Vota sì? Vota no? Si astiene? Giorgia Meloni, naturalmente, cerca di fare tutte e tre le cose insieme. Così, ieri, al vertice che doveva decidere le nomine europee, ha scelto di astenersi sul nome di Ursula von der Leyen per la Commissione e di votare invece contro le candidature del socialista portoghese Costa per la presidenza del Consiglio europeo e della liberale estone Kallas come “ministro degli esteri” della Ue.
Una scelta sconsiderata, che privilegia il suo ruolo di leader politico dell’ultra destra europea alla sua funzione istituzionale di capo del governo italiano. Naturalmente, poiché in Europa la capa del governo italiano conta ben poco, le nomine che erano state decise senza consultarla sono state comunque approvate a grande maggioranza. Nelle dichiarazioni soddisfatte dei leader dopo la riunione non c’è traccia del dissenso da lei espresso. Lo psicodramma italo-italiano inscenato da Meloni servirà forse ad alimentare il suo inguaribile vittimismo.
Ma, visto da Bruxell…
Vota sì? Vota no? Si astiene? Giorgia Meloni, naturalmente, cerca di fare tutte e tre le cose insieme. Così, ieri, al vertice che doveva decidere le nomine europee, ha scelto di astenersi sul nome di Ursula von der Leyen per la Commissione e di votare invece contro le candidature del socialista portoghese Costa per la presidenza del Consiglio europeo e della liberale estone Kallas come “ministro degli esteri” della Ue.
Una scelta sconsiderata, che privilegia il suo ruolo di leader politico dell’ultra destra europea alla sua funzione istituzionale di capo del governo italiano. Naturalmente, poiché in Europa la capa del governo italiano conta ben poco, le nomine che erano state decise senza consultarla sono state comunque approvate a grande maggioranza. Nelle dichiarazioni soddisfatte dei leader dopo la riunione non c’è traccia del dissenso da lei espresso. Lo psicodramma italo-italiano inscenato da Meloni servirà forse ad alimentare il suo inguaribile vittimismo.
Ma, visto da Bruxelles, è solo un’occasione mancata per riportare l’Italia nel cuore del concerto europeo: molto rumore per nulla. La scelta dei nomi manda un messaggio inequivocabile: davanti a uno scenario di crisi l’Europa vuole continuare sulla strada di una maggiore integrazione (von der Leyen), di pieno sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa (Kallas), e di risanamento dei conti pubblici salvaguardando lostato sociale (Costa). Giorgia Meloni ha preso le distanze da tutto questo. La decisione di appoggiare, astenendosi, la nomina di von der Leyen segue la logica di mantenere aperto un canale di dialogo con il Partito popolare europeo, di cui von der Leyen è espressione, presentandosi come un’utile riserva di voti quando la presidente della Commissione dovrà avere la fiducia del Parlamento Ue.
La bocciatura degli altri due segna il rifiuto della coalizione europeista che ha portato alla formazione di una maggioranza composta da popolari, socialisti e liberali. Forse la presidente del Consiglio spera, con questa decisione ambigua, di negoziare un trattamento di favore quando si arriverà a distribuire gli incarichi nel collegio dei commissari. Magari ha anche ottenuto rassicurazioni in questo senso. Di certo la sua posizione non toglie l’Italia dallo stato di emarginazione in cui è stata relegata dalla impresentabilità politica del suo governo.
Meloni ha preferito restare nel ghetto degli anti-europei e ha trascinato nella quarantena politica anche il Paese che rappresenta. Non era una decisione obbligata. L’Italia, agli occhi dei leader europei, conta più di chi la governa. Perfino se chi la governa è una esponente dell’estrema destra. Per questo nella notte dei lunghi coltelli sulla scelta dei vertici Ue, si erano rinfoderate le lame che nei giorni scorsi hanno fatto a pezzi il prestigio e la credibilità della presidente del Consiglio. Tutti speravano in una decisione «per consenso», che evitasse di mettere ai margini uno dei grandi Paesi fondatori e conservasse almeno l’immagine di unità dell’Europa in un momento in cui la guerra bussa alle sue porte. Un riallineamento dell’Italia al concerto europeo sarebbe stato accolto con favore da tutti.
In questo senso, del resto, andavano le raccomandazioni del presidente Mattarella su come l’Italia sia imprescindibile in Europa: una linea ripetuta ieri da molti capi di governo stranieri. Ma Meloni non è riuscita a privilegiare il suo cappello da statista rispetto a quello di presidente del partito europeo dei Conservatori: due funzioni inconciliabili che, nella sua bulimia di protagonismo, ha cercato impersonare contemporaneamente con risultati disastrosi. Anche la scelta di privilegiare l’identità politica sul ruolo istituzionale non è però priva di rischi. Infatti perfino nella palude nazionalista i problemi, per Meloni, si addensano.
Aveva appena finito di rivendicare che il partito europeo dei Conservatori, l’ECR, era diventato il terzo gruppo politico in Parlamento scavalcando i liberali, che la compagine da lei presieduta rischia di squagliarsi. Il suo amico ungherese Viktor Orban, l’unico che si è detto apertamente contrario alla nomina di von der Leyen, ha annunciato che sta lavorando alla costituzione di un nuovo gruppo di estrema destra a cui potrebbero aderire i polacchi di Pis, abbandonando l’ECR. Messa in un angolo dai governi europeisti, la premier rischia di essere rinnegata anche dai suoi camerati nazionalisti e anti-Ue. Un bel risultato, per chi voleva «andare in Europa a testa alta», ma non sa che cappello mettersi.