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Carne da capannone

Satnam Singh, il trentunenne di origine indiana che lunedì pomeriggio era rimasto coinvolto in un terribile incidente sul lavoro in un'azienda agricola di borgo Santa Maria, nella periferia di Latina. è morto il giorno dopo

 (ansa)

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Siamo nel Paese dove muoiono 1.200 lavoratori all’anno, i working poors sono quasi 3 milioni, e la povertà assoluta assilla 5 milioni 752 italiani
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Eccolo, l’ultimo oltraggio al corpo straziato di uno schiavo. Il permesso di soggiorno speciale per motivi di giustizia rilasciato alla moglie. Da vivo, il povero Satnam Singh, non meritava niente. Era fuggito dall’India per inseguire una speranza, ma anche per l’Italia era solo un pària. Un fantasma, senza identità. Uno straniero, senza tetto né legge. Solo carne da capannone. Due braccia da sfruttare sulla terra, nient’altro che questo. Quando il macchinario gliene ha strappato uno, di braccio, il suo padrone, con agghiacciante coerenza, ha fatto quel che era giusto per lui: l’ha scaricato davanti al suo tugurio, come uno scarto umano o un giocattolo rotto. Aveva perso il suo “valore d’uso”: quindi poteva anche morire. Ora che è morto, come sempre succede, la Patria si gloria concedendo i tributi postumi incubati dal senso di colpa. Solo adesso – in cima a questi tre anni terribili nei quali suo marito ha buttato via l’anima per raccogliere pomodori a 3 euro l’ora - la prefettura di…

Eccolo, l’ultimo oltraggio al corpo straziato di uno schiavo. Il permesso di soggiorno speciale per motivi di giustizia rilasciato alla moglie. Da vivo, il povero Satnam Singh, non meritava niente. Era fuggito dall’India per inseguire una speranza, ma anche per l’Italia era solo un pària. Un fantasma, senza identità. Uno straniero, senza tetto né legge. Solo carne da capannone. Due braccia da sfruttare sulla terra, nient’altro che questo. Quando il macchinario gliene ha strappato uno, di braccio, il suo padrone, con agghiacciante coerenza, ha fatto quel che era giusto per lui: l’ha scaricato davanti al suo tugurio, come uno scarto umano o un giocattolo rotto. Aveva perso il suo “valore d’uso”: quindi poteva anche morire. Ora che è morto, come sempre succede, la Patria si gloria concedendo i tributi postumi incubati dal senso di colpa. Solo adesso – in cima a questi tre anni terribili nei quali suo marito ha buttato via l’anima per raccogliere pomodori a 3 euro l’ora - la prefettura di Latina rilascia alla vedova Sony l’ambito “pezzo di carta” che la mette in regola, le ridà un nome e un cognome, le assegna uno scampolo di cittadinanza.

E avanti così. Fino al prossimo schiavo che cade “sul campo”. Benvenuti nel Belpaese che va e che “cresce più della Germania e della Francia”, che “crea occupazione” e “traccia la rotta ai Grandi del mondo”. Benvenuti nel “Nord che produce” e nel Sud del “nuovo miracolo economico”. Benvenuti nel Bengodi dove lo “Stato tiranno non deve vessare le imprese” e dove “non bisogna disturbare chi vuole fare”. Per carità, evitiamo lo sciacallaggio politico, di fronte all’assassinio di Singh lasciato crepare a 31 anni nell’Agro Pontino, alla vita di Pierpaolo spezzata a 18 anni da una seminatrice nel Lodigiano e a quella di Mirko spappolato a 35 anni da un laminatoio nel Mantovano. Ma qualche domanda dobbiamo pur farcela, se non vogliamo lavarci la coscienza con le lacrime di coccodrillo e levarci gli scrupoli col senno di poi. E qualche risposta dobbiamo pur darcela, se non vogliamo illuderci che in ogni sciagura sul lavoro svilito e tradito si possa isolare la responsabilità di un singolo. Senza vedere quelle di un intero “Sistema”.

“Sono atti disumani, che non appartengono al popolo italiano”, ha detto Giorgia Meloni. Magari fosse vera, signora Presidente del Consiglio, la trita retorica da “italiani brava gente”. Quella disumanità ce l’abbiamo nell’album della nazione, da anni e anni. Non è italianissimo Renzo Lovato — padre di Antonello, titolare dell’azienda agricola per la quale sgobbava Singh — che con cuore di fango è riuscito a accusare la vittima di “una leggerezza che è costata cara a tutti noi”? Non è italianissimo lo schiavismo diffuso e profuso dalla gloriosa agricoltura tricolore, nascosto dietro i bastioni della nostra “sovranità alimentare” e i presìdi delle nostre “eccellenze culinarie”? Ce lo raccontano le 834 inchieste sparse lungo tutta la Penisola, dalla Lombardia alla Sicilia, quando qualche procura riesce ad aprire una crepa nel muro dell’omertà imperante in molte filiere poggiate sul sommerso. I cento disperati di Rosarno, che nel 2010 misero a ferro e fuoco il paese, ribellandosi al morso dei caporali e dei boss. I 40 derelitti accampati lungo il fiume Tanaro, usati e usurati per la vendemmia del prezioso barolo delle Langhe. I 67 richiedenti asilo pachistani, affamati per 1 euro l’ora nella raccolta degli ortaggi in Toscana.

