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G7, le ambiguità di Meloni

Su scala internazionale, il vertice consacra la premier leader indiscussa. Ma su scala nazionale la Sorella d’Italia getta la maschera. E mostra la sua faccia più feroce
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Con il doveroso inchino a Papa Francesco, i Grandi d’Occidente riuniti a Borgo Egnazia si ricompattano sull’unico fronte “valoriale” che oggi li può tenere uniti: la difesa delle liberaldemocrazie, la resistenza alle autocrazie. Non è poco, per una parte di mondo guidata dai Sonnambuli di questo tempo nuovo, terribile e temibile.

Tra i Potenti della Terra c’è il Vicario di Pietro e il convitato di pietra. Il primo è Bergoglio, portatore di un’istanza di pace vera e sincera, ma purtroppo usato suo malgrado più come scudo spirituale nella crociata omofoba e antiabortista della nostra “donna sola al comando”, che come argine etico-morale al dominio della Tecnica e alla legge dell’algoritmo, disumana e disumanizzante.

Il secondo è Putin, latore di una proposta di pace finta e irricevibile, che in cambio del cessate il fuoco annetterebbe alla Russia tutti i territori conquistati in due anni di massacri, Donetsk e Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Troppo poco, troppo tardi, viene da dire. …

Con il doveroso inchino a Papa Francesco, i Grandi d’Occidente riuniti a Borgo Egnazia si ricompattano sull’unico fronte “valoriale” che oggi li può tenere uniti: la difesa delle liberaldemocrazie, la resistenza alle autocrazie. Non è poco, per una parte di mondo guidata dai Sonnambuli di questo tempo nuovo, terribile e temibile.

Tra i Potenti della Terra c’è il Vicario di Pietro e il convitato di pietra. Il primo è Bergoglio, portatore di un’istanza di pace vera e sincera, ma purtroppo usato suo malgrado più come scudo spirituale nella crociata omofoba e antiabortista della nostra “donna sola al comando”, che come argine etico-morale al dominio della Tecnica e alla legge dell’algoritmo, disumana e disumanizzante.

Il secondo è Putin, latore di una proposta di pace finta e irricevibile, che in cambio del cessate il fuoco annetterebbe alla Russia tutti i territori conquistati in due anni di massacri, Donetsk e Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Troppo poco, troppo tardi, viene da dire. Ma il fatto che l’uomo del Cremlino ci abbia provato lo stesso, proprio durante il G7 salentino, dimostra che il sussulto occidentale a sostegno dell’Ucraina ha toccato un nervo sensibile per Mosca. E già questo è un discreto risultato.

I Sonnambuli li vediamo sfilare in ordine sparso, tra le quinte posticce del resort superlusso del Salento trasformato nell’ultima Fortezza Bastiani, dove Giorgia Meloni officia con disinvoltura, offrendo agli ospiti l’immagine di un’Italia tonica in politica estera, tossica in politica interna.

Joe Biden, a cinque mesi dalle presidenziali che possono cambiare per sempre il destino dell’America, vaga ingessato e spaesato come non si è mai visto, e si fatica a pensare come possa reggere la sfida con il leone ferito ma mai domo in gabbia a Mar a Lago.

Von der Leyen, simbolo vivente ma declinante di quella maggioranza Ursula che ha retto l’Europa in questi cinque anni, e che ora per provare a sopravviverne altri cinque deve scegliere se appoggiarsi alla stampella verde o surfare l’Onda Nera.

Macron, schiantato da Marine Le Pen, che consuma le sue piccole vendette con la finta amica italiana ma tra quindici giorni si gioca la Francia a una mano di poker, come scrive Le Monde. Scholz, superato dai neonazisti di Afd, che sopravvive a se stesso, ridotto a “Cancelliere acchiappamosche”, come titola la Bild. Rishi Sunak, anche lui alle corde tra scompiglio nel partito e collasso dell’economia post-Brexit, esposto all’ordalia elettorale del 4 luglio.

In queste condizioni, era inevitabile che da un format vecchio e logoro come il G7 i capi di Stato e di governo scegliessero come via di fuga dalle crisi rispettive l’unico slogan che oggi può ancora dare un senso al loro stare insieme: Slava Ukraini, rilancio dell’alleanza anti-russa, sostegno alla resistenza di Kiev con i 50 miliardi di fondi coperti dagli interessi sugli asset russi depositati nelle banche.

È un miracolo che si sia arrivati almeno a questo, visto il voto rabbioso espresso una settimana fa da opinioni pubbliche sempre più stanche di guerra. Ora tutti, da Zelensky a Meloni, parlano di “risultato storico”: troppa fretta, troppa enfasi. La Storia lasciamola riposare nei luoghi dove si è fatta davvero, da Versailles a Yalta: non scomodiamola per Savelletri.

