Il Mes, l’Italia e il senso dello Stato
di Ferdinando Nelli FerociCome ampiamente prevedibile, passate le elezioni del Parlamento europeo si è tornati a parlare del Mes. E sono riprese le richieste all’Italia perché proceda alla ratifica del trattato con il quale si erano introdotte alcune modifiche alle sue competenze. I fatti sono semplici da ricostruire. Il 20 Giugno a Lussemburgo, alla riunione del Consiglio dei Governatori, il Direttore Esecutivo del Mes, il lussemburghese Pierre Gramegna, ha anticipato una cauta apertura sulla ipotesi di una ulteriore riforma di questo strumento finanziario. Ma ha anche ricordato che era preliminarmente necessario garantire l’entrata in vigore della precedente riforma del Mes, per la quale si è tuttora in attesa della ratifica italiana.
Il Ministro Giorgetti ha reagito esprimendo interes…
Come ampiamente prevedibile, passate le elezioni del Parlamento europeo si è tornati a parlare del Mes. E sono riprese le richieste all’Italia perché proceda alla ratifica del trattato con il quale si erano introdotte alcune modifiche alle sue competenze. I fatti sono semplici da ricostruire. Il 20 Giugno a Lussemburgo, alla riunione del Consiglio dei Governatori, il Direttore Esecutivo del Mes, il lussemburghese Pierre Gramegna, ha anticipato una cauta apertura sulla ipotesi di una ulteriore riforma di questo strumento finanziario. Ma ha anche ricordato che era preliminarmente necessario garantire l’entrata in vigore della precedente riforma del Mes, per la quale si è tuttora in attesa della ratifica italiana.
Il Ministro Giorgetti ha reagito esprimendo interesse sulla ipotesi di attribuire nuove competenze al Mes. Ma ha confermato che ad oggi non ci sono le condizioni politiche per una ratifica italiana. E ha aggiunto che riaprire la questione del Mes era come gettare “sale sulla ferita” della presunta esclusione dell’Italia dalla partita sulle nomine dei vertici delle istituzioni della UE. Salvini ha poi rincarato la dose qualificando il Mes come una ennesima follia europea. E ha confermato che l’Italia non avrebbe ratificato né oggi né mai la riforma del Mes (senza chiarire se questa era una sua posizione personale o quella del Governo).
Giorgetti: "Mai detto che Italia avrebbe ratificato il Mes"
Vale forse la pena di ricordare che la riforma del Mes, che deve ancora entrare in vigore in attesa della ratifica italiana, è quella che era stata negoziata nel 2020, e successivamente adottata nel 2021, con un accordo cui aveva aderito sottoscritto anche il governo italiano (che a quell’epoca era sostenuto tra gli altri anche dalle Lega). Ed era una riforma con la quale si era introdotta la possibilità per il Mes mettere a disposizione anche una rete di sicurezza finanziaria al Fondo di Risoluzione comune per le banche. Con quella riforma si consentiva al MES di aggiungere al suo compito originario, che era quello di concedere assistenza finanziaria a Paesi membri con difficoltà di accesso ai mercati finanziari, una nuova funzione di assistenza finanziaria da utilizzare nel caso di gravi crisi bancarie. Niente quindi di drammatico quindi. Solo un’utile misura di completamento dell’unione bancaria.
Come ormai arcinoto, questa riforma è stata da tempo ratificata da tutti gli altri Paesi membri dell’Eurozona. Ma la sua entrata in vigore è tuttora bloccata dalla mancata ratifica italiana, condizione necessaria per la sua entrata in vigore.
La presa di posizione della Lega non è certo stata una sorpresa. Ma è comunque destinata a complicare la situazione sia sul fronte europeo che su quello interno italiano. Sul fronte europeo perché da tempo si ipotizza la possibilità che un Mes, ulteriormente riformato, possa svolgere un ruolo nella messa a disposizione di risorse finanziarie comuni da utilizzare a sostegno di progetti comuni: dal finanziamento delle transizioni energetica e digitale, al finanziamento di misure necessarie per il rafforzamento della competitività dell’economia europea, o di progetti di collaborazione nel campo della difesa. In fondo si tratterebbe di far ricorso, per altri obiettivi, alle risorse di cui il Mes già dispone (700 miliardi di Euro di capitale, di cui 80 già versati dai suoi membri), ma che da vari anni giacciono inutilizzate nella sua cassaforte. Ma senza la ratifica italiana difficile che si possa aprire questa pur utile partita.
Sul fronte interno è noto che la Lega considera il Mes come un perverso strumento destinato a imporre politiche di austerity, lo spettro della “troika”, e inaccettabili condizionamenti delle scelte di politica economica di Stati sovrani e indipendenti. Come pure è anche noto che questa posizione non è condivisa da Forza Italia, e forse neppure da certi settori di Fratelli di Italia. Ma il veto della Lega rende complicato per la Presidente del Consiglio assumere una linea diversa con il rischio di aprire una frattura all’interno della maggioranza. E’ quindi verosimile che anche nel prevedibile futuro il Governo non si assuma la responsabilità di riproporre la ratifica al Parlamento. E che i partiti della maggioranza si ritrovino compatti a votare contro la ratifica (magari insieme ai Cinque Stelle) se questa sarà riproposta dal Partito Democratico.
Con il triplice risultato di indebolire la già debole posizione della Presidente del Consiglio nella partita ancora aperta delle nomine per i vertici delle istituzioni della UE, di rendere più complicata la posizione del Governo nella sua interlocuzione con la Commissione sulle misure di riduzione del deficit e del debito nell’ambito della procedura di infrazione per deficit eccessivo appena avviata, e di pregiudicare la credibilità del Governo nei prossimi negoziati su temi centrali della agenda europea.
Uno scenario che si potrebbe evitare se solo si riuscisse a far prevalere un minimo di pragmatismo e di senso dello Stato. Ora che le elezioni sono alle spalle si tratterebbe di riproporre la ratifica del Mes, collegando l’approvazione del disegno di legge di autorizzazione alla ratifica ad un impegno solenne del Governo a subordinare una eventuale richiesta di assistenza del Mes ad un voto del Parlamento. Una soluzione semplice e di buon senso che contribuirebbe a facilitare il posizionamento di questo Governo in Europa molto più della pretesa di far valere un risultato elettorale sicuramente importante per la sua stabilità, ma non sufficiente a modificare i rapporti di forza in Europa.