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Bagarre sulle riforme: la violenza parlamentare

Il messaggio che passa attraverso le immagini del pestaggio alla Camera appare inquietante perché senza precedenti
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Se un parlamentare della Repubblica, “colpevole di opposizione”, può essere aggredito e picchiato al centro dell’emiciclo da energumeni dal pensiero corto e feroce, cosa potrà accadere domani a un cittadino che manifesterà il suo dissenso? E a uno studente che protesterà in piazza contro una maggioranza finita sotto le insegne della Decima Mas? E quante voci libere si leveranno ancora, nelle poche tv e negli sparuti giornali rimasti indipendenti e insensibili alle sirene del sovranismo?

Mentre la premier sorride e stringe le mani dei grandi del mondo sui prati verdi di Borgo Egnazia, impeccabile padrona di casa del “suo” G7, il messaggio che passa attraverso le immagini di quel pestaggio appare inquietante perché senza precedenti.

Urla e pugni sono piovuti nella stessa Camera in cui pochi giorni fa si celebravano i cento anni dall’ultimo discorso di un uomo libero, di un politico dalla schiena dritta, di un oppositore coerente e coraggioso, Giacomo Matteotti, che sarebbe stato uc…

Se un parlamentare della Repubblica, “colpevole di opposizione”, può essere aggredito e picchiato al centro dell’emiciclo da energumeni dal pensiero corto e feroce, cosa potrà accadere domani a un cittadino che manifesterà il suo dissenso? E a uno studente che protesterà in piazza contro una maggioranza finita sotto le insegne della Decima Mas? E quante voci libere si leveranno ancora, nelle poche tv e negli sparuti giornali rimasti indipendenti e insensibili alle sirene del sovranismo?

Mentre la premier sorride e stringe le mani dei grandi del mondo sui prati verdi di Borgo Egnazia, impeccabile padrona di casa del “suo” G7, il messaggio che passa attraverso le immagini di quel pestaggio appare inquietante perché senza precedenti.

Urla e pugni sono piovuti nella stessa Camera in cui pochi giorni fa si celebravano i cento anni dall’ultimo discorso di un uomo libero, di un politico dalla schiena dritta, di un oppositore coerente e coraggioso, Giacomo Matteotti, che sarebbe stato ucciso da lì a pochi giorni dagli squadristi fascisti di Benito Mussolini.

È trascorso un secolo, certo. Ma se esibire il Tricolore, contestare una riforma, opporre il proprio pensiero diventa lesa maestà e scatena reazioni violente, allora vuol dire che per quanto forte e determinata sia la politica dirigista della premier Giorgia Meloni, le sue gambe parlamentari appaiono pericolosamente fragili.

Le “squadre” che la sostengono in Parlamento risultano prive di controllo, di capacità di argomentare e di farsi valere con i soli numeri della maggioranza. Tutto questo non è da democrazia matura.

Quando si dice che questa destra — e nel “fascio” entrano a pieno titolo anche certi leghisti di “rito Vannacci” — non riesce a fare i conti col suo passato, si intende proprio quel che l’imbarazzante istantanea di Montecitorio ci ha restituito. Ne avremmo voluto e dovuto fare a meno, nel giugno del 2024.

Tanto più agli esordi di un lungo e tormentato percorso parlamentare che porterà al referendum (con molta probabilità) dell’anno prossimo sulle riforme istituzionali. Sono modifiche importanti del nostro assetto di sistema, sulle quali un confronto nel Paese non è auspicabile, ma si impone.

Dal premierato che concentra ancor più nelle mani del governo e del suo capo il potere già abbondantemente sottratto al legislativo, all’autonomia che al contrario decentra competenze e funzioni mettendo a rischio servizi pubblici essenziali nelle aree più fragili. Non inizia sotto i migliori auspici questo cammino già tribolato, che tante perplessità sta suscitando perfino nei giuristi di area meloniana.

Ha ragione il presidente del Senato Ignazio La Russa, è un suicidio mediatico quel che si sta consumando in concomitanza con il summit dei grandi impegnati a discutere di emergenze planetarie. Ma se l’incontinenza e l’insofferenza diventano violenza, se le loro truppe parlamentari non sanno mantenere il controllo prima ancora che il decoro, allora anche le presidenze delle Camere sono chiamate in causa.

Perché c’è una responsabilità nei gesti, ma c’è anche una responsabilità altrettanto dirimente nelle parole. Far passare per “disordini” quel che è stata “un’aggressione”, rende per certi versi complici dell’accaduto chi dovrebbe governare l’Aula e punire i violenti. Che hanno nomi e cognomi e volti immortalati da foto e telecamere.

Chi ha agitato i pugni e chi ha evocato feticci del Ventennio in Parlamento ha pensato bene di non presentarsi nemmeno nell’Ufficio di presidenza della Camera in cui veniva discusso ed esaminato l’episodio. Una grave mancanza di rispetto politico e istituzionale che fa il paio con quanto accaduto. Non è un buon segno neanche questo.

Le opposizioni scenderanno in piazza perché il mercoledì nero del Parlamento non passi come se nulla fosse. Dovrà restare da monito per tutti coloro che hanno a cuore le istituzioni e la democrazia in questo Paese smemorato e distratto.

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