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Meloni, il Grande Freddo

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Convinta di “dare le carte”, la premier ha dovuto prendere atto che la sua maggioranza in Italia resta minoranza in Europa. Ha commesso un errore fatale, credendo di poter giocare la partita delle nomine comunitarie da capo-famiglia dei Conservatori. E l’ha persa, ritrovandosi sola con la sua velleità
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Alla prima vera prova da Statista internazionale, Giorgia Meloni ha fallito. Esclusa da tutti i «caminetti» — che finge di detestare, se le vietano di accedervi — la premier ha scoperto cos’è il Grande Freddo in Europa. Convinta di “dare le carte”, ha dovuto prendere atto che la sua maggioranza in Italia resta minoranza nell’Unione. Ha commesso un errore fatale, credendo di poter giocare la partita delle nomine comunitarie da capo-famiglia dei Conservatori e non da capo di governo di uno dei Paesi fondatori. E l’ha persa, ritrovandosi sola con la sua velleità.

Bandita da socialisti e liberali e blandita solo da un drappello di popolari, criticata da Orbán e scaricata da Morawiecki, potrà sperare al massimo in uno strapuntino per Raffaele Fitto, commissario di qualcosa. Ma niente di più. Parafrasando Churchill: poteva scegliere tra il disonore e l’irrilevanza. Ha scelto il disonore, cercando di intestarsi le istanze del nazionalismo identitario delle destre più estreme. E avrà l’irril…

Alla prima vera prova da Statista internazionale, Giorgia Meloni ha fallito. Esclusa da tutti i «caminetti» — che finge di detestare, se le vietano di accedervi — la premier ha scoperto cos’è il Grande Freddo in Europa. Convinta di “dare le carte”, ha dovuto prendere atto che la sua maggioranza in Italia resta minoranza nell’Unione. Ha commesso un errore fatale, credendo di poter giocare la partita delle nomine comunitarie da capo-famiglia dei Conservatori e non da capo di governo di uno dei Paesi fondatori. E l’ha persa, ritrovandosi sola con la sua velleità.

Bandita da socialisti e liberali e blandita solo da un drappello di popolari, criticata da Orbán e scaricata da Morawiecki, potrà sperare al massimo in uno strapuntino per Raffaele Fitto, commissario di qualcosa. Ma niente di più. Parafrasando Churchill: poteva scegliere tra il disonore e l’irrilevanza. Ha scelto il disonore, cercando di intestarsi le istanze del nazionalismo identitario delle destre più estreme. E avrà l’irrilevanza, potendo tutt’al più lanciare una stampella a Von der Leyen al voto del 18 luglio. Livida in volto, stavolta non ha smorfie né faccette da offrire alle telecamere: solo il rammarico astioso di chi sa di aver perso un’occasione.

Dopo il voto del 9 giugno, aveva buone ragioni per chiedere «una linea diversa» a un’Unione che — a parte la felice parentesi del Next Generation Eu — si è logorata nelle mediazioni di questi ultimi anni. Ma oggi ha torto marcio a sostenere che le scelte fatte al Consiglio Ue su Von der Leyen, Costa e Kallas rappresentano «una mancanza di rispetto verso i cittadini». Può non condividerle, ma non ne può negare la piena legittimità democratica.

La stessa logica che un anno e mezzo fa ha consentito a lei e al suo partito di comandare l’Italia con il 14,2% dei consensi tra gli aventi diritto, permette ora alle tre forze politiche della “maggioranza Ursula”, uscite comunque vincitrici dal voto del 9 giugno, di continuare a decidere le sorti dell’Unione. È la democrazia, bellezza, ma stavolta non è vero che non potevi farci niente.

Lasciamo perdere i deliri di Salvini, che grida al «colpo di Stato» e in piena sindrome di Vannacci chiama le masse a «reagire con ogni mezzo». Ma Meloni avrebbe potuto entrare nel negoziato tra Macron e Scholz, scambiando il suo sostegno alle nomine con una vicepresidenza esecutiva della Commissione.

Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Perché la sua idea di Unione non è quella del compromesso tra destre liberaldemocratiche e sinistre progressiste, che per quanto logorato rimane l’unico sul quale si può ancora salvare un’Europa sociale e solidale, capace di coniugare crescita e rigore, diritti e sicurezza. E nemmeno quella dell’asse franco-tedesco, che per quanto ammaccato resta l’unico sul quale si può ancora costruire un’Europa federale, capace di mettere in comune una difesa, una politica fiscale e una politica estera.