Sappiamo tutto, di questa immonda tratta di sub-umani. Sono più di 400 mila, quelli stritolati dal caporalato. Stranieri, al 70-80 per cento. In genere gli chiudiamo i porti, a questi cristi invisibili respinti in guanti bianchi. Ma a quelli che riescono a sbarcare offriamo questo inferno, fingendo di non sapere che esiste: clandestinità, lavoro nero, paghe da fame, zero diritti. Indiani, bangladini e bengalesi che si spaccano la schiena per 14-15 ore al giorno, per garantire a noi borghesi verdura fresca e frutta succosa. I nomi di quelli che non ce l’hanno fatta ce li ha ricordati su questo giornale Bruno Giordano. Sacko Soumaila, ammazzato a fucilate nel 2018 a San Ferdinando, mentre cercava una lamiera per coprire la sua baracca. Douda Diane, sparito nel ragusano a fine 2022, dopo aver postato un video sull’assenza di sicurezza nel suo cantiere. Mahmoud Abdalla, ripescato nel mare di Genova nel 2023, con la testa mozzata dai suoi padroni ai quali aveva chiesto di essere messo in regola. I moderni servi della gleba non li trovi solo tra i filari e gli aranceti. C’è il caporalato nella zootecnia e nell’edilizia, nella logistica e nel lusso. Dai laboratori-dormitorio dei subfornitori Armani fino agli opifici-lager dell’indotto Dior, che sforna borse a 56 euro rivendute negli atelier dei centri storici a 2.600 euro.

È questo, il “Sistema”. Quello che lungo la famosa filiera spreme sudore e sangue dalla manodopera a bassissimo costo, ammassata alla base della piramide produttiva, e poi arricchisce un poco alla volta i livelli intermedi, man mano che si sale: contadini e grossisti, stoccatori e distributori. Fino ad arrivare al vertice della piramide, che lucra il massimo profitto sulle spalle e sulla pelle di quelli che stanno sotto. Lo so, it’s the economy, stupid. Vale per i padroncini e i caporali (che fanno schiattare i Singh), come per i subappalti e le gare al massimo ribasso (che costano la vita ai Mirko e ai Pierpaolo). Ma c’è un limite, e lo abbiamo valicato da un pezzo. Pro quota, con il contributo di tutti: agricoltori e imprenditori, amministratori e ispettori, sindacalisti e politici. Il ministro Lollobrigida ha un bel raccontare di tutti i tavoli e i protocolli avviati finora: non è cambiato niente. La ministra Calderone può ripetere finché vuole che la legge del marzo 2024 ha reintrodotto il reato di somministrazione illecita di manodopera: braccianti e operai continuano a morire, mentre delle migliaia di nuovi ispettori incaricati di intensificare i controlli sulle aziende non c’è traccia.

Oggi sarà sciopero, ancora una volta. Si mobilitano la sinistra sindacale di Maurizio Landini e quella politica di Elly Schlein. E va bene così, anche se resta il rammarico per gli anni perduti a litigare su altro rispetto al lavoro, il diritto dei diritti che trasforma l’individuo solo sul pianeta nel cittadino della grande polis. Ma il “Sistema”, quello che secondo la destra al comando “non dobbiamo disturbare”, perché “ha voglia di fare”, quello è duro da riconvertire. Ha ragione da vendere Maurizio Maggiani, che sullaStampa chiede all’orgogliosa e leggiadra compagnia agricola e industriale di questo Paese “di quanti Satnam Singh vi siete e vi state nutrendo, pezzo per pezzo”? E di quanti dei suoi resti incommestibili vi siete già sbarazzati — in questo tempo dei guadagni ad ogni costo — lungo i fossi, le discariche, le topaie d’Italia?

Domani si vota per i ballottaggi in poco più di cento città italiane, compresi capoluoghi importanti come Bari, Firenze e Perugia. Dopo il primo turno, la maggioranza cerca conferme, l’opposizione insegue riscosse. Ma come è già successo per le Europee, non c’è traccia di piani per il lavoro nella campagna elettorale, e meno che mai nell’agenda di Palazzo Chigi. Eppure dovrebbe essere la priorità assoluta, nel Paese dove muoiono 1.200 lavoratori all’anno, i working poors sono quasi 3 milioni, e la povertà assoluta assilla 5 milioni 752 italiani. Invece di imboccare il tunnel dell’avventurismo e dell’autoritarismo, sfasciando il patto costituzionale con il Premierato e spaccando l’unità nazionale con l’Autonomia Differenziata, la Sorella d’Italia dovrebbe ascoltare il consiglio che le ha dato Liliana Segre in un memorabile discorso al Senato e tentare quello che nessun governo ha mai voluto o saputo fare: non rottamare, ma attuare la Costituzione. Con quella magnifica Carta, 76 anni fa, piantammo proprio sul lavoro le fondamenta della Repubblica.

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