La designazione dei vertici delle istituzioni Ue prevista dal Consiglio Europeo vedrà, per una conferma, i nominativi (von der Leyen, Costa e Kallas) identificati nel negoziato politico “a tre” tra popolari, socialisti e liberali. Il metodo seguito è stato al centro delle dichiarazioni polemiche espresse dalla presidente del Consiglio nell’abituale dibattito pre-vertice alle Camere. Dichiarazioni “forti” come era da attendersi dopo l’esclusione dal negoziato e presumibilmente finalizzate sia a ribadire la propria leadership interna sia ad alzare la posta in vista della ricerca di voti ulteriori cui sarà chiamata von der Leyen, una volta designata, per la fiducia in Europarlamento.
Meloni ha dovuto prendere atto che la sua postura euro-atlantica fuori dai confini non ha bilanciato — nella valutazione esterna — i ripetuti segnali di sovranismo interno. L’attuale dinamica, con la premier chiamata a muoversi più da leader di governo che da presidente Ecr, vede anche l’imminente doppio tu…
La designazione dei vertici delle istituzioni Ue prevista dal Consiglio Europeo vedrà, per una conferma, i nominativi (von der Leyen, Costa e Kallas) identificati nel negoziato politico “a tre” tra popolari, socialisti e liberali. Il metodo seguito è stato al centro delle dichiarazioni polemiche espresse dalla presidente del Consiglio nell’abituale dibattito pre-vertice alle Camere. Dichiarazioni “forti” come era da attendersi dopo l’esclusione dal negoziato e presumibilmente finalizzate sia a ribadire la propria leadership interna sia ad alzare la posta in vista della ricerca di voti ulteriori cui sarà chiamata von der Leyen, una volta designata, per la fiducia in Europarlamento.
Meloni ha dovuto prendere atto che la sua postura euro-atlantica fuori dai confini non ha bilanciato — nella valutazione esterna — i ripetuti segnali di sovranismo interno. L’attuale dinamica, con la premier chiamata a muoversi più da leader di governo che da presidente Ecr, vede anche l’imminente doppio turno delle elezioni in Francia. Avremo così prime indicazioni delle basi sulle quali potrà muoversi la prossima legislatura con le destre che invocano maggiore spazio.
Il quinquennio che volge al termine ci consegna un’Europa fiaccata dai rivolgimenti geopolitici e alle prese con sfide economiche, tecnologiche e sociali che richiederebbero coesione. Il bilancio di quanto svolto finora evidenzia risposte unitarie: alla pandemia con i vaccini, alla crisi con i programmi Sure e NextGeneration, all’aggressione russa con il sostegno all’Ucraina. Passaggi di rilievo in una fase che vede anche la tragedia in Medio Oriente.
I nodi di fondo restano sul tavolo. Si dovrà ora ripartire con una legislatura non meno impegnativa di quella trascorsa. La sfida è bene evidenziata dal Capo dello Stato sul ruolo che va riconosciuto al nostro Paese anche nella comune responsabilità a farvi fronte.
Dal 1° luglio comincia la presidenza di turno dell’Ungheria, guidata da un governo che oggi si vedrebbe preclusa — causa insufficienti parametri democratici — l’ammissione nella Ue. Lo scenario globale ci vede alle prese con un “resto del mondo” diviso tra Stati revisionisti, gli avversari di oggi, e Paesi dalla politica delle “mani libere”. L’Ue, nella tenaglia della sfida tra Usa e Cina, si dovrà muovere in avanti mentre le estreme destre al suo interno non esiteranno ad attivarsi per farla retrocedere.
L’Ue, dunque, condivide le sfide globali con il resto dell’Occidente ma con una distinta vocazione strategica, industriale e commerciale, dettata anche dalla sua collocazione geografica, e dovrà fornire risposte con procedure decisionali più snelle e con un bilancio comune finalmente all’altezza. Ostacoli il più delle volte frapposti — con veti e rivendicazioni di bottega — proprio da quel sovranismo che accusa di inefficacia l’azione europea.
Coloro chiamati a guidare la Ue, visti i numeri in Parlamento, dovranno mostrare capacità progettuale e di sintesi con tutte quelle forze “dentro” il percorso di integrazione a differenza di quelle con esso incompatibili. Di qui l’esigenza di rafforzare il dialogo con chiunque si muova in questo perimetro al contrario di chi, invece, utilizza il presente per pregiudicare il futuro.
All’Italia lo impongono, tra l’altro, le condizioni di finanza pubblica e la sua ancora mancata modernizzazione tramite le riforme “strutturali” richieste (concorrenza, semplificazione pubblica amministrazione, giustizia civile e fisco) piuttosto che quelle che ci “destrutturano” (premierato e autonomia differenziata su tutte). Un’ipoteca su un Paese che, mentre invecchia, patisce l’emorragia dei giovani verso l’estero.
La sfida a livello europeo si innesta su difficili premesse politiche: il tracollo elettorale franco-tedesco e la sfida di Macron possono introdurre ulteriore frammentazione continentale con un indebolimento condiviso tra una Parigi sdoppiata e una Berlino in crisi identitaria. Sarà bene per noi ricordare che con l’Eliseo condividiamo assonanze nella finanza pubblica, alle prese entrambi con una procedura di infrazione da deficit, e con Berlino una integrazione manifatturiera certificata da solidi rapporti tra le due Confindustrie.
Gli studi dei think tank, il rapporto Letta sul mercato interno e quello di Draghi sulla competitività ci mostrano ampia convergenza sulla necessità di azioni comuni e non individuali per garantire all’Europa, a maggior ragione al nostro Paese, un futuro all’altezza di quanto ci chiedono le nuove generazioni.