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Inchiesta su Gioventù nazionale: Meloni e i silenzi sull’antisemitismo

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Servono parole chiare, sia sulla deriva dei giovani di FdI sia sulle radici fasciste richiamate dal simbolo della fiamma che è necessario spegnere. Non c’è più tempo per le opacità
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Ora non è più possibile esimersi dalla condanna dei figli della Gioventù nazionale che intonano cori nazisti e mettono alla berlina l’ebrea. «Provvedimenti immediati ed esemplari!», invocano i vertici di Fratelli d’Italia, con lo sdegno innocente di chi è lunarmente estraneo a quella storia.

E tra tutti il più indignato si mostra il presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, la stessa persona che un anno fa ritraeva i soldati-poliziotti della Bozen uccisi dai partigiani in via Rasella come una banda di poveri orchestrali pensionati: in realtà un battaglione di SS che aveva partecipato alla repressione degli ebrei nell’Europa dell’Est, indossando la stessa divisa dei rastrellatori all’opera a Roma il 16 ottobre del 1943. Eppure il senatore La Russa dovrebbe saperlo: l’esempio viene sempre dagli adulti. Perché sorprendersi se i suoi ragazzi si lasciano andare a un esuberante Sieg Heil, l’urlo dei raduni di massa nazisti?

È uno spettacolo singolare quello di una classe politica p…

Ora non è più possibile esimersi dalla condanna dei figli della Gioventù nazionale che intonano cori nazisti e mettono alla berlina l’ebrea. «Provvedimenti immediati ed esemplari!», invocano i vertici di Fratelli d’Italia, con lo sdegno innocente di chi è lunarmente estraneo a quella storia.

E tra tutti il più indignato si mostra il presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, la stessa persona che un anno fa ritraeva i soldati-poliziotti della Bozen uccisi dai partigiani in via Rasella come una banda di poveri orchestrali pensionati: in realtà un battaglione di SS che aveva partecipato alla repressione degli ebrei nell’Europa dell’Est, indossando la stessa divisa dei rastrellatori all’opera a Roma il 16 ottobre del 1943. Eppure il senatore La Russa dovrebbe saperlo: l’esempio viene sempre dagli adulti. Perché sorprendersi se i suoi ragazzi si lasciano andare a un esuberante Sieg Heil, l’urlo dei raduni di massa nazisti?

È uno spettacolo singolare quello di una classe politica pronta a sfilarsi dall’onda fangosa di pregiudizi e stereotipi antisemiti, senza fermarsi a riflettere sulle responsabilità politiche e morali di chi non ha fatto niente per arginarla. Il problema è sempre lo stesso: finché non saranno definitivamente recise le radici nere di un partito che si richiama anche nei simboli al neofascismo, a nulla varranno le pur necessarie condanne di Fratelli e Sorelle d’Italia.

La fiamma continua a splendere nelle loro bandiere: richiamo di fedeltà al Movimento Sociale Italiano, il partito nato nel Dopoguerra in continuità con la Repubblica sociale, ossia con chi partecipò alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei. Così come «un vero patriota italiano» continua a essere omaggiato dalla premier Giorgio Almirante, segretario di redazione della Difesa della razza, il principale organo dell’antisemitismo nel nostro Paese.

Quella del rapporto con la memoria della campagna antisemita è una vicenda molto complessa, che riguarda tutti gli italiani. Solo dopo oltre cinquant’anni dalle leggi razziste abbiamo saputo dell’acquiescenza della quasi totalità del ceto intellettuale, anche di quello non fascista, rispetto alla cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dalle accademie più prestigiose. Ci sono voluti ancora più anni per sapere del coinvolgimento dei cosiddetti ragazzi di Salò nelle efferatezze commesse contro ebrei.

Anche la nostra migliore storiografia — ci racconta Michele Sarfatti — è a lungo inciampata in pregiudizi ed errori che erano frutto della persistenza inconscia di cattivi pensieri. Ma se tardivo e lento è stato il processo di acquisizione di una consapevolezza storica da parte degli ambienti democratici, nelle fila del neofascismo questo è mancato completamente, con la complicità dei dirigenti politici che hanno continuato a coltivare nostalgie pericolose, alimentate dagli assassini della memoria e dai più tenaci negazionisti.

A distanza di svariati decenni, la destra radicale che del neofascismo è orgogliosa figlia («di una lunga storia che non ha mai smesso di credere e combattere», scrive Meloni nella sua autobiografia), questa destra continua ostinatamente a non fare i conti con il ventennio nero e con i suoi crimini contro gli ebrei.

Nella ricostruzione storica della premier, i campi di sterminio sono una parentesi di male assoluto rispetto all’evoluzione del fascismo italiano, quasi naturalmente estraneo a quegli abissi di dolore. E se le leggi razziali vengono condannate, con atti di commosso e ripetuto omaggio verso la senatrice Segre e verso le comunità ebraiche, mai vengono messe in relazione con la violenza connaturata al regime di Mussolini, fondato fin dall’inizio su un assassinio.

Non è un caso che, nell’occasione del centenario del delitto Matteotti, Meloni si sia ben guardata dall’attribuirne la responsabilità diretta a Mussolini, nel solco tracciato dalla pubblicistica neofascista che ha sempre negato il coinvolgimento del duce. Riconoscerne il ruolo di mandante significa ammettere che il regime fascista è nato sul sangue di un oppositore, dunque criminale fin dalle origini, difficilmente conciliabile con lo stereotipo del Mussolini buono messo sulla cattiva strada da Hitler: visione assolutoria tuttora rivendicata dalla destra postfascista.

L’immaginario antisemita che ancora avvelena giovani fratelli e sorelle d’Italia ci dice una cosa sola: i conti di quel partito con la storia non sono più rinviabili. Giorgia Meloni è chiamata dal suo ruolo istituzionale a tagliare ogni legame con una storia politica che ha incubato il virus antisemita, spazzando via in modo definitivo tutte le ambiguità che hanno permesso la sopravvivenza di un cuore nero non più tollerabile. Servono parole chiare, sia sulla deriva di Gioventù nazionale sia sulle radici fasciste richiamate dal simbolo della fiamma che è necessario spegnere. Non c’è più tempo per silenzi e opacità.

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