Nella settimana delle nomine europee, il governo di Giorgia Meloni ha una priorità: non essere escluso dagli accordi decisivi. Vale a dire in primo luogo l’intesa per l’elezione del presidente della Commissione, al momento coincidente con la plausibile conferma di Ursula von der Leyen. Sarebbe inconcepibile che l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità, restasse ai margini. Dietro le quinte non sono mancati i contrasti anche aspri. Roma chiedeva, anzi pretendeva un ruolo e un incarico di primo piano, alla fine otterrà qualcosa di meno (Fitto commissario europeo per l’attuazione del Pnrr) probabilmente insieme a una delle vicepresidenze. Ma quel che soprattutto preme alla premier italiana è fare un passo significativo verso i Popolari, il gruppo di cui è egemone la Germania, allontanandosi senza troppo clamore dai sovranisti. Sembra che l’operazione possa riuscire, certo al prezzo di una frattura del fronte nazionalista.
Fino a oggi la leader di Fratelli d’Italia si era sforzata…
Nella settimana delle nomine europee, il governo di Giorgia Meloni ha una priorità: non essere escluso dagli accordi decisivi. Vale a dire in primo luogo l’intesa per l’elezione del presidente della Commissione, al momento coincidente con la plausibile conferma di Ursula von der Leyen. Sarebbe inconcepibile che l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità, restasse ai margini. Dietro le quinte non sono mancati i contrasti anche aspri. Roma chiedeva, anzi pretendeva un ruolo e un incarico di primo piano, alla fine otterrà qualcosa di meno (Fitto commissario europeo per l’attuazione del Pnrr) probabilmente insieme a una delle vicepresidenze. Ma quel che soprattutto preme alla premier italiana è fare un passo significativo verso i Popolari, il gruppo di cui è egemone la Germania, allontanandosi senza troppo clamore dai sovranisti. Sembra che l’operazione possa riuscire, certo al prezzo di una frattura del fronte nazionalista.
Fino a oggi la leader di Fratelli d’Italia si era sforzata di tenere uniti tutti i gruppi della destra conservatrice che facevano riferimento a lei. Ma la corda era già troppo tesa e le ambiguità eccessive. Dopo due anni di governo, s’imponeva una scelta, anche per circoscrivere le aspre critiche giunte da Macron, il più ruvido nel condannare la destra italiana di governo a costo d’infrangere le regole del galateo internazionale: lo abbiamo visto nel corso del vertice G7 in Puglia. Al vertice delle ambiguità ci sono, come è noto, le relazioni internazionali e la guerra in corso a Est. Un segmento consistente della destra continentale, a cominciare dall’ungherese Orban, mantiene la sua linea filo-Putin, in attesa evidente che Trump vinca le elezioni di novembre negli Stati Uniti. Viceversa, Giorgia Meloni ha appena ribadito l’opzione atlantica e il sostegno esplicito all’Ucraina.
Il fatto che tale posizione sia stata confermata nell’imminenza del vertice europeo sulle nomine, fa capire quale sia la rotta della destra meloniana. E quale sia la discriminante. Non a caso Biden apprezza la linea italiana. In altri termini, a Palazzo Chigi non si respira un’attesa impaziente per la vittoria di Trump, o almeno la Meloni non punta sul repubblicano. A differenza di Salvini, il quale coltiva come è noto anche uno speciale rapporto con Marine Le Pen. E qui è facile capire che la premier non ha alcun desiderio di vedere il trionfo del Rassemblement nelle elezioni francese. Disturberebbe il suo cammino di lento ma costante avvicinamento ai Popolari (certo, in una chiave conservatrice) e offrirebbe nuove frecce all’arco del suo rivale leghista, che tenta in ogni occasione di scavalcarla a destra: da Vannacci a Bardella. Peraltro il trionfo dell’estrema destra a Parigi è tutto da verificare. I sondaggi indicano semmai che il doppio turno ancora una volta potrebbe rivelarsi una trappola per i lepenisti. Un’Assemblea nazionale senza una maggioranza certa potrebbe fare comodo all’Italia, favorendo il rapporto di FdI con i democristiani tedeschi. Né va sottovalutata, in tal senso, l’opera di mediazione svolta da Antonio Tajani: il risultato ottenuto da Forza Italia alle europee ha restituito una funzione politica al ministro degli Esteri in un momento cruciale per le prospettive della Meloni.
Tutto resta complicato e i colpi di scena sono sempre possibili. Ma qualcosa si muove, collegando sempre più la politica interna agli scenari internazionali. Con l’Europa di Bruxelles, pur con i suoi gravi limiti, che ha acquistato una centralità senza precedenti.