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Ue, la posta in gioco per Meloni

Bruxelles, 27 giugno: Giorgia Meloni al Consiglio Europeo (afp)

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La premier dovrà prima uscire dall’ambiguità, se vorrà ottenere il riconoscimento che le viene rifiutato
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Dopo molto strepitare, l’esito più probabile è che l’Italia meloniana in Europa non ottenga il palcoscenico da essa desiderato in base a un notevole grado di autostima, ma nemmeno venga sospinta nell’isolamento più cupo. Avrà un ruolo e un incarico di medio o buon livello, come si conviene a un Paese fondatore della comunità che tuttavia non è parte integrante della maggioranza tra popolari, socialisti e liberali (macroniani compresi) su cui si reggerà la nuova Commissione.

E si tratta di una soluzione di buon senso perché l’Italia non è un Paese secondario, come ha ricordato il presidente Mattarella. Ma non è il riconoscimento che Giorgia Meloni auspicava, quando dopo il G7 pugliese e le elezioni del 8-9 giugno ha immaginato se stessa come il nuovo perno degli equilibri continentali. O quasi.

La nostra premier ha fatto leva sul suo temperamento e la sua volontà, senza peraltro sfuggire all’ambiguità di fondo che ne caratterizza il percorso sui sentieri dell’Unione.

Quando s…

Dopo molto strepitare, l’esito più probabile è che l’Italia meloniana in Europa non ottenga il palcoscenico da essa desiderato in base a un notevole grado di autostima, ma nemmeno venga sospinta nell’isolamento più cupo. Avrà un ruolo e un incarico di medio o buon livello, come si conviene a un Paese fondatore della comunità che tuttavia non è parte integrante della maggioranza tra popolari, socialisti e liberali (macroniani compresi) su cui si reggerà la nuova Commissione.

E si tratta di una soluzione di buon senso perché l’Italia non è un Paese secondario, come ha ricordato il presidente Mattarella. Ma non è il riconoscimento che Giorgia Meloni auspicava, quando dopo il G7 pugliese e le elezioni del 8-9 giugno ha immaginato se stessa come il nuovo perno degli equilibri continentali. O quasi.

La nostra premier ha fatto leva sul suo temperamento e la sua volontà, senza peraltro sfuggire all’ambiguità di fondo che ne caratterizza il percorso sui sentieri dell’Unione.

Quando si esprime come presidente del Consiglio in carica riesce a offrire il meglio (linea coerente sull’Ucraina e la Nato, viaggi in Nord Africa, rapporto positivo con il vertice della Commissione e l’establishment di Bruxelles, idee controverse ma innovative sulla gestione dell’immigrazione); quando invece sceglie di parlare a nome del gruppo dei conservatori, si crea il cortocircuito. Ancora peggio quando reclama un ideale posto al sole in nome di tale gruppo, che sarebbe il terzo per consistenza, sommando i seggi conquistati.

Ora, come è ovvio, serve il rispetto verso gli elettori, ma esiste anche il criterio dell’omogeneità politica: popolari, socialisti e liberali vantano da anni una sintonia sui temi europei che esclude il settore meloniano. Per cui mettono da parte i conservatori quando sono da definire i confini della maggioranza al Parlamento di Bruxelles/Strasburgo. E anche quando si indicano le massime cariche (i top jobs). Come sappiamo è questo ad aver offeso la premier italiana: essersi trovata di fronte a un accordo già stipulato.

Tuttavia la meraviglia è eccessiva, a meno che non sia un’abile mossa per suscitare maggiore attenzione intorno all’Italia e ottenere in seconda battuta quel che non le è stato dato nell’immediato. Di fatto Giorgia Meloni arriva a Bruxelles come una sorta di Giano Bifronte.

Da un lato ha piegato il suo nazionalismo verso un sentimento europeista tiepido ma in apparenza solido. Dall’altro è leader di un gruppo ostile all’Unione come si è formata negli anni. È un’Unione carica di difetti, certo, ma non sembra che la polemica sovranista sia volta a migliorarla, semmai a paralizzarla.

Ne deriva che la premier dovrà prima uscire dall’ambiguità, se vorrà ottenere il riconoscimento che adesso le viene rifiutato. Ora siamo ancora nella fase aspra, verbalmente anche violenta che precede il chiarimento. Poi si tratterà di riuscire a contare quando il Parlamento sarà chiamato a ratificare le nomine, infine ci sarà da mettere a punto il rapporto con la nuova Commissione. Nel mezzo ci sono le elezioni in Francia, con il loro esito che si annuncia clamoroso.

In teoria, Giorgia Meloni può decidere di rompere con l’ambiente di Bruxelles, ma non lo farà: anche con il pensiero alle misure economiche che saranno imposte in autunno. Può fare invece buon viso a cattivo gioco, ma non è troppo nel suo carattere. Sceglierà di proseguire senza fretta nel cammino che la porterà un giorno a rafforzare l’ala destra del partito Popolare.

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