Se c’è un pronome che Giorgia Meloni conosce alla perfezione e usa in continuazione, questo è “Io”, meglio se accompagnato con la prima persona singolare del verbo essere. Il titolo della sua autobiografia Io sono Giorgia — Sono una donna, sono una madre, sono cristiana, e lo slogan del suo intervento davanti al popolo di Vox sono diventati il suo marchio di fabbrica. “Sono Giorgia” ribadito in campagna elettorale con la richiesta di scrivere il suo nome (non un nomignolo, un nickname, ma solamente il suo nome), è un altro modo per ribadire che il/la presidente del Consiglio non ha nessuna intenzione di sentirsi parte di un gruppo, di una collettività ma che il centro propulsore è unicamente lei. Lei da sola sul palco dopo i risultati delle europee, lei capolista in tutti i collegi, lei sul simbolo di Fratelli d’Italia, lei che rimprovera i suoi quando sbagliano ma ancora lei che li difende quando arrivano alle mani in Parlamento. Lei che dice “sono quella stronza della Meloni” mentre…
Se c’è un pronome che Giorgia Meloni conosce alla perfezione e usa in continuazione, questo è “Io”, meglio se accompagnato con la prima persona singolare del verbo essere. Il titolo della sua autobiografia Io sono Giorgia — Sono una donna, sono una madre, sono cristiana, e lo slogan del suo intervento davanti al popolo di Vox sono diventati il suo marchio di fabbrica. “Sono Giorgia” ribadito in campagna elettorale con la richiesta di scrivere il suo nome (non un nomignolo, un nickname, ma solamente il suo nome), è un altro modo per ribadire che il/la presidente del Consiglio non ha nessuna intenzione di sentirsi parte di un gruppo, di una collettività ma che il centro propulsore è unicamente lei. Lei da sola sul palco dopo i risultati delle europee, lei capolista in tutti i collegi, lei sul simbolo di Fratelli d’Italia, lei che rimprovera i suoi quando sbagliano ma ancora lei che li difende quando arrivano alle mani in Parlamento. Lei che dice “sono quella stronza della Meloni” mentre si presenta a De Luca a Caivano, lei che dovrebbe rappresentare le istituzioni che preferisce rispondere a un’offesa in prima persona, lei che parlando del premierato dice: «una riforma necessaria, che non mi conviene personalmente», come se tutto ruotasse intorno alla sua sfida al mondo. Ed è ancora solo lei che lotta contro un’altra donna, Elly Schlein, che della parola “Io” non vuol sentir parlare. Non la pronuncia quasi mai o quando la usa è proprio per contrapporsi a Meloni. «Sono una donna, amo un’altra donna e non sono una madre. Ma non per questo sono meno donna». Per il resto il pronome preferito da Schlein è “Noi”. Dal suo esordio “Non ci hanno viste arrivare” al “Non ce ne facciamo niente di una leader donna che non si batte per il diritto delle altre donne”, la segretaria del Pd non parla di sé, preferisce essere parte di un collettivo dove gli altri sono fondamentali per la vittoria delle sue idee.
Non si tratta di due strategie comunicative differenti ma di due visioni del mondo contrapposte; e se i commentatori si affannano a trovare similitudini tra le due: Giorgia che balla la taranta in conclusione del G7 mentre Elly si scatena al Gay Pride, Elly che telefona a Giorgia per complimentarsi dei risultati elettorali perché pur essendo rivali si sono scelte, le due protagoniste provengono da culture agli antipodi.
Meloni è figlia del populismo che propone leader rassicuranti e pronti a prendere su di sé tutte le scelte, si pone come la madre accudente che si carica sulle spalle non solo la prole ma l’intero Paese. Schlein invece è figlia del “We Care” di Obama, dell’associazionismo, delle campagne fatte in giro per i paesi, delle “102 per cambiare” il Partito Democratico consegnate ai tempi a Prodi. È soprattutto convinta che solo insieme si affrontano i grandi temi sociali, le battaglie per i diritti civili, per il salario minimo, per la sanità. E non è un caso che Schlein, dopo i buoni risultati delle europee, in gran parte ascrivibili a lei, si sia circondata di tutti i protagonisti della campagna elettorale. Sono ancora i pronomi gli epitomi di queste idee di società differenti, sono il modo di guardare il mondo da due prospettive lontane.
«A partire dalla fine del secolo scorso, abbiamo vissuto un esodo profondo, talvolta impercettibile e tuttavia drammatico, verso il mondo dell’“Io” che ha generato una nuova visione dell’uomo e della donna come individui isolati, immersi in un vuoto relazionale, quasi si trattasse di una condizione di normalità». Questo passaggio tratto dal libro di Andrea Ricciardi, Rigenerare il futuro. Dall’io al noi (Scholé edizioni), racconta bene come siamo scivolati dal plurale al singolare. Guerre e pandemia hanno acuito il senso di solitudine ma come ricorda Ricciardi, il politico e rabbino Jonathan Sacks qualche anno fa diceva: «Abbiamo bisogno di un poco più di “Noi” e un po’ meno di “Io” se dobbiamo districarci tra alcune sfide che il secolo attuale ha in serbo ancora per noi».