Dell’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale si è parlato anche da un punto di vista giuridico penalistico. In un’intervista a un importante giornale nazionale un consigliere di Palazzo Chigi ha infatti avanzato la tesi che da quell’inchiesta sotto copertura siano stati vulnerati alcuni diritti soggettivi dei giovani ripresi a loro insaputa: il diritto alla privacy e il diritto alla libertà di opinione politica. E che ciò possa prefigurare in prospettiva anche una lesione del diritto di un partito a operare liberamente. Diritti, tutti questi, di tale rilievo da costituire uno sbarramento all’esercizio del diritto all’inchiesta giornalistica investigativa coperta, che si legittima in nome dell’interesse pubblico — cioè dell’informazione dell’opinione pubblica su fatti che hanno pubblica rilevanza — .
Una prima risposta a questa impostazione del problema è che nessun diritto privato all’opinione politica è stato leso: sono state soltanto documentate alcune posizioni politiche,…
Dell’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale si è parlato anche da un punto di vista giuridico penalistico. In un’intervista a un importante giornale nazionale un consigliere di Palazzo Chigi ha infatti avanzato la tesi che da quell’inchiesta sotto copertura siano stati vulnerati alcuni diritti soggettivi dei giovani ripresi a loro insaputa: il diritto alla privacy e il diritto alla libertà di opinione politica. E che ciò possa prefigurare in prospettiva anche una lesione del diritto di un partito a operare liberamente. Diritti, tutti questi, di tale rilievo da costituire uno sbarramento all’esercizio del diritto all’inchiesta giornalistica investigativa coperta, che si legittima in nome dell’interesse pubblico — cioè dell’informazione dell’opinione pubblica su fatti che hanno pubblica rilevanza — .
Una prima risposta a questa impostazione del problema è che nessun diritto privato all’opinione politica è stato leso: sono state soltanto documentate alcune posizioni politiche, rispetto alle quali, per di più, in una prima fase il partito coinvolto, Fratelli d’Italia, aveva taciuto o negato i fatti, senza che il suo funzionamento sia stato menomato; il partito ha poi deciso, in un secondo tempo, una nuova linea d’azione, sanzionando i responsabili di quelle opinioni — operazione legittima, liberamente assunta con (asserita) grande convinzione.
Quanto alla privacy dei singoli si tratta di valutare se sia stata davvero violata dai giornalisti investiganti, e in ogni caso se quel valore sia superiore al valore della notizia che è il risultato dell’indagine. Cioè che nel livello giovanile del partito della premier — partito che si dichiara pubblicamente immune da razzismo e nostalgismi — hanno circolato liberamente, finché non sono state scoperte da altri, opinioni opposte. Si direbbe che l’interesse pubblico di questa notizia sia superiore al diritto alla privacy di alcune persone che, del resto, non sono state intercettate in un contesto privato ma appunto in una sede di partito.
Tutta la vicenda non ha in realtà un prevalente rilievo o interesse giuridico-penale, ma un significato politico. Che non sta solo nell’allarme legittimamente suscitato dall’incultura e dalla superficialità (a dir poco) dei giovani “patrioti”, possibile futura classe dirigente, e neppure solo nella culpa in vigilando dei loro vertici, che si sono mossi soltanto a scandalo scoppiato e che hanno presumibilmente tollerato in precedenza quello stile espressivo e comportamentale più che deplorevole.
Non solo nella doppiezza politica, o nella grave trascuratezza, sta il problema, ma nella presa di posizione della presidente Meloni. La cui reazione operativa è stata giustamente intransigente, mentre sconcertante è stato il riferimento al «regime» come matrice culturale del giornalismo investigativo coperto.
Il vero problema, insomma, è che un esercizio di conoscenza, di libera informazione nell’interesse generale, a opera di un soggetto privato — un esercizio peraltro posto in essere in passato anche nei riguardi del Pd — , possa venire confuso con l’infiltrazione di spie e confidenti nei circoli d’opposizione, a opera di poteri politici autoritari, sul modello dell’Ovra o della Stasi.
La totale non assimilabilità dei contesti e delle situazioni rende il riferimento al «regime» del tutto incongruo, e quindi più che azzardato l’appello al Capo dello Stato, mentre dissonante e vagamente minaccioso è l’adombrare la possibilità di comportamenti analoghi a carico delle opposizioni (o dei centri sociali). Se si trattasse di infiltrazioni a opera di apparati dello Stato questo sì sarebbe «regime».
Quello che manca nelle parole di Meloni è, alla radice, la percezione che la politica non è solo potere — e lotta fra poteri nemici — ma è anche sapere, ovvero è l’esistenza di una sfera collettiva e discorsiva, l’opinione pubblica, che si alimenta di una dialettica spesso aspra e che deve essere costantemente nutrita di informazione attendibile, anche dal giornalismo investigativo che faccia luce negli angoli bui, perché si possano formulare giudizi non infondati e si possano assumere molteplici posizioni consapevoli.
Chi non ha in mente questa dimensione plurale e aperta, intrinsecamente democratica, della politica vede nell’informazione un nemico, o uno strumento di propaganda al proprio servizio: un mezzo per sostenere o combattere un «regime». Ma il valore, e il prezzo, di quel particolare «regime» che è la democrazia, e il suo bisogno di conoscenza non strumentale, gli rimane oscuro: a quanto pare, quel valore non è ancora stato ben assimilato.