occidente democratico, arrivati zoppicanti all’appuntamento italiano, si scambiano frecciatine elettorali e post elettorali sull’aborto. Ma in realtà cercano di ristabilire la gerarchia delle priorità in un mondo che, a casa e fuori, sembra voltare loro le spalle. Rimettere la guerra scatenata da Putin al centro della questione occidentale aiuta a raddrizzare le prospettive, a mandare i messaggi giusti agli interlocutori interni ed esterni e, forse, a zoppicare un po’ meno.
Macron e Meloni si sono beccati a vicenda sulla mancata citazione del diritto all’aborto nel comunicato finale. Una polemica inutile, ma funzionale agli interessi elettorali di Macron, che vorrebbe accomunare Meloni alla sua arci-nemica Marine Le Pen. E utile a Meloni per sottolineare le difficoltà politiche di Macron, costretto a sciogliere il Parlamento.
Ma, al di là dell’ormai stucchevole sipar…
Cinquanta miliardi di dollari all’Ucraina entro l’anno. E per di più a spese del Cremlino. I sette leader dell’Occidente democratico, arrivati zoppicanti all’appuntamento italiano, si scambiano frecciatine elettorali e post elettorali sull’aborto. Ma in realtà cercano di ristabilire la gerarchia delle priorità in un mondo che, a casa e fuori, sembra voltare loro le spalle. Rimettere la guerra scatenata da Putin al centro della questione occidentale aiuta a raddrizzare le prospettive, a mandare i messaggi giusti agli interlocutori interni ed esterni e, forse, a zoppicare un po’ meno.
Macron e Meloni si sono beccati a vicenda sulla mancata citazione del diritto all’aborto nel comunicato finale. Una polemica inutile, ma funzionale agli interessi elettorali di Macron, che vorrebbe accomunare Meloni alla sua arci-nemica Marine Le Pen. E utile a Meloni per sottolineare le difficoltà politiche di Macron, costretto a sciogliere il Parlamento.
Ma, al di là dell’ormai stucchevole siparietto franco-italiano, i Sette hanno trovato sulla questione ucraina una piena convergenza non solo di posizioni, ma anche di interessi politici.
Nei confronti del resto del mondo, in particolare di Mosca e Pechino, la mossa decisa ieri dal G7 ha almeno tre valenze. La prima è che, dopo oltre due anni di guerra, il sostegno dell’Occidente a Kiev non è affatto diminuito, come sperava Putin. Anzi, è andato aumentando esponenzialmente sia sul piano militare sia su quello finanziario. E questo spiega la furibonda reazione del regime russo, che parla di «atto criminale» minacciando ritorsioni di ogni genere.
Il secondo segnale è diretto alla Cina per farle capire che il suo sostegno, ormai piuttosto esplicito, all’invasione russa non verrà più nascosto sotto il tappeto degli interessi economici. Le imprese cinesi che aiutano Mosca con forniture di materiale militare saranno sanzionate. E l’Europa si sta progressivamente adeguando alla linea dura degli Stati Uniti anche sul fronte commerciale, come dimostra l’orientamento a imporre dazi punitivi sulle auto elettriche made in China.
Il terzo segnale è volto a raggelare le speranze putiniane in una vittoria di Trump alle presidenziali americane d’autunno. Dopo che i repubblicani hanno bloccato per mesi la fornitura di armi a Kiev, Biden ha giocato d’anticipo creando un meccanismo di finanziamento all’Ucraina che Trump non potrà smontare se anche vincesse le elezioni. Del resto al presidente americano conviene enfatizzare al massimo la crucialità della guerra scatenata da Putin per mettere in risalto l’oggettiva convergenza del suo rivale con gli interessi del Cremlino.
Ma questo è un discorso che non riguarda solo la sfida presidenziale in America. Anche i malconci leader della Ue, per diverse ragioni, hanno interesse a sottolineare come l’attacco della Russia (e della Cina) contro le democrazie sia, e debba restare, il principale discrimine valoriale nelle molte crisi politiche aperte dalle elezioni europee.
Macron, che già prima del voto aveva inasprito i toni nei confronti di Putin, ora che ha sciolto il Parlamento e chiamato i francesi alle urne ha buon gioco nel sottolineare come la sua avversaria Marine Le Pen sia pericolosamente vicina al nemico russo e come le sue idee anti-europee facciano gli interessi di Mosca anche ostacolando la creazione di una difesa comune della Ue.
Il cancelliere Scholz, superato alle elezioni dai neonazisti filorussi di Afd, ha lo stesso interesse di Macron nell’evidenziare l’incompatibilità dell’estrema destra con gli interessi delle democrazie occidentali. Inoltre rimettere la questione dell’emergenza ucraina al centro del dibattito politico potrebbe essere, per i socialdemocratici tedeschi, la chiave per costruire un ponte con i democristiani della Cdu/Csu che sono i veri vincitori del voto in Germania. Magari nella prospettiva di una futura coalizione di governo al posto dell’ormai inesistente maggioranza con Verdi e Liberali.
Ursula von der Leyen, l’altra donna con Giorgia Meloni uscita rafforzata dalle elezioni europee, può vantarsi di essere stata tra i primi leader della Ue a schierarsi senza esitazioni in difesa di Kiev. L’emergenza di una guerra ai confini dell’Europa potrebbe anche spingere i capi di governo ad accelerare l’iter della sua riconferma alla guida della Commissione e consolidare una maggioranza nel Parlamento di Strasburgo nel nome della resistenza all’aggressione russa.
Un ristabilimento delle priorità politiche in questo senso andrebbe anche a vantaggio della premier italiana. Giorgia Meloni è leader dei Conservatori europei, che riuniscono le destre estreme ma comunque ostili a Mosca.
La presidente del Consiglio ha certamente vinto le elezioni in Patria. Ma in Europa si trova in una posizione difficile, divisa tra la tentazione di formare una grande destra anti-europea che vada da Le Pen a Orbán, oppure di confluire in qualche modo nella maggioranza democratica che sosterrà Ursula von der Leyen.
Per ora entrambi i progetti si scontrano con veti e difficoltà. Ma se l’Occidente dovesse ritrovarsi sotto la bandiera della resistenza contro l’aggressione russa e farne la propria priorità politica, la sua scelta sarebbe facilitata e la strada davanti a lei risulterebbe meno accidentata.