Meloni afferma che «il nostro ruolo non è accodarci agli altri». Ma a questo punto — dopo che abbiamo comprato tempo in attesa delle elezioni francesi — resta da capire quale sarebbe questo «nostro ruolo». Da troppo tempo l’Underdog è «ambidestra» (come osserva Romano Prodi). Da una parte, si è illusa di poter sovvertire gli equilibri europei con una nuova maggioranza alt-right rappresentata dal Cartello di tutte le destre estremiste e sovraniste, ungheresi e polacche, neo-franchiste spagnole e lepeniste. Dall’altra parte, non ha mai smesso di flirtare con Von der Leyen, per tenersi aperta la porta di un eventuale accordo con i popolari, ai quali portare in dote solo i Conservatori e Riformisti.

Troppa ambiguità, alla lunga, non ha pagato. Anche perché nel frattempo il gruppo Ecr si è sfasciato. E così Meloni si è ritrovata di fronte all’alternativa del diavolo. Incarnare la prima destra, quella “di lotta”, restando coerente ma condannandosi all’ininfluenza. O scegliere la seconda destra, quella “di governo”, diventando influente ma condannandosi all’incoerenza.

Anche in questo caso, ha prevalso la sua vera natura. La premier si deve arrendere alla realtà: è forte in Italia dove fa la donna sola al comando, ma è debole in Europa dove oggi sulla destra post-fascista grava un “Fattore D”, come negli anni Settanta sulla sinistra comunista pesava il “Fattore K”. E qui, nel Grande Freddo che la circonda, non la riscalda l’eterna fiamma tricolore che arde sul simbolo e sulle antiche “radici che non gelano”. Al contrario. Deve essere il karma — e non certo il “complotto giudo-pluto-massonico — a far coincidere l’esclusione della premier dal grande risiko europeo con l’esplosione dello scandalo dei suoi “ragazzi stupendi”.

Le voci e le chat che abbiamo visto nella formidabile inchiesta di Fanpage ci raccontano quello che abbiamo sempre saputo della Gioventù Meloniana. I saluti al Duce e i Sieg Heil, i riti pagani sul Soratte e i miti neri come Ciavardini e Fioravanti. La prima puntata aveva confermato l’evidenza: sono neo-fascisti, e hanno smesso di vergognarsene. E la premier aveva fatto finta di niente, come al solito. Ma dopo due settimane di silenzio assordante, di fronte alla seconda puntata dell’inchiesta, i vertici di FdI si sono decisi ad aprire bocca, per condannare questa vergogna della democrazia e per costringere due esponenti dell’organizzazione giovanile a dimettersi.

C’è una ragione, se si sono mossi solo adesso: è l’antisemitismo. «Ebreo infame», «sono una razza inferiore»: questa schiuma della terra, che sgorga spontanea dalla bocca di quella “meglio gioventù”, è un drammatico salto di qualità. La Sorella d’Italia e i suoi Fratelli si possono permettere tutto, ma non l’odio contro gli ebrei. Perché questo viola il patto tacito sottoscritto con l’alleato americano e con la comunità ebraica romana.

La “nuova destra”, per essere accettata, può anche essere “non antifascista”: purché faccia rimarginare la ferita dei rapporti col mondo ebraico, aperta dai tempi del Msi di Almirante. Questo spiega perché in questo anno e mezzo le nomenklature meloniane sono state nette solo sul sostegno incondizionato a Israele contro Hamas e sulla condanna delle leggi razziali del 1938. Un impegno revisionista clamorosamente frustrato dalla feccia nera spurgata da Gioventù Nazionale. Solo per questo la leader è ora così severa contro quei “camerati che sbagliano”.

Peccato che nelle stesse ore il barone nero Roberto Jonghi Lavarini le ricordi l’ovvio, e cioè che «il 35% del suo partito è di fede missina» e che «sono i vertici di FdI, ipocriti, che si dovrebbero dimettere». E peccato che, anche stavolta, Meloni non si limiti a sconfessare i suoi, ma ricada nella solita ossessione vittimistico-aggressiva, con accuse farneticanti al giornalismo colpevole di essersi “infiltrato” nel suo partito.

E poi fa di più e di peggio: chiama in causa il presidente della Repubblica, al quale chiede se questi «metodi da regime» sono ora consentiti anche da noi. Parole irresponsabili e inaccettabili, che contengono una menzogna e una minaccia.

Una menzogna, perché da sempre il miglior giornalismo investigativo nei Paesi democratici fa inchieste sotto copertura (Fanpage l’ha fatto anche sul Pd, all’epoca del voto in Campania): «regime» è quando il potere politico spia un giornale, se succede il contrario è solo informazione.

Una minaccia, perché sollecitare Mattarella in modo così intimidatorio, su un tema come il diritto di informare e di essere informati, anticipa già quell’arietta da capocrazia che ci toccherebbe se la pseudo-riforma del Premierato diventasse legge.

Di fronte all’ennesima provocazione istituzionale, aspettiamo fiduciosi le reazioni dei moderati impenitenti e dei terzisti incontinenti, che di fronte a ogni nefandezza di questa destra autoritaria e a-fascista pattinano algidi tra il “che sarà mai” e il “non è la Rivoluzione d’Ottobre”.

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