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Giochi pericolosi sulle riforme

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Il piatto forte del governo resta il “premierato”, ma il testo attuale è un pasticcio. Salvini vuole l’autonomia regionale, mentre la Lega sta diventando di Vannacci
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A questo punto si tratta di salvare il salvabile. La legge sulle autonomie regionali ormai è cosa fatta, dunque ci si può affidare solo al buon senso degli italiani, all’istintivo pragmatismo di chi cercherà di ridurre i danni di una riforma che è soprattutto un omaggio agli spiriti animali del leghismo storico, proprio nel momento in cui il movimento di Bossi sta diventando il movimento del generale Vannacci. Filtrato, ma non si sa fin quando, da un Salvini sul viale del tramonto.

Purtroppo è necessario ricordare a chi giustamente protesta che la prima ferita all’equilibrio dei poteri locali fu inferta dalla revisione del Titolo V, attuata con fretta eccessiva dal centrosinistra nel 2001 con l’idea di tagliare l’erba sotto i piedi di Bossi. Calcolo sbagliato. Come è risch…

A questo punto si tratta di salvare il salvabile. La legge sulle autonomie regionali ormai è cosa fatta, dunque ci si può affidare solo al buon senso degli italiani, all’istintivo pragmatismo di chi cercherà di ridurre i danni di una riforma che è soprattutto un omaggio agli spiriti animali del leghismo storico, proprio nel momento in cui il movimento di Bossi sta diventando il movimento del generale Vannacci. Filtrato, ma non si sa fin quando, da un Salvini sul viale del tramonto.

Purtroppo è necessario ricordare a chi giustamente protesta che la prima ferita all’equilibrio dei poteri locali fu inferta dalla revisione del Titolo V, attuata con fretta eccessiva dal centrosinistra nel 2001 con l’idea di tagliare l’erba sotto i piedi di Bossi. Calcolo sbagliato. Come è rischioso guardare agli esempi esteri per corroborare l’accusa al centrodestra di minare l’unità nazionale. Se non altro perché il socialista spagnolo Sanchez, molto apprezzato dalla nostra sinistra, non ha esitato a fare il governo con i separatisti catalani. Con esiti quantomeno dubbi.

Peraltro tutti sanno che a destra il piatto forte del riformismo istituzionale resta il “premierato”: un pasticcio nel testo odierno, tant’è che pochi credono possa vedere la luce, alla fine delle quattro votazioni previste dalla Costituzione, se non dopo una radicale revisione. E qui si entra in un territorio semi-inesplorato, dove nessuno sa esattamente dove mettere i piedi. Lo ha dimostrato la giornata di lunedì con la protesta in piazza delle opposizioni, tranne Renzi e Calenda, e il contemporaneo tripudio delle forze di governo, soddisfatte di aver compiuto un passo avanti non secondario in Parlamento. In realtà si è trattato di uno scontro assai insidioso tra opposti massimalismi.

Non è un colpo di Stato, quello della destra, dal momento che l’iter poggia su una maggioranza di voti alle Camere, come esige la Carta, e sullo sfondo c’è il referendum confermativo. Ed è diritto delle opposizioni far sentire la voce della piazza per rafforzare i propri argomenti. Compreso quello che denuncia non senza motivo lo svuotamento del sistema parlamentare, con la nascita di una forma di “premierato” che è esistita per pochi anni solo in Israele. Fu abolita quando ci si accorse che non funzionava. È invece molto rischioso trasportare tutto sul terreno in cui ci si è incamminati adesso. Con una maggioranza in Parlamento compiaciuta della sua forza numerica e sorda alle richieste di un’opposizione che, pur negativa sul testo del “premierato”, non sarebbe del tutto coesa nella strategia del muro contro muro. E con le opposizioni tentate di delegittimare le Camere che non possono controllare, indifferenti alla contrapposizione populista tra piazza e Parlamento.

A questo si aggiunge la ritrosia del centrosinistra a proporre un’idea alternativa. Non piace il minestrone indigesto del “premierato”? Esiste un’ipotesi - il “cancellierato” di tipo tedesco - che sembra perfetta per piacere alle opposizioni e portare il confronto su temi concreti. Non piace la pessima legge elettorale che si vuole accoppiare al “premierato”? E allora perché non provare a infilare un cuneo tra le ruote del carro governativo investendo su un doppio turno d’ispirazione francese? Almeno sarebbe una battaglia parlamentare. Invece si preferisce lo scontro frontale, nel quale vincono solo le forze più radicali. Sempre con l’idea di avviarsi a vincere facilmente il referendum, da convocare poi al termine dell’iter costituzionale. E ci si augura, è ovvio, che dalle Camere emerga il testo peggiore, più facilmente denunciabile. Un gioco, appunto, pericoloso.

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