La premier isolata a Bruxelles
di Alberto D’ArgenioQuesta sera alla cena dei leader chiamati a Bruxelles per discutere le nomine europee, Giorgia Meloni si coordinerà con il premier ungherese, Viktor Orbán, e con il collega ceco, Petr Fiala. Orbán in Europa è un paria, da anni relegato al gruppo misto. Fiala, affiliato all’Ecr di Meloni, ha un peso pressoché nullo al tavolo europeo. A margine della cena la premier troverà un po’ di compagnia incontrandosi anche con l’ex primo ministro polacco, oggi all’opposizione e altro “appestato” d’Europa, Mateusz Morawiecki (Pis). Intanto l’Europa che conta farà le sue considerazioni sui nomi a cui affidare l’Unione nei prossimi 5 anni. Un antipasto di questo scenario è stato servito sabato a Borgo Egnazia, dove la padrona di casa — tra una polemica sull’aborto e una scivolata sui diritti Lgbtq+ — è stata esclusa dal primo confronto tra Macron, Scholz e von der Leyen. Eppure al termine del G7 la premier tuonava: «A me interessa che all’Italia sia riconosciuto il ruolo che le spetta e che l’Ue com…
Questa sera alla cena dei leader chiamati a Bruxelles per discutere le nomine europee, Giorgia Meloni si coordinerà con il premier ungherese, Viktor Orbán, e con il collega ceco, Petr Fiala. Orbán in Europa è un paria, da anni relegato al gruppo misto. Fiala, affiliato all’Ecr di Meloni, ha un peso pressoché nullo al tavolo europeo. A margine della cena la premier troverà un po’ di compagnia incontrandosi anche con l’ex primo ministro polacco, oggi all’opposizione e altro “appestato” d’Europa, Mateusz Morawiecki (Pis). Intanto l’Europa che conta farà le sue considerazioni sui nomi a cui affidare l’Unione nei prossimi 5 anni. Un antipasto di questo scenario è stato servito sabato a Borgo Egnazia, dove la padrona di casa — tra una polemica sull’aborto e una scivolata sui diritti Lgbtq+ — è stata esclusa dal primo confronto tra Macron, Scholz e von der Leyen. Eppure al termine del G7 la premier tuonava: «A me interessa che all’Italia sia riconosciuto il ruolo che le spetta e che l’Ue comprenda il messaggio arrivato dalle elezioni». Esattamente ciò che sta accadendo: Meloni è tutta sola a Bruxelles.
Al summit europeo i giochi li faranno ancora Scholz, Macron, Sánchez e il polacco Tusk, cooptato nella cabina di regia europeista proprio per tagliar fuori l’italiana, nemica giurata del “liberatore” di Varsavia in quanto alleata con l’illiberale Morawiecki. Meloni dunque non avrà la forza di ribaltare il tavolo, di far saltare von der Leyen e portare l’Unione a destra. Potrebbe al massimo intrufolarsi in eventuali crepe interne al Ppe. E nonostante la rabbia per il doppio schiaffo subìto da Macron e Scholz al G7, non potrà far altro che giocare di rimessa, semmai alzando il prezzo con von der Leyen sul portafoglio che verrà attribuito al futuro commissario Ue italiano in cambio dei 24 voti di Fdi in occasione della fiducia che le dovrà accordare l’Europarlamento. Dunque la premier entrerà in maggioranza? No, si rifiuterà di far entrare Fdi nel gruppo europeista per non “borghesizzarsi” a Strasburgo e punterà giusto a influenzare le politiche Ue votando su alcuni dossier con il Ppe al posto di pezzi del resto della “maggioranza Ursula” (Socialisti e Liberali).
Non è esattamente il progetto per sconvolgere l’Europa sbandierato dalla premier, ma di sicuro una politica ricca di ambiguità. Che potrebbero costare care a Meloni. La premier infatti punta a riunire sotto le insegne dell’Ecr tutte le ultradestre Ue, strappando Le Pen all’Id di Matteo Salvini e raggruppando Orbán e altri estremisti sparsi a Strasburgo. L’idea è di rubare al Pse lo scettro di seconda forza all’Europarlamento, per spostarne l’asse a destra. Un progetto che vorrebbe chiudere in queste ore, ma anch’esso ricco di ambiguità e contraddizioni. All’interno di questo gruppone nero, infatti, ci sarebbero forze, come Fdi, sdoganate dalle altre famiglie politiche Ue e altre — appunto i promessi sposi Le Pen e Orbán, ma anche i già presenti Vox e Pis — ancora colpiti dal “cordone sanitario” steso intorno agli estremisti dal resto del Parlamento. Insomma, l’ammassamento sovranista servirebbe a Meloni per dialogare con più forza con la “maggioranza Ursula”, ma non al resto della truppa. Che avrebbe benefici solo se Meloni riuscisse a farla sdoganare dagli altri europei: scenario improbabile a causa dei costanti litigi “identitari” che allontanano la premier dai partner pro Ue.
Tanto che il piano Fdi potrebbe deragliare. E portare alla clamorosa spaccatura della sua famiglia politica, con la fuga dall’Ecr di Vox e del Pis a destra, per accasarsi con Le Pen, Orbán e Salvini. Senza Meloni. Se devono essere marginali — sarebbe il ragionamento — meglio in una forza che non deve salvare le apparenze con il rischio di perdere voti in patria. La premier potrebbe sì consolarsi adducendo che un gruppo politico con meno impresentabili sarebbe più spendibile in Europa. Ma certo perderebbe forza. Insomma, pagherebbe dazio per le sue ambiguità tra necessità di contare nelle istituzioni e il richiamo della foresta (nera) al quale — quotidianamente — cede per compiacere la sua base elettorale. Restando ancora più sola in Europa.