La foto di gruppo dei leader al G7 (ansa)

La cosa più bella e più giusta, ancora una volta, la ricorda Sergio Mattarella: «Antichi fantasmi sono riapparsi nel mondo: non siamo qui insieme soltanto per un coordinamento economico, ma per trovare valori comuni». È il cuore del problema, soprattutto per l’Europa squassata dalle spallate dei sovranismi e dai rigurgiti degli estremismi. Intolleranti e xenofobi, razzisti e sciovinisti.

Un’Europa che ora sbaglierebbe a rinchiudersi in se stessa, blindando Von der Leyen oltre la Linea Maginot che ha retto ma in questi anni non ha brillato. Un’Europa che non può limitarsi a combattere il “nemico esterno” — l’odiato e odioso Zar di Mosca — senza vedere che c’è un “nemico interno” che le corrode l’anima da dentro.

E quel nemico interno è la povertà e il disagio, la diseguaglianza e la marginalità. In una parola, il disincanto democratico. Quello che spinge i cittadini a disertare le urne, e che non è risolto ma acuito da un’Unione incardinata solo sulle norme burocratiche e i Patti di Stabilità, sulle regole-capestro sulle Case Green e i divieti ultimativi sulle auto elettriche.

Come dice il Presidente della Repubblica: non è (solo) per questo che abbiamo inseguito il sogno di Ventotene. Ma per un’Europa dei Popoli, pacifica e democratica. Un’Europa dei diritti, sociale e solidale. E un’Europa degli Stati, certo, ma federale e liberale.

L’Italia meloniana, in tutto questo, è ancora una volta un’entità anfibia. Su scala internazionale, il G7 la consacra leader indiscussa. Nel gigantesco Disordine Globale, dove cadono certezze e cambiano alleanze, il Belpaese è un laboratorio di ibridazione tra destre anomale e diverse, e può diventare modello spurio ripetibile anche altrove. Può entrare nel grande gioco della vecchia maggioranza che continuerà a dare le carte nella Ue, oppure far saltare il tavolo e guidare gli “Ingegneri del Caos” riuniti in una nuova Destra Anti-Europea. Quella che va da Le Pen a Orbán (come scrive Andrea Bonanni). Tutto è ancora possibile, per la premier dalle mani libere.

Ma su scala nazionale sfumano tutte le ambiguità. Qui la Sorella d’Italia getta la maschera, mostra la sua faccia più feroce, e non c’è photoshop che tenga. Lei e i suoi Fratelli non fanno prigionieri, marciano sul Paese e sul Parlamento con gli scarponi chiodati. Riducono le Camere ad aula sorda e grigia, obbligata ad approvare a tappe forzate Premierato Forte e Autonomia Differenziata.

Deputati-squadristi e senatori-picchiatori, organizzati in appositi bivacchi di manipoli, fanno quel che sanno e quel che devono. Urlano, insultano, menano. Esaltate camicie verdi alla Igor Iezzi, amico dei neonazi che girava col hijab in odio ai “negri immigrati”. Esagitate camicie nere alla Enzo Amich, ex paracadutista della Folgore con la Decima Mas tatuata sul braccio. È “classe dirigente”, che non ha smesso di essere quel che è: ha solo smesso di vergognarsene.

È tutto un sottosopra, nell’Italia al contrario che hanno in testa. La bandiera tricolore non è più il simbolo dell’unità nazionale, ma diventa un’arma impropria se impugnata dal nemico oppositore. Bella Ciao non è il canto di libertà intonato ormai da tutti i deboli e i diseredati del “globo terracqueo”, ma un inno “al comunismo che ha fatto milioni e milioni di morti”.

Le “pseudo-riforme” che sfasciano la Costituzione e spaccano l’Italia viaggiano sulle chat nazi-mafiose di Signorelli&Piscitelli, e soprattutto sulle ali della Gioventù Nazionale, i “ragazzi stupendi” di Giorgia, che difendono il solco tracciato dall’Underdog della Garbatella tra saluti romani, raduni notturni in cui si inneggia al Duce con A noi e al Fuhrer con Sieg Heil.

Per carità, Meloni ha vinto le Europee, 6 milioni e 700 mila italiani l’hanno votata, ridandole la maggioranza. Ma proprio per questo c’è da chiedersi se la premier voglia davvero affrontare i mesi difficilissimi che ci aspettano in questo clima di violenza verbale e ormai anche fisica. Senza fermare i suoi “arditi” pronti a tutto, senza dire nulla delle risse da saloon che i suoi improvvisano, nel luogo sacro della democrazia degradato a Far West.

Questa Babele indegna che la presidente del Consiglio tollera o autorizza stride clamorosamente con l’immagine di sé e dell’Italia che vuole trasmettere ai partner internazionali che ha accolto sul prestigioso set di Borgo Egnazia.

Guida l’unico governo uscito più solido e più stabile dal voto, dunque non avrebbe alcun bisogno di avvelenare i pozzi in questo modo. Se lo fa, possono esserci solo due spiegazioni. O non è democratica come pensa, o non si sente forte come dice. Nel primo caso, le tocca Bella Ciao. Nel secondo, prima o poi, sarà “Ciao Bella”.

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